Stragi di Capaci e via D’Amelio, condannato all’ergastolo Matteo Messina Denaro: “Totale dedizione alla causa corleonese”

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Il boss trapanese è latitante dal 1993

Redazione — 21 Ottobre 2020

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Matteo Messina Denaro è stato condannato all’ergastolo per le stragi del 1992 di Capaci e Via D’Amelio a Palermo. In quegli attentati vennero uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e le loro scorte. La condanna, dopo oltre 14 ore di camere di consiglio, della Corte d’Assise di Caltanissetta. Messina Denaro è latitante dal 1993: era andato in vacanza a Forte de Marmi con i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Da allora si sono perse le sue tracce. Nei suoi confronti erano stati emessi mandati di cattura per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materiale esplosivo, furto e altri reati minori.

Il latitante originario di Castelvetrano era stato condannato già all’ergastolo per le stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano in cui morirono dieci persone. Non era stato invece condannato per le stragi di Capaci e via d’Amelio. La sentenza torna a confermare la strategia stragista della mafia siciliana e il ruolo di rilievo di Messina Denaro. Il processo ha ricostruito e analizzato i mesi precedenti ai due attentati, anche alla luce di nuove testimonianze ed elementi emersi a distanza di quasi trent’anni.

LA REQUISITORIA – “Messina Denaro è stato un mafioso che ha rinunciato a qualsiasi spazio vitale di autonomia sapendo che era l’inevitabile dazio da pagare per la sua ascesa dentro Cosa nostra, carriera che Riina favorì, nominandolo reggente della provincia di Trapani“, ha spiegato il Pm Paci durante la requisitoria. La corte d’Assise di Caltanissetta, nel corso del processo iniziato nel 2017, ha ascoltato decine di collaboratori di giustizia. “La decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza – ha ricostruito il pm – dando un consenso, una disponibilità totale della propria persona, dei propri uomini, del proprio territorio, delle famiglie trapanesi al piano di Riina che ne fu così rafforzato e che consentì alla follia criminale del capo di Cosa Nostra di continuare nel proprio intento: anzi, più che di consenso parlerei di totale dedizione alla causa corleonese”.

LA RICOSTRUZIONE – Due le riunioni chiave della cupola mafiosa svolte alla fine del 1991: una a Enna e l’altra a Castelvetrano. Durante i due incontri si sarebbe decisa la strategia stragista di Cosa Nostra. A confermare il ruolo di Messina Denaro le dichiarazioni dei nuovi pentiti del trapanese, di Spatuzza e Tranchina e le intercettazioni di Totò Riina. Da altri processi sono emersi altri dettagli: i capi della famiglia mafiosa di Marsala, Francesco Caprarotta e Vincenzo D’Amico, sarebbero stati uccisi agli inizi del ‘92 proprio per essersi rifiutati di uccidere il giudice Borsellino. Stessa sorte per il capo della famiglia di Alcamo, Vincenzo Milazzo. La tesi accusatoria sostiene dunque che Francesco Messina Denaro e Mariano Agate di Mazara del Vallo avrebbero fatto un passo indietro, per evitare scontri con Totò Riina. A prendere il posto dei due capi mafia proprio l’allora 30enne Matteo Messina Denaro (figlio di Francesco) ed Enzo Sinacori. E insieme parteciparono nel febbraio 1992 alla cosiddetta “missione romana” per colpire il giudice Falcone e anche il giornalista e conduttore televisivo Maurizio Costanzo. Spedizioni che in quel caso fallirono.

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