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Quanto di più da conoscere per migliorare la vita

miguel-angel-zotto-e-la-sua-visione-del-tango:-“e-un-sentimento,-una-filosofia-di-vita”

Che il tango sia “un pensiero triste che balla” non gli era mai andato giù in tempi di pace, quelli senza coronavirus e con tutti gli assembramenti, i teatri, i cinema, gli spettacoli e compagnia cantante che volevamo e che adesso sono vietati per via delle restrizioni anti-contagio. Miguel Angel Zotto non l’ha mai sopportata granché quella frase attribuita a Enrique Santos Discépolo. Adesso – adesso che la sua attività concertistica, la sua compagnia Tango X 2 e le sue accademie tra Milano, VeronaVenezia e Lugano sono ferme da mesi – la legge con altri occhi. Zotto, classe 1958, è tanguero di fama internazionale. Una rassegna popolare a Buenos Aires lo ha incoronato tra i tre più grandi di sempre con Virulazo e Juan Carlos Cope. È stato premiato in Campidoglio a Roma nel 1996. Molti lo ricorderanno per quel tango con Belén Rodriguez al Festival di Sanremo del 2011.

È cresciuto nel quartiere Vicente Lopez di Baires. Ha girato il mondo con il tango. E poi è tornato in Italia, vive a Milano. Tornato perché la sua è stata un’emigrazione al contrario rispetto a quella dei suoi bisnonni: la sua famiglia faceva Zotta di cognome, di Campomaggiore, in provincia di Potenza. È il paese della “Città dell’utopia”, dell’esperimento di socialismo reale dei Conti Rendina del XVII secolo. Dopo una frana nel 1885 il paese nuovo è stato costruito a cinque chilometri dal borgo antico. E dal borgo franato partirono i bisnonni di Zotto. “Il tango è la mia vita, è tutto. In questo momento mi manca”, dice a Il Riformista in occasione del World Tango Day che si celebra il giorno del compleanno di Carlos Gardel. Una musica nata tra fine ‘800 e inizio ‘900 dalla mescolanza e dall’incontro tra la musica dei gauchos argentini e quella portata dai migranti. Dal 2009 è Patrimonio immateriale dell’umanità UNESCO. Vallo a ricordare quando è stato l’ultimo tango di Zotto prima della pandemia – che comunque vive con la moglie, Daiana Guspero, partner sul palco oltre che nella vita.

Quindi in questo momento si può dire, che “il tango è un pensiero triste che balla”?

In questo momento sì. Anzi, ora è un pensiero triste e che neanche si può ballare.

Che periodo è per lei e per il suo settore?

Terribile. Sono undici mesi che non possiamo fare niente. Le nostre accademie sono chiuse, i teatri pure. Non possiamo ballare. Stiamo lavorando con il nostro piccolo ristorante argentino, a Milano. Dalla crisi usciremo, ma quando? Questo è il problema.

Il settore sta soffrendo molto.

Tremendamente. Mia moglie Daiana sta facendo lezioni di tango online. Io non voglio. Anche per la tecnica, non solo per la pazienza.

Ci spiega che cos’è il tango?

Il tango è un sentimento. Non è un pensiero, è molto più profondo. È una filosofia di vita. Dentro c’è tutto: la sensualità, l’amore, l’eleganza, il coinvolgimento, l’abbraccio appassionante tra l’uomo e la donna, il contatto di tutti i sensi in comunicazione. È respiro, è palpitazioni ed è nostalgia. Ecco, non è triste: è nostalgico. Famiglie che emigravano da diversi Paesi del mondo in Argentina hanno contribuito a creare il tango. Gente che lasciava le famiglie, che spesso non tornava a vedere i genitori e i fratelli. Quella nostalgia gli è rimasta dentro. Non si può paragonare con nessun’altra danza.

Qual è il suo primo ricordo del tango?

Mio nonno, emigrante dalla Basilicata, che ballava in pratica alla nascita del tango. Michelangelo Zotto, mi chiamo come lui. Il suo era il primo tango, el tango de la guardia come lo chiamiamo noi. Sono cresciuto in casa di mio nonno paterno dove si ascoltava sempre Carlos Gardel. Y Gardel y Gardel y Gardel, tutto il giorno. E poi arrivò il rock and roll: divenne una specie di gara in casa mia tra i due generi. Ma avevo uno zio fanatico di Gardel che mi ha insegnato tanto. Quando arrivai alle scuole elementari già conoscevo tutte le parole di tutte le canzoni. Ho passato tutto il tempo della mia infanzia sempre scrivendo parole e frasi del tango.

