Non è l’Arena, va in onda la faida tra i manettari: da un lato davighiani dall’altro dimatteisti

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Lo scontro in tv

Tiziana Maiolo — 27 Ottobre 2020

Non è l’Arena, va in onda la faida tra i manettari: da un lato davighiani dall’altro dimatteisti

Altro che il più puro che ti epura. Qui ormai, nel piccolo regno delle manette, si danno del mafioso l’uno con l’altro. Era inevitabile. Parte lancia in resta il giornalista “antimafia” Gaetano Pedullà che scaglia contro Massimo Giletti l’accusa più infamante: «Amico delle cosche!». Eh sì, perché il conduttore di Non è l’Arena sta dalla parte di Nino Di Matteo, il che agli occhi della corrente davighiana-travagliesca equivale ormai a stare con la mafia. La logica è quella: se non sei con me sei un nemico, e se sei un nemico non puoi essere che un mafioso. E il pubblico ministero della Trattativa è quindi diventato una specie di Totò Riina da quando ha tradito il suo mentore Piercamillo Davigo votando per il suo pensionamento totale, cioè non solo fuoruscita dalla magistratura ma anche dal Csm?

Di Matteo è uno con la memoria lunga. Ha aspettato due anni a tirar fuori dalla gola un nocciolino che non andava né su né giù. E ha dichiarato guerra ad Alfonso Bonafede. Perché Luigino Di Maio nel 2018 gli aveva promesso proprio quel ministero di giustizia che poi darà invece al proprio amico siciliano Fefé. Il quale a sua volta, dopo il giuramento da guardasigilli, prenderà in giro il magistrato più scortato d’Italia offrendogli e poi sottraendogli un bocconcino ancor più succulento. Quella presidenza del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che vuol dire un impero di 191 carceri, con un bilancio di due miliardi e settecento milioni di euro, con 36.000 agenti di polizia penitenziaria da governare, oltre a quel reparto speciale di non ottima reputazione che si chiama Gom e che controlla i detenuti per reati di mafia. E vogliamo buttare quei trecentomila euro di stipendio che non hanno mai fatto arrossire nessun grillino e neanche Bonafede, mentre agitava lo scalpo di qualche vecchietto ex parlamentare con un vitalizio da quarantamila euro? E quella clausola per cui, in caso di interruzione prematura del rapporto, lo stipendio viene garantito fino alla pensione?

Naturalmente non era al potere né al denaro che pensava il magistrato più coraggioso d’Italia quando aveva deciso di accettare l’incarico. Lo avrebbe fatto per spirito di servizio. Ma gli fu impedito, perché il ministro gli fece lo sgambetto preferendogli – a lui che aveva creato addirittura il processo Trattativa – l’oscuro Basentini. E proprio nei giorni in cui dalle carceri speciali i mafiosi più mafiosi di tutti bestemmiavano e imprecavano perché si era sparsa la voce, qualche giornale ne aveva parlato, dell’arrivo di Di Matteo al Dap. Ovvio che Bonafede sia finito sul banco degli imputati. E la piccola compagnia di giro di Non è l’Arena – oltre a Massimo Giletti, Luigi De Magistris, la giornalista Sandra Murri, a volte il pm napoletano Catello Maresca – è compatta al suo fianco, puntata dopo puntata. Una vera campagna elettorale al fianco del consigliere del Csm (per merito di Davigo) che l’ha giurata («mi difenderò con il coltello tra i denti») a Bonafede e aspetta vendetta. Gli amici del magistrato più scortato d’Italia puntano abbastanza esplicitamente a far dimettere il ministro di giustizia proprio come il suo protetto Basentini, attaccato sul fronte professionale come su quello personale.

In una famosa serata del 4 maggio l’ignaro ministro aveva osato fare una telefonata alla cupa combriccola, aspettandosi quasi dei complimenti perché aveva saputo liberarsi del suo amico capo del Dap dopo tutte le gaffe sulle cosiddette scarcerazioni dei boss. Era invece caduto nella trappola del magistrato più rancoroso d’Italia, il quale gli aveva sputato in faccia il nocciolino custodito in gola per due anni. E intanto le prefiche gli facevano coro. Il povero Bonafede non avrà più pace, da quella sera, strattonato dall’antimafia e dagli agguati dei cronisti di Giletti. Quel che aleggia da sei mesi a questa parte è che il ministro di giustizia abbia subìto una sorta di Trattativa, cedendo alla mafia. L’occhiuto Di Matteo quando sente quella parola sente addosso un prurito formidabile, una sorta di intolleranza alimentare. E, quando il coretto della sua compagnia di giro dice “ci vuole chiarezza”, oppure “il ministro deve rispondere”, e “non doveva permettersi di trattarlo così”, è come se sullo sfondo del palcoscenico brillasse la parola “mafia”. Lo si legge tra le righe ogni giorno sul Fatto quotidiano.

Memorabile l’editoriale dell’8 maggio a firma Marco Lillo, in cui pare quasi che i mafiosi che temevano l’arrivo di Di Matteo fossero poi gli stessi che “brindavano” al decreto “Salva Italia” del ministro per far scontare, in mezzo all’emergenza Covid, a casa gli ultimi diciotto mesi di pena. Gli stessi che esultavano per la circolare del Dap che chiedeva fossero segnalati i casi di malati nelle carceri. Aleggia intorno alla persona di Bonafede l’insulto più sanguinoso. Ma nel piccolo circo delle manette ce n’è ormai anche per lo stesso Di Matteo, da quando Marco Travaglio ha definito “sorprendente” il suo voto per la cacciata dal Csm di Piercamillo Davigo. Non pensando mai che il magistrato più coraggioso di nocciolini in gola ne avesse due. Perché l’ex pm di Mani Pulite non si era mai fatto sentire, mentre lui accusava e protestava. Perché mai (figuriamoci, il “dottor Sottile”!) aveva aperto la bocca per sostenere il suo amico. Il quale al Dap forse avrebbe potuto andarci anche nel 2020, una volta estromesso Bansentini. Meglio tardi che mai. Invece no.

Ecco perché l’altra sera Gaetano Pedullà ha gridato a Giletti: «Lei sta facendo un favore alla mafia», aggiungendo che Di Matteo, prima di poter essere difeso, prima di poter stare ancora nella famiglia dei più puri, avrebbe dovuto spiegare il suo voto contro Davigo, la sua seconda vendetta. Poi, come se le due cose fossero collegate, aveva concluso dicendo che “Basentini è una persona di elevatissima caratura”. Tiè, caro Di Matteo, quel posto lì proprio non lo meritavi. E forse, nel metterti contro Davigo, hai ceduto anche tu alla Trattativa. Così ormai sono accusati di essere “mafiosi” un po’ tutti, sia quelli che stanno con Di Matteo (il club di Giletti), che quelli che stanno con Bonafede e Davigo, il circolo di Travaglio. Arriveranno altri più puri dei puri e dei più puri?

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