Videochiamate vietate, il Dap ci ripensa dopo l’appello di Ciambriello

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La battaglia

Viviana Lanza — 23 Ottobre 2020

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«Questa articolazione ha provveduto a rimettere al prudente apprezzamento della Direzione la ripresa delle comunicazioni in video, a mezzo applicativo web, nel rispetto delle cautele inerenti l’ordine e la sicurezza». Fuori dal burocratese questo passaggio, contenuto in una lettera inviata dal Dap al garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, rappresenta uno spiraglio per la soluzione del caso dell’ergastolano A.G. al quale, da aprile, sono stati sospesi i colloqui attraverso videochiamate dopo una leggerezza commessa, non da lui ma dal fratello, durante un collegamento.

Quale leggerezza? Durante la videochiamata autorizzata dalla direzione del carcere di Secondigliano, il fratello di A.G. ha inserito nella videocall anche la sorella e la mamma delle quali, in quell’occasione, non era prevista la presenza. Il fratello lo aveva fatto per tranquillizzare A.G. che, a causa della piena emergenza Covid, temeva per la salute dell’anziana madre e della sorella. Di qui la sospensione della telefonata e la sanzione: stop a tutti i colloqui. A.G. è siciliano e nel carcere di Secondigliano sta scontando una condanna definitiva all’ergastolo. Per un detenuto come lui, con la famiglia distante e senza la possibilità di poter sperare in una scarcerazione, le telefonate con i familiari sono l’unico ponte con la vita reale. Da quando è scattata la sanzione ad oggi sono trascorsi sei mesi.

Da allora ad A.G. sono concesse soltanto le telefonate a numeri fissi e con la figlia, che ha solo il cellulare, non parla da aprile. In questi mesi ha anche atteso una risposta da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria a cui, sia di proprio pugno sia attraverso il proprio legale e l’associazione Yairaiha, ha chiesto di ripristinare il suo diritto alla videochiamate spiegando che l’errore era stato commesso dal fratello «senza alcuna intenzione disonesta». A.G. ha raccontato di non aver capito, al momento dei fatti, che il fratello aveva attivato un collegamento video multiplo. «Non ho alcuna cognizione di come funzionano questi apparecchi telefonici – spiega – visto che sono recluso da 26 anni. Quando sono entrato in carcere si usavano i telefoni a gettoni», scrive precisando come per lui la modernità si sia fermata al giorno in cui è entrato in cella.

Il 14 ottobre scorso il Riformista ha raccontato la storia di A.G., il 15 ottobre il garante della Campania Ciambriello ha scritto al Dap: «È dal mese di aprile che, per un mero errore del fratello, al detenuto non è consentita alcuna videochiamata, neanche con la figlia. Credo che il diritto alla videochiamata sostitutiva del colloquio visivo sia un diritto inalienabile e non può essere una punizione sine die. È giusto punire per un errore commesso, ma non con il diniego della possibilità di vedere a mezzo video le persone care». Inoltre, Ciambriello ha evidenziato che «il detenuto è in attesa di una risposta da diversi mesi e in questo senso già questi mesi di sospensione possono essere segnali di una afflizione già scontata». Il Dap ha risposto il 20 ottobre e ha comunicato che la ripresa delle comunicazioni in video del detenuto è stata rimessa «al prudente apprezzamento della direzione del carcere».

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