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Il governo vietnamita ha rafforzato la campagna di arresti e repressione contro attivisti, giornalisti indipendenti, blogger e cittadini. Oggi vi sono almeno 150 persone condannate per la libertà di espressione, altre 15 in custodia cautelare in attesa di processo. Il Vietnam una delle quattro nazioni “chiuse” dell’Asia assieme a Cina, Laos e Corea del Nord.

Hanoi (AsiaNews/Agenzie) – Nell’anno in corso, caratterizzato dalla pandemia di Covid-19 e dalle misure predisposte per il suo contenimento, il Vietnam ha rafforzato la campagna di arresti e repressione contro attivisti, giornalisti indipendenti, blogger e semplici cittadini. È quanto denunciano attivisti locali e parenti dei detenuti, in concomitanza con la Giornata mondiale dei diritti umani che si celebra oggi, per commemorare la firma della Dichiarazione dei diritti umani il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale Onu delle Nazioni Unite. 

Secondo Amnesty International al maggio 2019 vi erano 118 prigionieri di coscienza. Un dato cresciuto nel 2020, come conferma il bilancio di Human Rights Watch (Hrw) che parla di “almeno 150 persone condannate per aver esercitato il diritto alla libertà di espressione o associazione, e che sono al momento in prigione”. Altri 15 sono detenuti in custodia cautelare in attesa di processo. 

Phil Robertson, vie-direttore per l’Asia di Hrw, sottolinea a Radio Free Asia (Rfa) che “il Vietnam ha uno dei peggiori indici in tema di diritti umani per tutto il Sud-est asiatico” per numero “di prigionieri politici” e per le condanne “al carcere di lunga durata”. “Vediamo persone – aggiunge – sbattute in carcere per 12, anche 14 anni per aver esercitato solo i diritti civili e politici o la libertà di espressione nel contesto di assemblee pubbliche pacifiche, o il diritto di associarsi senza il permesso del governo”. 

Nei giorni scorsi, alla vigilia della giornata mondiale, molti parenti di detenuti e prigionieri politici hanno denunciato le pessime condizioni carcerarie e gli abusi commessi dalle autorità fra cui aggressioni, visite negate e sorveglianza ripetuta. “Quando hanno arrestato per la prima volta mio marito – racconta Pham Thi Lan, moglie del prigioniero politico Nguyen Tuong Thuy – dal maggio al settembre dello scorso anno la polizia ha esercitato un controllo ossessivo verso di me, anche con pattugliamenti di fronte alla mia abitazione”.

Il marito, vice-presidente dell’Associazione giornalisti indipendenti del Vietnam (Ijavn), è stato arrestato per aver criticato il governo. Le autorità lo hanno incarcerato assieme ad altri due membri dell’associazione il 10 novembre scorso, per aver raccontato storie e rilanciato informazioni e materiale contrari alla Repubblica socialista del Vietnam, in base al famigerato art. 117 del Codice penale nazionale. Nguyen Tuong Thuy, Pham Chi Dung e Le Huu Minh Tuan rischiano pene fra i 10 e i 20 anni di galera, in caso di condanna. 

In un’altra vicenda di alto profilo, a settembre un tribunale di Hanoi ha condannato 29 imputati per il loro coinvolgimento in un violentissimo scontro per il possesso dei terreni, che ha causato la morte di tre agenti di polizia e di un leader della protesta nel comune di Dong Tam, alla periferia della capitale. Di questi, due hanno ricevuto condanne a morte, mentre altri hanno avuto tra i 10 e i 16 anni di carcere.

Per molti genitori anziani, le pene detentive di lungo corso significano non poter mai più rivedere i propri congiunti. Secondo un rapporto elaborato dagli esperti sud-africani di Civicus, una ong che si batte per i diritti umani, il Vietnam è una delle quattro nazioni asiatiche classificate come “chiuse” in termini di libertà e diritti civili assieme a Cina, Laos e Corea del Nord.

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