Povertà, altri 400 milioni ai comuni per Buoni spesa. Assistenti sociali: “Meglio spendere per personale e interventi in base alle esigenze”

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L’Anci ha ottenuto dal governo della misura varata nel marzo scorso. Gianmario Gazzi, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali: “Non si intervenga di nuovo in modo emergenziale. Oggi le persone vanno in crisi per le spese impreviste ma non sanno a chi rivolgersi per avere un aiuto e anche quando arrivano al Comune le lista d’attesa sono infinite: dobbiamo investire sui professionisti”

| 22 Novembre 2020

Il 28 marzo scorso il governo annunciava lo stanziamento di 400 milioni di euro per aiutare con i buoni spesa le famiglie senza reddito a causa del lockdown. Secondo l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, da allora i buoni hanno raggiunto 4,3 milioni di persone, per un totale di un milione e mezzo di famiglie. A distanza di otto mesi e con l’Italia che ha imboccato nuovamente la strada delle chiusure gli amministratori locali avevano chiesto di rifinanziare quella misura. “Sono sempre di più le persone in difficoltà economiche e sarebbero di nuovo necessari i buoni spesa”, aveva detto Antonio Decaro, sindaco di Bari e presidente Anci. La risposta è arrivata con il decreto Ristori ter, approvato nella notte di venerdì dal consiglio dei ministri, che ha stanziato altri 400 milioni “per misure urgenti di solidarietà alimentare” da erogare ai comuni entro sette giorni dall’entrata in vigore del decreto. Una soluzione che accontenta i sindaci ma non trova d’accordo gli assistenti sociali: “Da maggio a novembre sono stati distribuiti tanti aiuti, se c’è ancora bisogno del buono per la spesa significa che nessuna di quelle misure ha funzionato”, riflette Gianmario Gazzi, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali. “Possiamo essere a favore di tutte le misure assistenziali, ma serve una programmazione seria e professionisti che diano gambe e testa ai progetti. Quei fondi andrebbero spesi per il personale e utilizzati per interventi mirati in base alle esigenze delle persone. Una misura emergenziale come quella del buono alimentare in questa fase non ha senso”.

Roma in testa con 200mila persone raggiunte, Napoli seconda – Per conoscere l’impatto della misura sul territorio la scorsa primavera l’Anci ha rilevato l’impiego del bonus in 51 capoluoghi di provincia dove vivono circa 13 milioni di persone. Gran parte dei Comuni, circa due su tre, ha erogato contributi tra 200 e 400 euro, e la metà ha integrato le risorse statali con donazioni private. Roma è in testa con circa 200mila persone raggiunte e un contributo statale di 15 milioni di euro. Segue Napoli, con 108mila beneficiari a fronte di un contributo totale di 7,6 milioni. Milano, che ha ricevuto poco meno, ha raggiunto “solo” 37.500 persone. Prima troviamo Palermo, dove in 80mila hanno ricevuto il buono, e Genova, con circa 53mila persone raggiunte. La quota più alta di beneficiari in rapporto alla popolazione, poi, si registra nelle città del Sud: al primo posto Palermo, dove oltre il 12 per cento dei residenti ha ricevuto il buono, e Napoli (11 per cento) seguite da Bari, dove il bonus ha raggiunto circa una persona su 10. In fondo alla classifica ci sono Milano e Venezia, con meno del quattro per cento.

Anci: “Domande anche da commercianti e piccoli imprenditori” – In marzo quella pioggia di denaro aveva spiazzato gli amministratori locali. “I comuni non erano attrezzati, ma ora potranno utilizzare i sistemi e le piattaforme implementate nei mesi scorsi”, dice Edi Cicchi, presidente della Commissione welfare dell’Anci e assessore a Perugia. A mettere in difficoltà gli enti locali, nella prima fase, era stato anche l’altissimo numero di domande: “Le richieste arrivavano anche da commercianti e piccoli imprenditori perché in quel momento non c’erano altri contributi”. In questi mesi il governo ha introdotto diverse misure, dal reddito di emergenza ai bonus per gli autonomi, ma secondo Cicchi la crisi vissuta in primavera ha fatto emergere situazioni di povertà sconosciute ai servizi che stanno diventando croniche: “Dopo il primo lockdown ci eravamo illusi di essere usciti da quella situazione, ma non è così. Per questo abbiamo chiesto di porre grande attenzione su questo tema”.

Assistenti sociali: “Interventi mirati, la povertà non si risolve così” – Secondo gli assistenti sociali però il buono spesa non è la soluzione: “Quella misura emergenziale aveva senso nella fase del primo lockdown, quando non c’erano altri aiuti per una serie di categorie che perdevano reddito, ma dopo tutti i ristori di questi mesi non riesco a capirne la logica”, dice Gazzi. “Oggi le persone vanno in crisi per le spese impreviste, l’affitto, le bollette. Con 400 milioni si può fare tantissimo, considerando che il fondo annuale per le politiche sociali è di 390 milioni. I Comuni dovrebbero avere le risorse per fornire servizi mirati e intervenire dove necessario”. Le carenze sono anche nel personale: “Molti non sanno a chi rivolgersi per avere un aiuto e anche quando arrivano al comune le lista d’attesa sono infinite perché non c’è personale, per questo sarebbe meglio investire sui professionisti”. Per Gazzi è necessario anche riflettere sulla scelta del buono alimentare in relazione al reddito di cittadinanza: “L’aiuto per la spesa può integrarlo, ma dipende dalle singole situazioni e per valutarlo servono personale e progetti alternativi. Non si risolve sempre tutto mettendo soldi in tasca o dando buoni per fare la spesa”.

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