Putin malato? Forse. Ma guai a pensare che la Russia cambi

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Perché si torna a parlare della malattia di Putin proprio in questo momento? Veri o falsi che siano, questi gossip tradiscono l’idea (sbagliata) di una Russia totalmente dipendente dal suo presidente. Il retroscena di Igor Pellicciari (Università di Urbino, Luiss Guido Carli)

Ha destato grande eco l’indiscrezione su una grave malattia che affliggerebbe Vladimir Putin a tal punto da costringerlo a prossime dimissioni da presidente della Russia. Come spesso accade, sono gossip che attecchiscono più sui grandi numeri della pubblica opinione; mentre molto meno interesse (per non dire dello stupore) suscitano nelle minoranze selettive degli osservatori di questioni russe. Abituati a questi scoop che raramente trovano riscontro, non vi fanno oramai più di tanto caso.

Lungi dall’occuparsi nel merito della veridicità di queste voci (duro compito del giornalista), all’analista restano riflessioni sul significato politico che riveste la loro insistente circolazione. E poi risalire semmai a ritroso con delle considerazioni sulla situazione politica in Russia; giacché un gossip sulla salute del suo presidente viene in ogni caso associato a un imminente (auspicato da alcuni, deprecato da altri) tracollo del Paese.

La principale considerazione – forse la più banale – non può non riguardare la sospetta tempistica di una indiscrezione di tale portata. O meglio, della forza con cui è stata rilanciata, proprio ora. Voci sullo stato di salute di Putin si sono rincorse negli anni, circostanza piuttosto frequente per ogni leader al potere da molto tempo (si vedano le simili indiscrezioni che di recente hanno riguardato Recep Tayyip Erdogan o Angela Merkel). È difficile non notare la concomitante uscita del gossip, peraltro in anteprima sui media anglosassoni, con il rocambolesco risultato delle presidenziali americane ed è naturale ipotizzare un collegamento tra i due momenti. Da questa prospettiva, si potrebbe pensare che davanti alla enorme pressione mediatica subita dal sistema istituzionale statunitense, tale da mettere in discussione la legittimità delle fondamenta democratiche dell’Occidente nel suo complesso, le cabine di regia della comunicazione abbiano cercato di deviare l’attenzione altrove. Un po’ come avviene in un esilarante episodio di Yes Prime Minister, commedia cult britannica degli anni Ottanta, quando il capo di gabinetto del primo ministro consiglia a questo di deviare le critiche dei media domestici con un’espulsione senza motivo di diplomatici sovietici.

Va riconosciuto che il Cremlino per il suo ruolo di aperto competitore internazionale (che peraltro non cerca di mascherare con retoriche di circostanza) è il target ideale di un’informazione occidentale particolarmente attenta a sottolinearne le numerose contraddizioni, senza sconti. Non esitando quando serve ad amplificarle. Né deve sorprendere la oramai relativa monotona difesa d’ufficio che il Cremlino in genere oppone a queste campagne di informazione negativa giacché esse stesse sono funzionali ad alimentare un mainstream speculare e opposto di Mosca nei confronti dell’Occidente. Che viene fatto oggetto di un constante sarcasmo che aiuta a compattare la opinione pubblica russa.

In questo scontro di informazioni polarizzate non soltanto si seguono trame consolidate ma si scelgono anche alcuni temi ricorrenti a tal punto da essere oramai degli evergreen; tra cui spicca quello del dominio incontrastato in Russia di un presidente-zar, uomo solo al comando. Nell’anno del declino del filone narrativo del Russiagate e di tutte le trame di intelligence collegate, non sorprende dunque che il principale gossip sul Cremlino torni a investire la figura di Putin.

Tra i paradossi del Covid vi è quello di avere indebolito i leader “forti” (come Donald Trump, Boris Johnson, Jair Bolsonaro) e, per converso, rafforzato – congelandoli nel loro ruolo – quelli deboli (come Emmanuel Macron, Pedro Sánchez, Giuseppe Conte). Eppure il presidente russo – pur subendo anch’egli un calo di popolarità dovuto alla pandemia e a un annus horribilis per il Cremlino – mantiene un’immagine di carisma decisionista ancora forte, soprattutto se raffrontata alla cronica assenza di simili leadership in Occidente. È comprensibile dunque che, per indebolire questa percezione, si punti a gettare sul presidente russo l’ombra di una particolare malattia come il Parkinson, che più di altre scalfisce il mito del self-control da silent man carismatico.

E pur tuttavia vanno sottolineate due considerazioni politiche interne legate a questo gossip sanitario. Il primo riguarda la evidente contraddizione tra le voci di una imminente uscita di scena di Puti ed una campagna informativa, promossa dalle stesse fonti, che nei mesi scorsi ha detto con insistenza critica che con le riforme costituzionali del 2020 egli si sarebbe garantito un ruolo da “zar a vita”. Se veramente egli fosse afflitto da una malattia neuro-degenerativa questa non parrebbe essere ancora in uno stadio avanzato. Il che potrebbe comunque garantire al presidente ancora un considerevole periodo al comando del Paese (come accadde per Giovanni Paolo II, cui fu diagnosticato un Parkinson ben prima della fine del suo pontificato).

La considerazione politica principale è che questo gossip tradisce – ancora una volta – l’idea implicita di una Russia totalmente “Putin-dipendente”: tra gli stereotipi che riguardano Mosca, quello che maggiormente negli ultimi due decenni ha impedito di coglierne la complessità del sistema politico. In realtà, come già abbiamo scritto su queste pagine, il principale tratto di sviluppo istituzionale della Russia negli ultimi 20 anni è stato il rafforzarsi di un’amministrazione del Presidente come vero perno e cuore pulsante di tutto il paese e garanzia di continuità del potere.

Con il suo carisma, Putin ha contribuito a rafforzare questa tendenza istituzionale, difficilmente reversibile, di cui lui per primo come presidente ha beneficiato e su cui, dovesse egli lasciare l’incarico, potrà fare affidamento chiunque ne sarà il successore. Avere troppo spesso semplificato la vita politica russa a risultante degli orientamenti umorali del presidente ha fatto dimenticare che il peso specifico di un vero impero (non solo russo) è di gran lunga maggiore di qualsivoglia imperatore (o zar) che se ne avvicendi al comando. E Putin di questo impero è prodotto più che ideatore. Conseguenza, più che causa.

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