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La rilettura dei “Promessi Sposi”

Filippo La Porta — 10 Dicembre 2020

Manzoni non era paternalista ma un convinto anti populista

Vi ricordate come Manzoni descrive il politichese (il linguaggio del conte zio, uno dei tredici magistrati della allora consulta milanese)? Ecco qui: «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhi che esprimeva: non posso parlare, un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine…». Un brano che suggerirei di mandare a memoria perché in poche righe vi è riassunto lo stile del potere, meglio che in Foucault: tra reticenze, minacce, eufemismi (più in là si sofferma sulle tecniche di dissimulazione, come quando dico «Non posso fare niente»: magari è vero ma lo dico in modo da non essere creduto, per accrescere il mio potere).

Ora, perché proprio Manzoni? Vi propongo di leggere e rileggere i Promessi sposi più volte: ogni volta scoprirete un romanzo nuovo e diverso. Come l’I-Ching, il libro sapienziale cinese usato per fini divinatori, vi restituisce quello che gli chiedete. Stavolta l’ho ripreso in mano per capire meglio cosa Manzoni pensa del popolo. Credo che nello scrittore lombardo si trovino i germi di una critica radicale del populismo, inteso nell’accezione corrente (diciamo un populismo di destra, l’idea che il popolo ha sempre ragione, e che il miglior approccio alle decisioni politiche sia affidarsi in modo diretto al popolo attraverso un linguaggio semplificato che fa appello a passioni elementari). È nota la critica di Gramsci a Manzoni, al suo paternalismo che tratta i popolani come macchiette, con ironia bonaria, privandoli di una vita interiore, riservata ai soli potenti (al contrario di Tolstoj). A me quello di Gramsci pare un colossale equivoco.

Ma vi pare che Lucia non abbia una “vita interiore”? Bisogna intendersi. Lucia, come altre figure del popolo, non ha bisogno di avere una “vita interiore”, nel senso di una interiorità tormentata, ambiguamente complessa come quella dei potenti (don Rodrigo a un certo punto sembra ravvedersi, poi ci ripensa); a lei – cui piacciono le cose «lisce, senza imbrogli» – basta dire sì sì o no no, come peraltro ci esorta il Vangelo. Manzoni, a differenza di Tolstoj, non ritiene che vox populi, sia vox dei. Il popolo inteso come massa, come folla in rivolta o in tumulto, è nei Promessi sposi una “marmaglia”, una “turba”. Preda dei suoi istinti primitivi, non ragiona, è incapace di senso critico (ed è il popolo – tutto emotivo – dei sondaggi del populismo odierno). Le pagine dell’assalto ai forni durante la peste (per un rincaro del pane) sono di straordinaria attualità. Mentre la folla incendia le suppellettili di un forno si sparge la voce dell’assalto a un altro forno.

L’autore così commenta: «Spesso, in simili circostanze, l’annunzio di una cosa la fa essere» (ma sull’attualità di Manzoni non si finirebbe di parlare: pensiamo solo alle molte pagine dedicate ai “negazionisti” della peste, alla caccia agli untori, etc.). Ora, pur conoscendo la agorafobia dello scrittore, la sua non è la condanna di ogni mobilitazione popolare ma una lucida analisi, quasi un secolo prima di Le Bon, della folla come forza distruttiva, priva di autocontrollo, caratterizzata da un senso di onnipotenza (che deresponsabilizza il singolo). Ripensiamo a Tocqueville: il popolo in sé era anche per lui marmaglia, ma organizzato in associazioni civili e politiche diventa capace di ragionare, riflettere e deliberare. Cuore della democrazia è l’associazionismo.

In questo senso Manzoni, che era certamente liberale e liberista (benché meno ottimista di Adam Smith sulla mano invisibile del mercato e sugli effetti virtuosi dell’egoismo individuale), potrebbe essere accostato alla tradizione del pensiero democratico. Certo al primo posto vengono per lui la responsabilità individuale, la razionalità, il buon senso (contrapposto al senso comune, pieno di pregiudizi), la dimensione morale, un cattolicesimo inquieto come può essere quello giansenista. A proposito della natura Manzoni, appunto giansenista, ha un pessimismo analogo a quello di Leopardi. All’immagine del giardino-ospedale dello Zibaldone (dove tutti fanno la guerra con tutti) corrisponde nei Promessi sposi quella della vigna lasciata in uno stato di abbandono, con le erbacce che crescono disordinatamente soverchiandosi le une sulle altre (il termine “marmaglia” viene qui riferito a ortiche, felci, gramigne…).

La natura lasciata a se stessa è caos vitale e insieme maligno. Andrebbe replicato a certo fondamentalismo ecologista che se la specie umana si estinguesse non lasceremmo un pianeta pacifico e idilliaco, ma un mondo caotico, esuberante e violento. Unica risposta è quella della civiltà, dell’autodisciplina, del controllo delle pulsioni, della sublimazione intellettuale. Ciò che “salva” Manzoni dall’essere uno scrittore edificante e un ideologo cattolico (l’accusa di Moravia) è proprio il mix singolarissimo di cristianesimo pascaliano e solido illuminismo (coltivato a Parigi). Alla Politica, al Progresso, alla Rivoluzione (alla violenza emancipativa), alla Storia, Manzoni non ci crede: nella Storia non si può che far torto o patirlo. In cosa crede? Nella storia segreta delle anime, nella intima dimensione morale delle persone, dentro la quale non si fanno né patiscono torti, nella carità cristiana (che è gratuita, misteriosa, né si può pianificare), in un popolo che non sia marmaglia (folla imbestialita, massa amorfa e manipolabile) ma soggetto capace di discernimento e razionalità.

Nell’ultimo saggio (pubblicato postumo) alla rivoluzione francese – di cui pure tende a vedere quasi solo gli eccessi e a trascurarne la portata storica – contrappone quella italiana (il Risorgimento), probabilmente idealizzata, dove secondo lui si afferma la libertà davvero, «che consiste nell’essere il cittadino, per mezzo di giuste leggi e di stabili istituzioni, assicurato, e contro violenze private e contro ordini tirannici del potere». A ben vedere però il suo bersaglio non è tanto il popolo in rivolta quanto i tribuni prepotenti e gli astuti demagoghi che parlano a nome del popolo, e che preparano l’arbitrio del dispotismo.

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