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Un’Europa idealmente allargata fino agli Urali potrebbe giocare un ruolo sensazionale di stabilizzazione delle tensioni e dialogo efficace con una Cina sempre più potente e con un’America che dopo l’autoisolamento trumpiano potrebbe voler tornare a giocare in modo spregiudicato un ruolo centrale nelle relazioni internazionali. L’analisi di Giancarlo Elia Valori

Nel 1992 lo storico nippo-giapponese Francis Fukuyama guadagnò un immeritato quarto d’ora di celebrità pubblicando un pamphlet dal titolo suggestivo: “La Fine della storia”.

La tesi dello scrittore era molto semplice: con la caduta delI’Unione Sovietica e la conseguente disgregazione del sistema di potere che aveva retto l’Europa orientale dalla Vistola alle steppe asiatiche per 47 anni, le relazioni internazionali, con la vittoria del modello liberal democratico occidentale, si sarebbero ridotte a una sorta di “ordinaria amministrazione“ priva delle scosse e delle tensioni che avevano caratterizzato la “Guerra fredda”.

Mai analisi storiografica fu più sbagliata, come dimostrano gli eventi dei cinque lustri successivi alla dissoluzione dell’impero sovietico.

Con la presunta “fine della storia” abbiamo assistito alla dissoluzione della Jugoslavia, che, a sua volta, ha addirittura provocato nel ’99 il primo conflitto armato sul continente europeo dopo la fine della Seconda guerra mondiale quando, per proteggere gli albanesi del Kosovo, la Nato ha addirittura mandato i bombardieri su Belgrado, capitale della Serbia.

Nello stesso tempo abbiamo assistito alla nascita di Al Qaeda, al risveglio dell’Islam radicale in tutto il mondo, a guerre e conflitti civili dall’Asia all’Africa, all’attacco alle Torri Gemelle, con il suo sanguinoso e destabilizzante corollario di guerra in Iraq da cui a sua volta è scaturito quello Stato islamico che ha insanguinato per anni tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, generando fenomeni emulativi in Europa che hanno visto cadere centinaia di civili innocenti sotto i colpi del terrorismo jihadista.

Con la caduta dell’Urss, con buona pace di Francis Fukuyama, la “storia” è tutt’altro che “finita”, ha ripreso tutto il suo impeto consegnandoci oggi un panorama geopolitico con poche luci e molte ombre.

La vittoria di Joe Biden nella corsa alla Casa Bianca avrà sicure ripercussioni sulla scena politica internazionale, dopo i quattro anni in cui Donald Trump si è progressivamente ritirato dalla scena politica mondiale accontentandosi di varare un programma di dazi nei confronti della Cina e dell’Europa che ha ridotto ai minimi termini la cooperazione tra il Vecchio e il Nuovo continente e tra quest’ultimo e una Cina che non è stata piegata neanche dalla pandemia di Covid-19.

Biden è stato vicepresidente con Barack Obama e ha già selezionato uno staff di veterani delle due precedenti amministrazioni democratiche, tra cui spicca il nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken, già stretto collaboratore di Hillary Clinton.

È sotto la gestione della Clinton che la politica estera americana, dopo essersi illusa della possibilità di esportare il modello di democrazia occidentale in Medio Oriente e in Nord Africa sostenendo le finte “primavere arabe” che altro non erano che tentativi della “Fratellanza mussulmana” di assumere il potere, ha tentato di contrastare la vitalità spregiudicata della Russia di Putin, giungendo a fomentare la rivolta ucraina del febbraio 2014.

Sotto la regia dell’allora direttore della Cia, John Brennan che addirittura si era allestito un ufficio in una “casa sicura” al centro di Kiev, Washington ha fomentato, finanziato e sostenuto una rivolta “popolare” che ha visto masse di neonazisti ucraini riuscire nell’intento golpista di cacciare un presidente regolarmente eletto, Viktor Yanukovych costretto ad abbandonare in elicottero il palazzo del governo per evitare di essere linciato. La colpa del presidente ucraino? Quella di essersi rifiutato di sottoscrivere un accordo di associazione con l’Unione Europea che per I’Ucraina sarebbe stato molto oneroso e avrebbe comportato forti misure di austerità e soprattutto sarebbe stato troppo filorusso.

Dalla crisi ucraina è scaturita una serie di conseguenze che ancora avvelenano i rapporti tra Europa e Russia e tra Mosca e Washington.

L’annessione della Crimea in risposta del tentativo americano di far entrare l’Ucraina nella Nato, alterando gli equilibri militari di tutta la regione, ha provocato l’adozione di sanzioni contro la Russia da parte di Europa e Stati Uniti che tutt’oggi rendono problematiche le relazioni tra russi, europei e americani e che con un ritorno di Washington al modello di Obama e della Clinton potrebbero addirittura peggiorare.

In questa complicata cornice si collocano le relazioni, un tempo “speciali”, tra Germania Russia, relazioni rese oggi complicate da una serie di “incidenti” che rischiano di ostacolare seriamente un ampio progetto politico strategico che, se portato a buon fine, allargherebbe i confini geo-economici dell’Europa fino agli Urali favorendo la nascita di un blocco politico economico in grado di dialogare su un piano di parità non solo con gli Stati Uniti ma anche con la Cina.

