Tempi delle città, da 20 anni manca un piano: le proposte

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Ci sono due norme dello Stato, il decreto legislativo 267 e la legge 53, entrambe del 2000, che prevedono l’obbligo di coordinare gli orari di apertura e di chiusura di uffici, centri commerciali, scuole, insomma varie attività per migliorare la qualità della vita e la tutela di ambiente e salute dei cittadini. La prima norma riguarda gli obblighi per i sindaci, la seconda affida alle Regioni il potere di intervenire per lavorare sui “tempi delle città” prevedendo una serie di strumenti, come i piani territoriali degli orari, tavoli di concertazione, banche del tempo. La legge prevede anche la possibilità di nominare un commissario ad acta nel caso in cui il sindaco non ottemperi. Perché non attuarla a Napoli? È la domanda che ricorre, soprattutto in questi tempi, con la pandemia in atto, con disagi e criticità del trasporto pubblico sotto gli occhi di tutti, con stazioni e treni diventati luoghi di assembramenti pericolosi per i rischi di contagio del Covid.

L’associazione VivoaNapoli, con il suo presidente Emilia Leonetti, ha inviato una formale richiesta al sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, e al presidente della Regione, Vincenzo De Luca. «Attuate quanto stabilito dal Testo unico degli enti locali, in particolare all’articolo 50 comma 7, in combinato disposto con la legge 53 del 2000 al capo VII con particolare riferimento all’indispensabile e indifferibile coordinamento degli orari della città e all’adozione dei connessi e conseguenti atti e provvedimenti realizzativi»: ecco la richiesta dell’associazione. Una richiesta che parte da un presupposto urgente e attuale: «Tutto ciò – sottolinea la presidente Leonetti – in funzione dell’emergenza pandemica, della bassa ricettività del trasporto pubblico locale e della più complessiva esigenza di governare i flussi e gli spostamenti delle persone evitando assembramenti».

Il piano territoriale degli orari, previsto dalla legge 53 del 2000, prevedendo un coordinamento da parte dei Comuni degli orari degli esercizi commerciali, dei servizi pubblici e degli uffici periferici delle amministrazioni pubbliche, servirebbe a promuovere un uso del tempo più orientato alle esigenze della società. «Orbene, a circa 20 anni dalla emanazione del testo normativo – denuncia il presidente dell’associazione VivoaNapoli – non vi è traccia del succitato piano. I disagi dei cittadini di Napoli e della sua area metropolitana, che si confrontano quotidianamente con servizi scarsi e qualitativamente inaccettabili, potrebbero essere ben contenuti se si intervenisse sull’organizzazione dei tempi di apertura e chiusura di uffici, scuole, esercizi commerciali e altro, migliorando anche la cronica inefficienza del servizio di trasporto pubblico su ferro e su gomma». Una voce un po’ fuori dal coro è invece quella di Ciro Fiola, presidente della Camera di Commercio di Napoli. «Lo scaglionamento dell’orario dei trasporti – sostiene – è impraticabile perché le aziende di trasporto non sono preparate con i turni e con il personale. L’unica soluzione reale per decongestionare il trasporto è l’affiancamento pubblico-privato». Fiola propone di puntare sulle aziende del trasporto privato: «Hanno già offerto la loro disponibilità e non avrebbero alcuna ricaduta in termini di produttività potendo contare sui flussi ordinari sia per quanto riguarda la mobilità dei propri dipendenti che per quel che concerne l’indotto dell’utenza/cliente».

“Nuovi ingressi per le scuole” – Umberto de Gregorio (Eav)


«Ridurre la capienza dei mezzi di trasporto che adesso è fissata all’80% è impensabile sia per le aziende che per i cittadini. Scaglionare gli orari, invece, e contestualmente rivedere anche gli orari di ingresso delle scuole e degli uffici, oltre che ripensare i tempi di apertura e chiusura dei negozi, è la scelta più intelligente. Noi non possiamo continuare a tenere tutte le attività economiche aperte agli orari previsti, in questo momento, e poi, contemporaneamente, ridurre la capienza di bus, metro e funicolari. Questo lascerebbe appiedate centinaia di migliaia di persone ogni giorno, quindi è una scelta scellerata se non accompagnata da una riduzione della domanda di trasporto. Per quanto riguarda la folla alle fermate e sui mezzi, è vero che c’è un affollamento negli orari critici, tra le 7 e le 9 registriamo il maggiore afflusso di passeggeri, ma l’affollamento è quello consentito dalla legge. È impossibile garantire il metro e mezzo di distanziamento, ma si sapeva dall’inizio che si sarebbe verificata questa condizione. È stata una scelta politica consapevole. Noi, nel frattempo, ci stiamo organizzando per ampliare l’offerta, integrandola con dei bus privati e creando delle linee alternative con l’obiettivo di garantire un maggiore numero di corse ai nostri viaggiatori».

