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Trovato l’accordo in Ue, ora è il momento dell’Italia e della sua classe dirigente. Serve una riforma della Pubblica amministrazione ampia e profonda, che non si limiti a rimuovere gli ostacoli a chi fa impresa. E poi tanto green, digitale e istruzione. Ma non solo. Intervista all’economista, vicepresidente di Cdp e a capo della Fondazione Economia Tor Vergata

L’Europa ha fatto la sua parte, ora tocca l’Italia. Ieri sera il Consiglio europeo riunito a Bruxelles ha finalmente raggiunto l’accordo per il bilancio pluriennale che guarda al 2027, senza il quale non sarebbe stato possibile mettere in moto il Recovery Fund. Anche e soprattutto grazie alla mediazione tedesca, decisiva nello sgretolare il muro di Polonia e Ungheria, contrarie a legare l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto. Adesso, il Recovery Fund può davvero entrare in azione e l’Ue cominciare a elargire le prime robuste tranches di prestiti e sussidi ai Paesi in difficoltà.

E qui viene il difficile. Il governo Conte ha sì predisposto e approvato in Consiglio dei ministri un corposo documento (125 pagine) che mira a stabilire dove, come e quanto investire. Ma non si è ancora attrezzato con quella cabina di regia chiamata a fungere da centralina del Recovery Fund. Argomento che sta facendo discutere e non poco la maggioranza, a cominciare dalle minacce di Italia Viva. Ma resta il problema di una plancia di comando che ancora manca. E, soprattutto, l’assenza della risposta a una domanda di fondo: come evitare di buttare i soldi, sport in cui l’Italia è specialista? Qualche suggerimento lo ha dato, Luigi Paganetto, economista, vicepresidente di Cassa Depositi e Prestiti e anima della Fondazione Economia Tor Vergata.

Paganetto, nell’ultimo Consiglio europeo dell’anno l’Ue ha raggiunto uno storico accordo, per dirla con le parole del premier Conte, sul Recovery Fund. Ora però tocca all’Italia…

L’idea che nel post-Covid occorra aumentare produttività e crescita guardando al medio-lungo periodo è un’esigenza da tutti condivisa. Il punto è però come realizzarla. Nella bozza di Piano nazionale di Recovery and Resilience della presidenza del Consiglio messa in circolazione da qualche giorno l’inadeguatezza della crescita viene ricondotta a problemi strutturali che vanno affrontati investendo sulla scuola e sulla formazione, rimuovendo allo stesso tempo gli ostacoli che impediscono alle imprese di crescere.

Si tratta di un’indicazione sufficiente ? Proviamo a dare una risposta.

Non c’è dubbio che il miglior funzionamento della giustizia e delle Pa aiuterebbe e le relative riforme vengono citate come necessarie. D’altronde l’Europa ce lo chiede da tempo e a gran voce. Ma guardiamo al merito. La riforma della giustizia all’esame delle competenti commissioni del Parlamento, tema che abbiamo segnalato in un documento del nostro Osservatorio sulla produttività e il benessere non è quella che servirebbe se si vogliono migliorare tempi e certezza delle decisioni in materia civile del nostro sistema giudiziario.

E allora, quale è il grimaldello per velocizzare l’impiego delle risorse in arrivo dall’Europa?

Ridurre gli ostacoli all’attività d’impresa è importante. Ma fa largamente parte di quella riforma della Pa che pur se citata non viene messa in chiaro. Non va poi dimenticato che il nostro problema, come ci dice l’esperienza dell’uso dei Fondi strutturali per le aree in ritardo del nostro Paese e’ quello delle difficoltà che abbiamo avuto nel rispetto dei tempi di esecuzione delle opere. E la Commissione mostra di voler sorvegliare con molta attenzione questo aspetto.

Paganetto, l’Italia ha anche un problema di debito. E prima o poi dovrà intraprendere un sentiero di discesa, ne conviene?

Sì. Va detto che l’aumento del tasso di crescita del Pil non significa solo maggior benessere ma anche capacità di restituire il debito. E anche se è assai probabile che verranno abbandonate le vecchie regole in materia di debito e deficit ,non bisogna dimenticare che già si discute in Europa come sostituirle ed una delle ipotesi cui si sta lavorando è che i paesi dell’Ue possono aumentare anno per anno il debito solo nella misura in cui riescono ad aumentare il proprio Pil. Anche se oggi è necessario gestire l’emergenza occorre guardare al futuro del nostro debito.

Chiaro. Ma nel concreto, dove e come puntare oltre 200 miliardi di fondi?

L’aumento della produttività deve essere la nostra stella polare. Ma deve essere detto come si realizza Ed è assai difficile credere che l’Italia dopo un ventennio di produttività stagnante sia capace di realizzare da se l’obbiettivo del governo che e’ un raddoppio del tasso di crescita del Pil . Tanto più che il Recovery tende per sua natura ad essere una somma di piani nazionali simili a quelli previsti per i fondi strutturali senza il beneficio degli aumenti di produttività che nascono quando si sfruttano le interazioni e i benefici di lavorare a livello comunitario.

Dunque?

Posto che il problema italiano, ma anche quello dell’eurozona è aumentare la produttività sembra quasi impossibile che questo risultato, finora perseguito solo a parole, si traduca in fatti con il Piano italiano. Ecco perché è essenziale puntare su aree progettuali cui possano partecipare imprese che siano competitive sui mercati europei ed esteri, puntando, in particolare nel caso di green e digitale.

Green economy e digitale sembrano essere gli assi portanti del piano di aiuti europeo. Consigli per l’Italia?

L’Europa, con il NextGeneration Eu, ha preso decisamente una strada diversa dal passato associando alla scelta concorrenziale, che rimane la sua stella polare, una politica industriale che nel passato aveva sempre tenuto a distanza .Intende concentrarsi su green e digitale (ben 57 % del totale sui fondi) . L’idea che sta a fondamento di questa scelta è che per nel mondo della competizione globale conta sempre di più la leadership tecnologica e l’innovazione. La constatazione da cui ci simuove è che tutti gli indicatori indicano al riguardo un forte differenziale a svantaggio della Ue, non solo rispetto ad Usa e Cina ma ora anche rispetto all’Asean soprattutto dopo la firma del Rcep (il nuovo spazio commerciale dell’Asia-Pacifico, ndr). La sfida da affrontare nei prossimi anni richiede dunque non tanto l’adozione di una particolare tecnologia, sia pure green, ma quella dell’ibridazione dell’economia con le nuove tecnologie. Tra di esse ha un posto particolare il digitale che per la sua natura general purpose ha la capacità, come accadde a suo tempo con l’elettricità, di produrre un cambiamento generalizzato nelle attività di produzione e servizio. Ne sono esempi la mobilità e i trasporti, la sanità a distanza, l’internet delle cose.

Come calibrare al meglio le scelte di investimento, una volta che i fondi saranno arrivati?

Se i vuole procedere sulla strada cui punta la Commissione che è quella di spingere, attraverso l’innovazione, la competitività e la produttività totale, che sono stagnanti nell’eurozona e ancor più in Italia, occorre fare molta attenzione alle scelte di investimento e alla distribuzione nel tempo dei loro benefici competitivi: è ben noto che la transizione energetica sarà associata a grappoli d’innovazione legati nel breve al risparmio energetico che è un obbiettivo prioritario per la Ue. Così come non c’è dubbio che per l’energia si punta ad un futuro ad idrogeno. Ma non va dimenticato che la transizione avverrà per molti anni a venire con la sostituzione dell’oil con un’altra energia, il gas metano. L’associazione tra green ad innovazione può prendere varie forme così come il risparmio energetico. Quest’ultimo è atteso , ad esempio, dall’adozione del 5 G in sostituzione del 4 G.

Già, la tecnologia. Qui servirà una bella spinta alla ricerca, Paganetto…

Sì. Occorre favorire la R&S con interventi che incentivino le imprese ad aumentare i loro investimenti in questa direzione . Collaborazioni con Francia e Germania su big data, cloud computing e supercalcolo sono essenziali. Per realizzare programmi di trasferimento tecnologico e iniziative di venture capital vincenti non c’è bisogno di inventarsi niente. Basta veder quel che ha fatto la Francia negli ultimi anni, con molto successo e senza aiuti europei. Progetti per sanità a distanza, agritech, rigenerazione urbana e idrica sono essenziali.

Una lunga lista di azioni. Che cosa manca ancora?

In materia di lavoro, la nostra scelta a favore del blocco dei licenziamenti non è accompagnata da progetti di formazione capaci di rimediare alla insufficienza degli skills che saranno richiesti dal mercato e che mancano nelle imprese in difficoltà. In questo quadro la scolarità ,valore in sé ,diventa una priorità da sostenere con incentivi alle famiglie a basso reddito che assicurino la partecipazione dei figli ad attività di formazione.

Il governo vorrebbe puntare forte anche sul Mezzogiorno. Sarà la volta buona?

L’intervento a favore del Mezzogiorno, oggi lo si riconosce, deve essere in linea e parte del progetto Italia .Occorre perciò pensare ad una politica che, diversamente dagli orientamenti che essa in effetti ha, non sia centrata sulla riduzione degli oneri fiscali per ridurre il costo del lavoro al Sud e rendervi conveniente l’attività d’impresa. Ne ha senso quella politica di industrializzazione per poli che aveva ragione di essere quando essa era resa necessaria dalla mancanza di un tessuto economico cui appoggiare l’attività delle nuove imprese. Oggi va realizzata un’ibridazione delle attività in essere incentivando le imprese già in essere o in avvio ed investimenti in linea con industria 4.0 . Il caso di Ilva e quello di Bagnoli possono essere affrontati in quest’ottica e vanno risolti.

Famiglia e sanità. Due capisaldi di un welfare State degno di questo nome. Anche qui il Recovery Fund potrà dare quell’accelerazione che manca da tempo?

Il tema demografico e fondamentale per il futuro. Non è detto che essa debba essere affrontato come ha fatto la Germania acquisendo un milione di migranti scolarizzati come è il caso dei siriani, ma di certo va indicata fin dora la strada da percorrere in tema di invecchiamento della popolazione. Intanto provvedendo al sostegno delle famiglie e consentendo loro quella scolarità che è il fondamento domani degli skills necessari a un’economia dominata da tecnologia e competenze. Non è un caso se l’Europa ha intestato i suoi provvedimenti a Next Generation. E non va trascurato l’aumento delle disuguaglianze che assieme ai benefici nascono dallo smart working, come ha segnalato il Fmi che pure non è avvezzo ad occuparsi di questi aspetti.

La sanità…

Il futuro anche dopo pandemia e vaccini significa investire sulla sanità di cui sono venuti in evidenza i limiti a livello di assistenza sul territorio essenziale per la sicurezza dei cittadini. Non bastano certo 9 miliardi per affrontare i problemi del nostro sistema sanitario il cui buon funzionamento è la premessa necessaria alla riduzione di quella incertezza e insicurezza necessaria per un normale funzionamento dell’economia.

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