Nino Di Matteo reintegrato nel pool Stragi. Il procuratore Cafiero De Raho ci ripensa e revoca il provvedimento di espulsione

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Nel maggio del 2009 il pm – ora eletto al Csm – era stato allontanato dal procuratore capo che gli contestava un’intervista rilasciata ad Atlantide. Sedici mesi dopo ci ripensa e revoca il provvedimento d’espulsione

| 26 Ottobre 2020

Nino Di Matteo è stato reintegrato nel pool della procura nazionale Antimafia che indaga sulle Stragi. Era stato escluso nel maggio del 2019 dal procuratore Federico Cafiero De Raho che gli contestava di aver rilasciato un’intervista sulla strade di Capaci alla trasmissione televisiva Atlantide. Dopo sedici mesi De Raho ci ha ripensato, ritirando il suo provvedimento di espulsione, e informando il Consiglio superiore della magistratura, che nel frattempo aveva aperto un fascicolo sulla vicenda. Il capo della procura di via Giulia ha preso carta e penna il 23 settembre scorso spiegando di voler evitare “aggravi procedurali e decisionali in un momento particolarmente delicato per la svolgimento delle funzioni e l’immagine della magistratura”. La VII commissione del Csm lavorava sul caso da mesi, secretando la pratica aperta: la decisione di De Raho rende dunque inutile decine di riunioni. Senza considerare che nel frattempo lo stesso Di Matteo ha lasciato la procura nazionale ed è stato eletto al Csm come consigliere togato.

De Raho accusava il suo sostituto di aver rivelato temi d’indagine durante l’intervista a La7. “Su quel tema si erano tenute ben due riunioni, con la presenza di vari procuratori distrettuali, si parlava di indagini, di interpretazione di alcune dichiarazioni e le dichiarazioni Di Matteo finiscono per toccare proprio quei temi”, ha sostenuto De Raho. “L’intervista era stata resa prima della riunione, e nella riunione non si era parlato di questo. E poi se avessi raccontato qualcosa di segreto rispetto alle riunioni penso sarebbe stato d’obbligo denunciarmi all’autorità giudiziaria“, ha detto invece Di Matto audito dalla commissione Antimafia.

Durante l’intevista il pm aveva parlato del ritrovamento, accanto al cratere di Capaci, di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti e di un guanto con Dna femminile; ma anche la scomparsa del diario di Falcone da un computer del ministero della Giustizia e infine l’ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio, un’organizzazione paramilitare, abbiano avuto un ruolo nella fase esecutiva della strage. Tutti riferimenti già noti: basta cercare con Google e si trovano decine di articoli su questi elementi che non sono affatto inediti. Perché dunque De Raho aveva espulso uno dei pm più esperti nelle indagini sui mandanti esterni delle stragi mafiose? Di sicuro c’è solo che il 26 maggio 2019, il giorno in cui il quotidiano Repubblica scrive prima di tutti della rimozione del pm siciliano, un altro sostituto della Dna, Cesare Sirignano, informa in diretta Luca Palamara, girandogli il link dell’articolo. Il leader di Unicost rispose: “Grande Federico”, riferendosi chiaramente a De Raho. Pochi secondi dopo Sirignano replica con uno laconico: “Noi siamo seri”.

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