“A lavoro 40 minuti più tardi” – Armando Cartenì (Unicampania)


«Per ridurre il rischio di contagio, la capienza dei mezzi di trasporto che viaggiano su gomma o ferro è stata ridotta all’80%, non immagino si possa ridurre ancora di più e fissarla al 50%. La soluzione più intelligente ed immediata sarebbe senz’altro quella di rivedere gli orari di tutte le attività e conseguenzialmente dei mezzi di trasporto pubblici. È impossibile abbassare la capienza perchè innanzitutto fallirebbero le aziende di trasporto che per sopravvivere hanno bisogno di un certo numero di viaggiatori, ma andrebbero in sofferenza anche le aziende che rimarebbero con un numero ridotto di lavoratori e infine i cittadini che resterebbero senza mezzi per spostarsi. Per ovviare a queste problematiche, basterebbe far slittare gli orari di ingresso nelle scuole e negli uffici di 40/70 minuti, non ne occorrono di più per decongestionare i mezzi di trasporto e far sì che si possa viaggiare sicuri. Bisogna, quindi, scaglionare l’ora di punta, stabilendo diversi orari per l’inizio delle attività. In secondo luogo, agevolare il lavoro da remoto quando è possibile svolgerlo: mi riferisco all’università e alla pubblica amministrazione può essere una soluzione vincente, ma modalità e orari devono essere rivisti».

“Smart working da rifare” – Lorenzo Medici (Cisl Fp Campania)


«Differenziare gli orari del trasporto pubblico è una scelta intelligente per ridurre l’uso contemporaneo dei mezzi. Bisognerebbe, però, anche cambiare l’itinerario dei mezzi, evitare cioè che si dirigano solo verso il centro della città. Bisognerebbe creare spazi di lavoro con l’aiuto della digitalizzazione anche in periferia, così si decongestionerebbe davvero il trasporto. Ma con il Covid la nostra vita è cambiata e dobbiamo riorganizzare la società, l’urbanistica e i nostri orari. Innanzitutto la scuola dovrebbe fare i doppi turni e creare degli orari per ogni grado d’istruzione; per la sanità si dovrebbe potenziare la rete della medicina territoriale che in Campania è praticamente assente, con infermieri di quartieri e laboratori dei medici di base aperti h24. Così si eviterebbero assembramenti negli ospedali. Nei tribunali si potrebbe svolgere in presenza solo il processo, per tutte le altre pratiche forensi non ci sarebbe bisogno di recarsi di persona. Tutto questo, però, presuppone investimenti e assunzioni. Ma presuppone anche rivedere il concetto di smart working e formalizzarlo con contratti ad hoc potenziare la rete digitale, estendendo la banda larga a tutto il territorio regionale».

“Cominciamo dalle periferie” – Vincenzo Schiavo (Confesercenti)


«Le attività commerciali devono camminare di pari passo con il trasporto pubblico e se l’unica soluzione è scaglionare gli orari di bus, metro e funicolari, vorrà dire che vanno rivisti anche quelli legati al commercio. La nostra categoria, fatta di imprenditori e commercianti, è pronta a raccogliere questa nuova sfida che è assolutamente fattibile. Innanzitutto dobbiamo partire dall’idea che noi, purtoppo, con questo virus ci dobbiamo convivere e dobbiamo evitare il contagio in primis, ma anche un nuovo lockdown che implicherebbe la chiusura di negozi e aziende. Per le imprese sarebbe una tragedia senza precedenti: se si fermassero di nuovo adesso, non riuscirerbbero più a ripartire dopo l’emergenza sanitaria. Rivedere gli orari di imprese e trasporti pubblici mi sembra, quindi, l’unica soluzione. Si potrebbe partire dagli orari di punta e dalle zone dalle quali partono più viaggiatori verso la città. Sappiamo che da Secondigliano, Fuorigriotta, Chiaiano partono tantissimi lavoratori pendolari per raggiungere Napoli: allora iniziamo a cambiare gli orari di apertura e chiusura di queste attività. In questo modo si decongestionerebbe la rete del trasporto e ridurremmo di molto il rischio del contagio. Dobbiamo salvaguardare la salute, ma anche l’economia».

Testi raccolti da Francesca Sabella

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