Non si tratta di pura utopia.

Angela Merkel e Vladimir Putin hanno lavorato attivamente al perseguimento di questa idea.

A questo fine è stato istituito il “Forum di Pietroburgo”, uno strumento fondamentale nelle relazioni bilaterali russo-tedesche, che si riunisce con cadenza annuale per discutere progetti congiunti in campo economico e scientifico.

Dopo la Cina, la Germania è il più importante partner commerciale della Russia, uno status che neanche le sanzioni sono riuscite ad intaccare.

Mentre la Merkel si è sempre sforzata di mantenere in piedi la relazione speciale con Mosca, la sua buona volontà e lungimiranza politica sono state messe a dura prova da una brutta faccenda nella quale potrebbero essere implicate istituzioni moscovite: il 20 settembre del 2020 mentre si trovava in volo tra Tomsk e Mosca, Aleksej Navalnyj, uno degli oppositori più popolari del presidente Putin, ha accusato sintomi di avvelenamento.

Le autorità russe, subito messe sotto accusa dai media occidentali, nel tentativo di spegnere lo scandalo imminente hanno accettato di trasferire Navalnyj nell’ospedale berlinese de “La Charitè” lasciando il dissidente russo alle cure dei medici tedeschi.

Le analisi effettuate dopo il ricovero hanno evidenziato un avvelenamento da Novichok, un composto chimico nervino prodotto solo negli stabilimenti militari russi.

Il caso non è ancora risolto, ma ha provocato una dura scossa tellurica ai rapporti russo-tedeschi.

Heiko Maas, ministro degli esteri della Repubblica Federale, ha subito dichiarato che, nonostante le “proteste di innocenza” da parte russa, Berlino era pronta a spingere tutta l’Europa ad adottare nuove sanzioni contro Mosca, qualora non fosse stata provata l’assoluta estraneità dei servizi segreti di Putin al tentativo di omicidio del dissidente.

Il ministro tedesco non si è spinto a minacciare l’uscita della Germania dal progetto “North Stream 2” (la costruzione di un nuovo gasdotto tra Russia e Nord Europa, attraverso il Baltico).

Nonostante le pressioni degli Stati Uniti, da sempre contrari al progetto “North Stream 2” la cancelliera Merkel si è rifiutata di abbandonare la costruzione del gasdotto perché, a suo parere, questa mossa “danneggerebbe molte aziende tedesche ed europee”.

D’altronde, ha sottolineato il ministro Maas in una recente intervista, “la pipeline nel Baltico, si completerà, nonostante l’ostilità americana… noi europei prendiamo in autonomia le nostre decisioni di politica energetica. Non abbiamo mai criticato gli Stati Uniti per aver raddoppiato nell’ultimo anno le importazioni di petrolio dalla Russia… Gli Stati Uniti sono liberi di perseguire la propria politica energetica e così lo siamo noi”.

Parole importanti che lasciano intravedere spiragli di riallineamento del dialogo tra Germania (Europa) e Russia su canoni di pragmatismo e di realismo politico.

Anche il ministro degli Esteri della Federazione russa, Sergey Lavrov, si è dichiarato recentemente ottimista in merito “alla ripresa di un dialogo all’insegna del mutuo rispetto e del buon vicinato tra Mosca e Berlino, che potrebbe contribuire a un miglioramento dei rapporti in e con l’Europa…”.

Se e quando il caso Navalnyj sarà risolto secondo giustizia, occorre sottolineare l’urgenza di una ripresa del dialogo con Mosca anche da parte europea.

La tregua nell’Ucraina orientale al momento regge bene, grazie agli sforzi congiunti del nuovo governo ucraino, retto dal presidente Volodymyr Zelensky (che, a differenza del suo predecessore di fatto insediato dagli americani, appare più aperto al dialogo con Mosca), e dei russi che hanno smesso di rifornire di armi i ribelli del Donbass.

Ci sono tuttavia molti dossier aperti sullo scenario internazionale che rendono impossibile, nelle parole del ministro Maas, “un lockdown diplomatico” tra Europa e Russia, specie fino a quando i vari focolai di crisi, dalla Siria al Nagorno Karabakh, dall’Iran al Golfo, dal Mediterraneo oggetto di precise ambizioni turche alla Libia lontana da una stabilizzazione, resteranno accesi e saranno fonte di inquinamento delle relazioni internazionali. Un’Europa idealmente allargata fino agli Urali potrebbe giocare un ruolo sensazionale di stabilizzazione delle tensioni e dialogo efficace con una Cina sempre più potente e con un’America che dopo l’autoisolamento trumpiano potrebbe voler tornare a giocare in modo spregiudicato un ruolo centrale nelle relazioni internazionali.

Il dialogo con la Russia è un passo obbligato, se Germania ed Europa una volta uscite dalla crisi pandemica vorranno tornare ad “essere grandi” anche se, come diceva Betancourt a proposito di De Gaulle “la grandezza è una strada che porta all’ignoto”.

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