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Smart working e diritto alla disconnessione: le regole per prevenire e combattere lo stress digitale

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A distanza di oltre un anno dall’inizio dello smart working emergenziale, possiamo tracciare un bilancio dei risultati di questo grande esperimento di massa. Dopo una fase di euforia iniziale, quando il mondo del lavoro sembrava pervaso da un’euforia incontrollata verso il lavoro da remoto, è iniziato ad emergere un problema molto serio: lo stress digitale. Una giornata che dalle nove del mattina fino al tardo pomeriggio – facciamo l’esempio più facile, quello dell’ufficio che segue i ritmi tradizionali, ma il ragionamento vale per tutti i lavori – si svolge stando sempre attaccati al computer e alla video camera, può generare un forte sovraccarico di stress, una sbornia digitale, che si può tradurre anche in vere e proprie malattie psicofisiche.


Una sbornia figlia del fatto che, complici le misure di prevenzione emanate contro il Covid, non stiamo applicando il vero lavoro agile, una combinazione flessibile di spazi e luoghi di lavoro diversi, ma stiamo utilizzando una forma improvvisata e casalinga di telelavoro, in cui le costrizioni tipiche dell’ufficio sono state trasferite tra le mura domestiche, senza alcuna preparazione e organizzazione. Il rischio che questa situazione provochi danni seri alla salute delle persone non può essere ignorato dalle imprese, sia perché il datore di lavoro deve sempre tutelare l’integrità fisica dei propri dipendenti (art. 2087 c.c.) sia perché esistono norme specifiche che impongono di valutare e prevenire il c.d. stress da lavoro correlato.

Come può un datore di lavoro evitare che questa situazione degeneri?

Per capire se la situazione sta degenerando, sicuramente il datore di lavoro deve confrontarsi con il medico aziendale, il soggetto più titolato a decidere se e come intervenire. Ma oltre ad ascoltare i consigli dello specialista, deve dare attuazione effettiva al diritto alla disconnessione del lavoratore, previsto dalla legge sullo smart working (art. 19 della legge 81/2017) ma troppo spesso dimenticato.

Il primo accorgimento riguarda la definizione di alcune “fasce di rispetto” durante le quale deve essere vietato organizzare video meeting, conference call e scambi di email. Come attuare questa misura? Basta bloccare (nel senso di renderle impossibili da prenotare) le agende di tutti per almeno un’ora a pranzo, e fare altrettanto per orari diversi da quelli di lavoro normale (restando all’esempio più facile, quello dell’orario di ufficio, dovrebbe essere impossibile fissare incontri digitali prima di una certa ora del mattino e dopo una certa ora la sera).

Un altro accorgimento è quello di applicare lo stesso tipo di blocco digitale per alcuni giorni della settimana; per qualche incomprensibile motivo, alcuni manager hanno scambiato lo smart working per il diritto di invadere la vita dei propri collaboratori senza alcun vincolo di tempo. Se prima della pandemia il sabato e la domenica non erano lavorativi, questi giorni devono essere preclusi a mail, riunioni e conference call anche in regime di smart working.

Va rivista anche la gestione degli strumenti digitali: mentre prima dell’emergenza sanitaria le video riunioni erano usate solo da pochi appassionati di tecnologia, ora si abusa senza limiti di questo strumento. Per una semplice comunicazione tra due persone, ci siamo dimenticati che basta fare una telefonata. Per la definizione di un tema non urgente, resta ancora possibile usare la mail. La video riunione (“ti mando un teams”) è utile ma va usata come alternativa alla riunione fisica, non come strumento per riempire in maniera compulsiva la giornata lavorativa.

C’è anche un tema di gestione degli orari: non è sano fissare una sequenza infinita di video riunioni, che impone alle persone di saltare, come moderni Tarzan digitali, da un meeting digitale all’altro senza nessuna pausa o interruzione. Bisogna mettere almeno mezz’ora di spazio tra due riunioni, per consentire al cervello di seguire un ritmo “umano”.

Infine, un’azienda che vuole affrontare fino in fondo l’attuazione del diritto alla disconnessione deve anche porsi il tema dell’utilizzo di WhatsApp: uno strumento essenziale nelle nostre vite, che rischia di diventare un canale parallelo dove convogliare incarichi, richieste urgenti e scadenze aggiuntive. Anche questo strumento di comunicazione deve rispettare a pieno titolo le regole generali descritte prima, per non vanificare il tentativo di contenere lo stress digitale.

Ovviamente, le misure sopra elencate sono solo un esempio: la lista potrebbe essere più ampia o comunque diversa, in relazione alle caratteristiche di ogni realtà lavorativa. Ma quello che non dovrebbe essere derogato è il concetto di fondo che sta dietro a queste misure: le aziende devono combattere in maniera efficace la sbornia digitale, per evitare che lo stress collegato a un eccesso di tecnologia danneggi la salute dei dipendenti.

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