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La gestione della crisi

Astolfo Di Amato — 27 Gennaio 2021

Sono tutti uguali, al via il mercato dei parlamentari

Vi è un aspetto, nella crisi politica in corso, che è davvero sorprendente: la durata nonostante l’urgenza dei problemi. È passato quasi un mese e mezzo da quando Matteo Renzi ha annunciato con chiarezza l’intenzione di Italia Viva di ritirare la sua rappresentanza ministeriale. Da allora si è andati avanti di proroga in proroga, in una prospettiva di progressivo degrado del quadro democratico, che non ha precedenti nella storia repubblicana. Biagio De Giovanni, su questo giornale, ha usato parole forti, manifestando «un sentimento di indignazione per lo spettacolo che sta dando la politica italiana, o per dire meglio la sua caricatura grottesca».

La singolarità di questo procedere per proroghe sta nella circostanza che le stesse sono state chieste ed ottenute in nome dell’esigenza di una soluzione rapida “nell’interesse del paese”, che ha urgenza di risposte alla crisi economica e sanitaria. E quale è la soluzione? Un indegno mercato tra i parlamentari, protratto per tutto il tempo necessario affinché abbia successo. La crisi, dunque, durerà sino a che il mercato non avrà consentito alla attuale maggioranza, anche dopo le dimissioni del governo, di acquisire i voti necessari a restare a galla. Si tratta di una vera e propria aggressione al sentimento democratico del popolo italiano. La contraddizione tra il protrarsi della crisi e l’urgenza delle soluzioni è ormai divenuta di tale evidenza da rendere chiaro il carattere meramente strumentale di ogni giustificazione, fondata sulla volontà di tutelare il paese, da parte di chi è ormai disposto a qualsiasi cosa pur di mantenersi incollato alla poltrona. Si tratta di un dato che più passa il tempo più viene percepito dalla collettività, con conseguente disaffezione verso il sistema democratico.

La circostanza che il mercato si stia svolgendo senza alcun pudore, tentando addirittura di offrirne una legittimazione morale anche da parte di chi è stato eletto denunciandone la immoralità, diventa un segnale devastante per i cittadini in ordine alla credibilità della dialettica democratica e delle istituzioni che ne sono l’espressione. Ne esce rafforzata la disaffezione fondata sul sentire di stampo qualunquista che tanto “sono tutti uguali, l’unico scopo è sempre lo stesso, mantenere la poltrona”, mentre svanisce lo sbandierato merito di Grillo di aver recuperato alla dialettica democratica chi se ne era allontanato.

Questo sentimento non può che essere consolidato, poi, dal rilievo che la attuale proposta politica più rilevante è quella di far tornare il paese ad un sistema proporzionale. Così il mercato non riguarderà più singoli parlamentari, ma interi partiti, con il particolare, non secondario, che, essendo state distrutte le strutture di partito, il mercato riguarderà i leader, incrementando il loro potere. E nulla conterà la volontà degli elettori. L’insistenza con la quale sono vantati, con evidente sprezzo del grottesco, i successi nella gestione della pandemia, nonostante l’Italia abbia i tristi primati, nel mondo occidentale, del maggior numero di morti in proporzione alla popolazione e della crisi economica più profonda, conferma l’ulteriore convinzione della inaffidabilità dei politici. Emblematica è la vicenda del piano per l’uso dei fondi New Generation Eu.

Prima la task force di Colao, poi gli stati generali a Villa Pamphili, poi altra fuffa. Quali sono le prospettive di riforma del sistema Italia, immaginate dal governo dimissionario, idonee a rilanciare il paese ed a garantire un futuro per le nuove generazioni? I fatti sono questi: Conte ha elaborato una bozza di piano da gestire in autonomia, che ha cercato di inserire proditoriamente in uno dei provvedimenti urgenti di questo disgraziato periodo. Del tutto insufficiente il contenuto, un insulto al Parlamento la prevista modalità di gestione, deprecabile il modo in cui si è tentato di far approvare la proposta. Ebbene, a parte la forte presa di posizione di Italia Viva, per tutte le altre forze di maggioranza si è trattato di un episodio che avrebbe solo mostrato la disponibilità del governo uscente ad accogliere i suggerimenti delle altre forze politiche! E niente non solo sulla pochezza dell’originario contenuto e sul deprecabile tentativo di approvazione notturna, ma anche sulla bocciatura che, informalmente, l’Unione Europea ha già espresso sulla nuova insufficiente formulazione.

Da ultimo, va registrato un nuovo fenomeno, sino a ora appannaggio delle sole dittature. La identificazione tra leader e nazione porta, in queste ultime, a considerare normale che la nazione si immoli insieme al leader, in virtù del principio per il quale la sopravvivenza del leader viene prima della sopravvivenza della nazione. È, purtroppo, un principio che comincia a farsi spazio anche nelle democrazie. Ne è stata espressione la condotta di Trump dopo il risultato elettorale. Ne è espressione la condotta di Conte, che nonostante le dimissioni di ieri fa fatica a prendere in considerazione l’idea di farsi da parte per consentire di trarre il paese fuori dalla palude, in cui giorno dopo giorno sta affogando.

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