E poi?

E poi il tango mi ha salvato la vita.

Per modo di dire?

No, nel vero senso della parola. Quando avevo 17 anni mi arrestarono per aver scritto un numero di telefono su un volantino rubato per strada. C’era la dittatura. Vedevo persone morire e sentivo le urla delle torture. Torturarono anche me. Un giorno mi misi a cantare, un canto tanguero, e un uomo alto, robusto, capelli e barba bianchi mi chiese: ‘Ti piace il tango? Cantamene qualcuno’. Mi diede una speranza e mi protesse. Senza di lui mi avrebbero trattato da prigioniero politico, che spesso in quegli anni fucilavano anche se molto giovani.

Come se la passava in quegli anni la musica?

Si fermò. Fu una decadenza tremenda per il tango durante la dittatura. Quando uscii dal carcere scoprii delle milongas (sala da ballo, ndr) ed entrai per la prima volta in una. Quando salii sul palco per la prima volta facevo l’imbianchino.

Come ha scoperto le sue origini italiane?

Una quindicina di anni fa il sindaco di Campomaggiore di allora mi venne a trovare a uno spettacolo in Calabria, a Catanzaro. Allora facevo delle tournée di alcuni mesi e poi tornavo in Argentina. Mi ha portato un libro del paese e quando ho scoperto la storia della mia famiglia ho scoperto un romanzo: il mio trisnonno era un brigante, Michele Carella, che sposò una donna che si chiamava Maria Teresa Traficante, di 22 anni. La fecero partorire e poi la fucilarono il 10 ottobre 1962. La figlia, Angela, la mia bisnonna, fu allevata da amici e parenti fino al matrimonio con Rocco Vincenzo Zotta. Si sposarono nel 1884. E nel 1889 partirono per l’Argentina. L’inizio del tango risale secondo molti al 1888. Un film. Quando ho scoperto tutto questo ho scoperto la mia identità.

Ha detto di avere dei progetti in Basilicata.

Sto lavorando a un film sulla storia della mia vita. Faremo prima un documentario e poi un film. Robert Duvall, l’attore, ha tanto materiale degli anni ‘80. Siamo molto amici. Ha video di serate a Los Angeles a fare  asado argentino. Veniva anche Madonna che al tempo stava con Sean Penn, con il quale all’epoca Duval lavorava a Colors. Campomaggiore entrerà per le parti sulla mia famiglia. Al sindaco gliel’ho data io l’idea per la Città dell’Utopia: ‘Devi mettere un palco qua’, gli ho detto, al borgo abbandonato, scenograficamente è bellissimo. Abbiamo organizzato uno spettacolo l’anno scorso. Qualcos’altro faremo sicuro, dobbiamo farlo.

foto Fabio Ferrari – LaPresse

15 02 2011 Sanremo IM

61mo festival della canzone italiana

nella foto: Belèn Rodriguez, Miguel Angel Zotto

photo Fabio Ferrari – LaPresse

15 02 2011 Sanremo IM

61th Festival of Italian Song

in the photo: Belèn Rodriguez, Miguel Angel Zotto

Perdoni la banalità, volevo farle una domanda su Maradona.

Mi dispiace essermi perso il Maradona tanguero. So che ultimamente ascoltava e cantava tantissimo tango. Faceva spesso il karaoke a casa negli ultimi anni. Invitava amici e cantava. L’ho conosciuto: spesso ci incontravamo in una cantina, come si chiamano in Argentina, frequentata da calciatori, artisti, personaggi dello spettacolo che si fermano anche insieme fino a tardi. Eravamo entrambi molti amici del proprietario. Ma il ricordo davvero bello è un altro.

Ci racconti.

Una sera, ero a Monaco di Baviera, sempre per uno spettacolo. Era il 1989. Dovevo chiamare in Argentina: l’unico telefono pubblico dal quale potevo telefonare era dall’altra parte della stazione di Monaco. Dovevo attraversarla tutta. Proprio mentre arrivo io arriva anche un treno pieno di tifosi napoletani. Era impossibile attraversare la stazione. Gridavano: ‘Napoli Napoli, Maradona Maradona Maradona’. Un delirio. Io già parlavo un po’ di italiano e dissi a qualcuno che ero argentino. Mi presero di peso e mi alzarono in aria. Mi hanno fatto attraversare così, in aria, la stazione bloccata. Diversamente non sarei riuscito. Erano lì per la finale con lo Stoccarda di Coppa UEFA. Che poi vincemmo: io tifavo per il Napoli naturalmente.

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