Quali sono i confini tra fede e istituzioni? Dialogo tra un non credente e un religioso

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C’è un passo del Vangelo, caro Monsignore, che non mi ha mai convinto. Famosissimo: “Date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio”. A me sembra quasi una risposta diplomatica. Un incitamento, ai cristiani, a trovare degli spazi per la religione senza disturbare il potere politico. Non è così? Che vuol dire separare la sfera di Dio da quella del potere costituito degli uomini? Che non è legittimo mettere in discussione il potere costituito? Che la religione è un fatto che riguarda i rapporti diretti tra singolo e divinità e non passa, orizzontalmente, nella società? E quindi, in qualche modo, esclude l’impegno diretto del cristiano in politica – dico del cristiano in quanto cristiano: con la sua visione del mondo e con le sue idee cristiane. Intendiamoci: io sono favorevolissimo alla laicità della politica. E in quanto non credente ritengo la politica un impegno che se risponde all’etica risponde esclusivamente a un’etica laica. Ma se Dio dovesse esistere (perdona il congiuntivo…) per quale ragione mai dovrebbe disinteressarsi al modo nel quale sulla terra si elaborano e si affermano, o si negano e si combattono, i valori che fanno riferimento a lui?

Piero Sansonetti

Caro Direttore, sono stati scritti fiumi di inchiostro sull’affermazione evangelica che richiami. Forse non poteva che essere così. La questione tra Dio e Cesare è ritornata continuamente nel corso di questi ventuno secoli di storia. Negli ultimi due secoli la dialettica si è concentrata sui rapporti tra la Chiesa e lo Stato: la prima confinata nel privato e lo Stato nel pubblico, definito “laico”. Ultimamente, alcuni intellettuali, a seguito della crisi delle ideologie, parlano di società post-secolare, nella quale la religione può invece aiutare la costruzione della città dell’uomo. Intellettuali come Giuliano Amato – lo cito perché più volte ho dialogato con lui su questi temi (Dialoghi post-secolari, Venezia 2006) – ritengono che la religione ha addirittura una “marcia in più” per l’edificazione di una società a misura umana. Ovviamente all’interno di un orizzonte di valori accettato e rispettato da tutti.

Il tuo invito lo iscriverei in questa prospettiva: la fede deve spingere i credenti a coinvolgersi nella edificazione della città dell’uomo. La laicità – in questo contesto – indicherebbe più un metodo che un contenuto. Ossia il metodo di una “politica” (nel senso di costruzione della polis) che coinvolge tutte le realtà e le culture presenti nella “città” (Paese) in vista della edificazione del bene comune. Nessuna realtà ne è padrona. Ogni fondamentalismo, religioso o laico che sia, è così scongiurato. In sintesi: ai credenti come ai non credenti viene chiesto di immettere nell’impegno per l’edificazione della città il meglio della fede oppure il meglio della tradizione umanistica.  Ma veniamo all’affermazione evangelica. È chiaro l’intento di voler “ingabbiare” Gesù in una polemica politica propria della Palestina del tempo sotto il giogo di Roma. La risposta di Gesù non nega il diritto di Cesare ma afferma il primato del “regno di Dio”. Sappiamo che la predicazione del “regno di Dio” è il cuore della predicazione evangelica.

Il “regno” – quello di cui parla Gesù – è un nuovo modo di vivere e di rapportarsi tra gli uomini ove solo Dio è il sovrano e tutti sono fratelli e sorelle. Non c’è nessun Cesare in questo regno che possa vantare diritti sugli altri. Ed è un “regno” tutt’altro che astratto. È inscritto nella storia, e non è di proprietà di qualcuno. Se non di Dio. Cesare, da parte sua, può e deve governare la città degli uomini nella sua dimensione anche politica. Ma la storia è più larga,


È illuminante quanto scrive il Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne di oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et Spes n.1). La Chiesa è amica della Città, spende la sua vita dentro le sue pieghe. Se i credenti ne restassero estranei tradirebbero la loro stessa fede. Un grande teologo contemporaneo, Henri De Lubac, scriveva: «La fede non è un deposito di verità morte, che si mettono rispettosamente “da parte”, per organizzare senza di esse tutta la vita… Per conservarsi soprannaturale, la carità non è costretta a farsi disumana: come lo stesso soprannaturale non si concepisce se non si incarna. Colui che si sottomette alla sua legge, lungi dal liberarsi con ciò dai suoi legami naturali, mette al servizio della società di cui la natura l’ha fatto membro, un’attività tanto più efficace, quanto più libero ne è il principio» (Cattolicismo, p.278).

