Rischia la chiusura la rivista “A”, chi racconterà l’anarchia?

Posted On By admin
rischia-la-chiusura-la-rivista-“a”,-chi-raccontera-l’anarchia?

La prima volta che ho visto “A rivista anarchica”, anche se per tutti noi, lettori potenziali o in atto, era semplicemente “A”, è stato davanti al mio liceo, il “Galileo Galilei” di Palermo, incassato tra la Favorita e la zona dei Colli, dov’erano ormai cariate le ville nobiliari, ora che ci penso, doveva essere il 1971. “A” era appena venuta al mondo, tipografico, un ragazzo, anarchico, stava lì davanti al cancello d’ingresso a “diffonderla”, si chiamava Giovanni, ma era “Mustang” per tutti. In copertina appariva Anarchik – il Diabolik, il Satanik degli anarchici, disegnato da Roberto Ambrosoli – un omino con cappa e cappellaccio neri che, con un piccone, colpiva alla sua base la piramide d’ogni autorità costituita: Dio, patria, famiglia. “A rivista anarchica” a quel tempo aveva quasi lo stesso formato de “L’Espresso”, caratteri bianchi e neri, marcati, così da precisare l’intento politico e culturale: “Né Dio né padroni”.

Tra i contenuti: racconti d’autogestione, un occhio al panheon del movimento libertario o anarchico o che dir si voglia, Kropotkin, Bakunin, Malatesta e ancora Nestor Machno, leggendario combattente libertario nell’Ucraina bolscevica, le figure della guerra civile spagnola (1936-1939), ciò che gli anarchici hanno sempre definito una rivoluzione sociale, Buenaventura Durruti in testa. L’uomo cui si deve la pronuncia delle esatte parole colme di fiducia e utopia che seguono: «Le rovine non ci fanno paura, noi erediteremo il mondo, portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori». La frase riaffiorerà sul muro della Sorbona occupata e nei pamphlet situazionisti, maggio 1968. Nonostante l’anarchismo sia il germe iniziale della sinistra, i libertari, da un certo punto in poi della storia, almeno dopo il “tradimento” di Andrea Costa che fonda il partito dei socialisti nel 1892, gli anarchici, dicevamo, rappresentano una forza minoritaria, di presidio, minuscoli nello sguardo, sempre lì a chiudere i cortei, come ultimo cordone, spezzone, ad affermare così la propria alterità, bandiere nere in spalla…

Qui torna in mente un altro ragazzo, anche lui anarchico, una copia di “A” a mostrarsi, accanto a “Umanità Nova”, dalla tasca del giaccone blu marinaro, Angelo Rocca, e che il Dio dei libertari l’abbia in gloria. Insieme a Paolo Finzi, che di “A” è stato il primo e unico motore mobile. Va da sé che “Rivista anarchica” molto raccontava anche della storia di Pietro Valpreda accusato ingiustamente della strage di piazza Fontana, Milano 12 dicembre 1969, fra le sue copertine brilla la serigrafia dove, come nella ballata, “Una spinta e Pinelli cascò…”. Giù dalla finestra al quarto piano della questura di Milano. Così la storia. La rivista, proprio grazie alla Volontà – attitudine cara agli anarchici – e al contributo fondamentale di Paolo Finzi, tra coloro che si trovavano in questura la notte in cui Pinelli venne giù, la rivista, dicevamo, esattamente grazie alla fermezza e le disponibilità materiali di Paolo, cui andavano aggiunti gli abbonamenti sostenitori e le contribuzioni giunte dei compagni, sul giornale definite “i nostri fondi neri”, ha potuto esistere e resistere circa mezzo secolo.

Finché, mesi addietro, Finzi ha deciso di mettere fine alla propria vita, drammaticamente, suicidandosi; con la sua morte anche la storia di “A” sembra cessare, sia detto nonostante il conflitto in atto interno alla redazione, tra coloro che ritengono si debba chiudere le pubblicazioni rispettando la volontà di Finzi e chi reputa invece che il giornale debba resistere, come fiaccola in memoria di tutti i compagni e innanzitutto proprio di Paolo Finzi. Ha scritto Enrico Finzi, sociologo, congiunto: «Dedico questo post alla memoria di mio fratello Paolo. E lo faccio sull’onda dell’indignazione, dopo aver letto il comunicato della redazione che annuncia la chiusura di “A-rivista anarchica” adducendo come motivo il rispetto della volontà testamentaria di Paolo che “A” non proseguisse. Si tratta d’un falso: mio fratello non ha scritto alcunché in merito». La notizia della possibile chiusura fa precipitare il sipario su quarantanove anni di vita del giornale.

Non sappiamo quali saranno gli esiti della querelle, se la grande “A” della testata comparirà ancora o piuttosto dovremmo immaginarla archiviata nel catasto magico-politico della pubblicistica libertaria nazionale, come è accaduto già con “Volontà”, divenuta infine nella sua fase declinante “Libertaria”. Di sicuro insieme ad “A” verrà meno l’attenzione a qualcosa cui forse nessun altro giornale ha mai prestato sguardo: le esperienze di autogestione, la realtà carceraria con le testimonianze di Carmelo Musumeci, gli anarchici nella Resistenza con le Brigate “Bruzzi- Malatesta”, il racconto delle realtà etno-culturali particolari e ogni altra popolazione nomade. Personalmente, fin quando ho potuto sono stato orgoglioso di collaborare con “A” e ancora condividere l’amicizia di Paolo Finzi, sentendomi felice, come lo era Albert Camus consegnando il suo pensiero a “Le Monde libertaire”, il giornale degli anarchici francesi.

A Finzi devo la condivisione di molte parole, fra cui una mia confessione: certe volte, caro Paolo, penso che sarebbe davvero meraviglioso poter essere anarchici, purtroppo non riuscirò mai ad abbandonarmi pienamente alla bandiera nera, e questo perché riconosco sovente in molti di essi un tratto manicheo e settario che, ai miei occhi d’ex comunista, appare infine inaccettabile. Per tali ragioni sono stato felice di leggere in occasione della morte di Valpreda una riflessione tutt’altro che agiografica, nella quale Paolo descriveva i limiti e le carenze dello stesso Pietro, grande prova di laicità. In quali altri giornali sarebbe possibile trovare le gemme di rivolta e di ascolto lette in quasi cinquant’anni sul giornale che, pensandoci bene, ho perfino contribuito a diffondere. Viva “A rivista anarchica”! Dimenticavo: Fabrizio De André è stato tra i compagni di strada del giornale, “signora libertà, signorina anarchia”, suggeriva…

© Riproduzione riservata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *