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Omicidio Cerciello, arriva la sentenza: ergastolo per Elder e Hjorth. Il legale della famiglia: «Sentenza severa per delitto atroce»

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Dopo 13 ore di camera di consiglio, la Prima Corte d’Assise di Roma ha deciso. I due ragazzi di origini statunitensi Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth accusati dell’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega sono stati condannati all’ergastolo. Presenti in aula i familiari del militare, tra cui la moglie Rosa Maria Esilio. Dopo la sentenza Rosa è scoppiata in lacrime e ha detto: «È stato un lungo e doloroso processo. Questo non mi riporterà Mario. Non lo riporterà in vita, non ci ridarà la nostra vita insieme. Oggi è stata messa la prima pietra per una giustizia nuova. L’integrità di Mario è stata dimostrata nonostante da morto abbia dovuto subire tante insinuazioni». Franco Coppi, legale della famiglia, ha aggiunto: «Una sentenza severa ma corrispondente al delitto atroce che è stato commesso. È una pena adeguata alla gravità del fatto per i due imputati, non hanno dato alcun segno di pentimento».


Opposto il giudizio di Renato Borzone, l’avvocato di Elder: «Questa sentenza rappresenta una vergogna per l’Italia con dei giudici che non vogliono vedere quello che emerso durante le indagini e il processo. Non ho mai visto una cosa così indegna. Faremo appello: qui c’è un ragazzo di 19 anni che è stato aggredito». Per Fabio Alonzi, il legale di Hjorth, questo processo non è finito qui: «Una sentenza che non scalfisce la nostra convinzione che Gabriel Natale Hjorth sia assolutamente innocente. Leggeremo le motivazioni ma faremo sicuramente appello». I giudizi hanno disposto anche un milione di euro a titolo di provvisionale, oltre che due mesi di isolamento diurno per i due condannati.

La vicenda

Nella notte tra il 25 e il 26 luglio 2019 il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega viene ucciso a Roma. Nel giro di 24 ore due studenti americani, Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, vengono rintracciati e accusati di omicidio e tentata di estorsione. Per settimane, e anche oggi, a distanza di due anni, le zone d’ombra di quella notta continuano a essere molte.

Il furto

Dalle prime ricostruzioni era emerso che i ragazzi avessero rubato un borsello al mediatore, Sergio Brugatelli, il quale gli aveva indicato uno spacciatore che – invece di vendere loro cocaina – aveva dato ai ragazzi medicine sbriciolate al prezzo di 80 euro. Per ripicca, i due ragazzi avevano rubato lo zaino di Brugiatelli per poi restituirglielo in cambia dei soldi e della cocaina. Arrivati al luogo dell’incontro – senza lo zaino – i due studenti non avevano però trovato il mediatore, ma due uomini in borghese che da subito si erano identificati come due carabinieri. In quel momento, Natale Hjorth, non avendo dimestichezza con autorità in borghese, e avendo paura per la sua incolumità, tenta la fuga e spintona uno dei due agenti. Nello stesso momento però, Elder pugnala l’altro carabiniere, Mario Cerciello Rega. Un fatto che Elder confesserà all’amico solo una volta essere tornati in albergo. L’arma del delitto rimane quindi nella stanza d’albergo.

La pistola

Tra le zone d’ombra su quella notte c’è quella che riguarda la pistola d’ordinanza che Cerciello non aveva con sé. «L’abbiamo trovata nel suo armadietto in caserma», aveva chiarito il generale Francesco Gargaro, comandante provinciale dei carabinieri. Più tardi si scoprirà come, anche il compagno in servizio con lui, Andrea Varriale non era armato. In un primo momento Varriale aveva dichiarato di avere con sé l’arma. Un’affermazione risultata poi non vera. Successivamente, era stato lo stesso Varriale a chiarire che non avevano portato l’arma per praticità: «Non mi è mai capitato di doverla usare nel servizio nella zona della movida».

Il ragazzo bendato e ammanettato

Il 26 luglio Christian Gabriel Natale Hjorth viene interrogato nella caserma dei carabinieri di via in Selci. Iniziano a circolare foto dell’interrogatorio – dove non era presente un avvocato – che lo ritraggono bendato e ammanettato. Sulla vicenda parte prima un’indagine interna, e successivamente a metà dicembre del 2019 la procura di Roma chiude le indagini e accusa il carabiniere Fabio Manganaro di aver adottato «misura di rigore non consentita dalla legge».

La difesa dei due ragazzi

Inizialmente, i due ragazzi americani avevano dichiarato che Cerciello Rega e il compagno Varriale non avevano detto di essere due carabinieri. Un fatto che avrebbe potuto attenuare la posizione dei ragazzi. Ma dall’informativa depositata successivamente dai carabinieri del nucleo investigativo è emerso invece come i due uomini avessero dichiarato immediatamente di appartenere all’Arma.

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