La Chiesa non ha la missione di governare la città dell’uomo: come se questo fosse uno strumento necessario per compiere la sua missione (è la terza tentazione di Gesù). E Cesare peraltro non deve immaginarsi come sostituto di Dio (è l’errore della secolarizzazione nichilistica e anti-religiosa). Come Dio non ha il progetto di sostituirsi a Cesare (è l’errore del fondamentalismo etico e religioso). Il fine della Chiesa – che vive comunque con responsabilità dentro la storia – è oltre i confini della storia. Per questo la sua vita è paradossale: dentro la città, eppure oltre le sue mura. Mentre infatti si mischia nella vita della città, non si identifica in essa. Una cosa sappiamo noi cristiani: giungeremo alla città del cielo solo se abiteremo quella della terra, per trasformarla, renderla migliore, più giusta, più umana, meno violenta. La Chiesa non esaurisce perciò il suo servizio nell’orizzonte storico, e tuttavia ogni bene che nella storia può essere sperimentato e goduto, compreso il bene della città, è tutto interno al bene che la Chiesa è chiamata a servire.

La Chiesa e la Città, pertanto, non sono chiamate a fronteggiarsi: esse sono in intima relazione, quasi “interne” l’una all’altra. Parlo soprattutto della storia del nostro Paese e dell’Occidente in generale. La storia della Chiesa è intima a quella della Città. Ma le due storie non si identificano del tutto. Anche se nella città tutti fossero cristiani, la Chiesa ne rimarrebbe distinta. Potremmo iscrivere in questo contesto anche la frase evangelica: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, e, in certo modo, una laicità positiva. La Chiesa non può sostituire la Città degli uomini, è però ad essa congeniale. Ma anche la Città – la storia dell’Occidente lo evidenzia – è intimamente connessa alla Chiesa, al di là del numero dei cristiani che la abitano. Infatti, il bene di cui la Chiesa è a servizio contiene il bene di tutti e si spende perché chiunque nella città possa vivere determinandosi liberamente. La libertà della città non è un limite all’azione della Chiesa ma un dono, anche storicamente accertabile, che il cristianesimo ha fatto all’umanità e che, pur con tutti i limiti e inadempienze, continua a fare.

E in questo tempo nel quale tutti stiamo vivendo un difficile momento della storia, per i profondi cambiamenti sociali, economici e culturali, la Chiesa è chiamata a spendere le sue energie migliori – si può leggere in questa prospettiva l’ultima enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” ne vediamo l’afflato sociale anche nella sezione dedicata all’impegno politico – per edificarle sempre più come communitas. Di fronte allo spaesamento che la globalizzazione provoca è urgente impegnarci ad allontanare dalle nostre città chiusure e ripiegamenti per vivere una più robusta identità fatta di radicamento e di apertura al mondo. C’è un aspetto che vorrei infine per lo meno accennare. La Chiesa è chiamata a svolgere nella Città anche quel compito che potremmo chiamare di “relativizzazione” dei poteri, sia politici che economici, scientifici o tecnici, a volte persino religiosi, perché nessuno di essi pretenda di essere assoluto. L’esserci della Chiesa desacralizza, “laicizza”, ogni potere, destituendolo da ogni pretesa sintetica e riportandolo a strumento di azioni misurabili, valutabili, imputabili.

Questo dice l’insegnamento sociale della Chiesa quando asserisce il concetto di sussidiarietà. E questo oggi, in Italia e in Europa, significa criticare ogni pretesa di sovranità assoluta, inclusa quella della politica che si fa Stato. L’ambito della “politica” infatti è ben più vasto di quello dei partiti e richiede l’impegno di tutti i cittadini e di tutte le realtà vitali della città. Per questo va “criticata” ogni chiusura e inamovibilità, ogni irresponsabilità e ogni “investitura” nell’esercizio dei pubblici poteri, politici o di altro ordine, pensati sullo schema ereditario. Del resto la stessa Scrittura, ed in particolare il Nuovo Testamento, ci propongono un’idea di poteri che reciprocamente si controllano e si limitano e lo spazio di questi poteri è per l’appunto la Città.

La buona Città terrena è pluriforme e non uniforme, poliarchica e non monarchica, democratica e non autoritaria: è, diremmo oggi, una Città aperta, mai chiusa e, come amava dire don Luigi Sturzo, pervasa da “sano agonismo”. In questa Città nessun ceto e nessuna singola istituzione è addetta o arbitra del bene comune, che deve essere, invece, misura dell’operato di ciascun individuo e di ciascun gruppo. La Chiesa stessa non può arrogarsi il compito della sintesi, semmai – ed è avvenuto spesso nella storia, penso agli ultimi anni della secondo conflitto mondiale in Italia o anche durante le rivolte contro il comunismo in Polonia e in altri paesi ancora – si pone come spazio di libertà perché tutti possano radunarsi e decidersi per una città plurale e democratica.

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