Veneto, il caso dell’incidente mortale con l’auto blu del capo della sanità: rinviato a giudizio l’ex direttore di Medicina legale

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Massimo Montisci dovrà rispondere di frode processuale e depistaggio, favoreggiamento personale, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale e truffa aggravata. Il rinvio a giudizio è legato a una perizia che effettuò nel 2016, su incarico della Procura di Padova, per accertare le cause della morte di Cesare Tiveron, investito da un’auto, a bordo della quale si trovava Domenico Mantoan, all’epoca massimo dirigente della Sanità del Veneto

PADOVA – L’elenco dei reati di cui dovrà rispondere è nutrito: frode processuale e depistaggio, favoreggiamento personale, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale e truffa aggravata. Per Massimo Montisci, ex direttore dell’Istituto di Medicina legale di Padova, docente universitario e anatomopatolo di fama, si profila un processo complicato, tra circa un anno, in Tribunale a Padova. È stato, infatti, rinviato a giudizio dal gup Maria Luisa Materia a causa della perizia che effettuò nel 2016, su incarico della Procura di Padova, per accertare le cause della morte di Cesare Tiveron, un pensionato di 71 anni che nel settembre di quell’anno era stato investito da un’auto mentre a bordo del suo ciclomotore percorreva via Gattamelata. A causare l’incidente era stata un’auto di servizio della Regione del Veneto, guidata dall’autista Angelo Giorgio Faccini e a bordo della quale si trovava Domenico Mantoan, massimo dirigente della Sanità del Veneto. Un personaggio importante, all’epoca, ma anche oggi visto che, pur pensionato dalla Regione, è commissario straordinario dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali e presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco.

Faccini stava uscendo dall’Istituto Oncologico Veneto di Padova quando era avvenuta la collisione. Imputato di omicidio colposo è già uscito dalla scena giudiziaria, per aver patteggiato una pena di un anno e due mesi. Ma erano nel frattempo finiti sotto inchiesta sia Montisci che Giacomo Miazzo, un medico del 118. La più grave è la serie di ipotesi d’accusa che riguardano Montisci, difeso dall’avvocato Emanuele Fragasso. Aveva avuto dal pubblico ministero Sergio Dini l’incarico di accertare le cause del decesso, ma aveva concluso che Tiveron non era morto a seguito dell’impatto con l’auto e alla caduta a terra, ma per un infarto che lo aveva colpito un attimo prima dell’incidente.

Avrebbe, quindi, cercato di depistare le indagini, sostenendo una tesi non suffragata da elementi, anzi, senza effettuare alcuni esami che pure erano poi riportati nella relazione autoptica. Proprio a quest’ultima circostanza si riferisce l’accusa di falso ideologico. Il reato di truffa è stato contestato perché ci sono dubbi che l’analisi tossicologica certificata fosse stata eseguita, visto che le apparecchiature indicate non erano a a disposizione dell’Istituto di medicina legale padovano. Ma per quell’accertamento il perito si ugualmente fatto liquidare 1.368 euro dal Tribunale come onorario.

Il dottor Giacomo Miazzo è stato rinviato a giudizio perchè nella relazione di servizio, a supporto dell’intervento di soccorso, aveva indicato come motivazione della richiesta un malore e non un incidente stradale. Invece, nella descrizione dell’intervento era poi stata indicata la causa esatta. La famiglia di Tiveron ha dovuto combattere uan lunga battaglia prima di veder riconosciuto che il decesso non fu effetto di un infarto e si rivolse a medici che non operano in Veneto, per veder garantita la loro non condizionabilità. Secondo la loro consulenza, Tiveron era morto per “uno shock emorragico da lesione traumatica acuta dell’aorta, indotta dal violento urto della parte destra del torace con le rigide strutture dei veicolo”.

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