Manifesto della Generazione di mezzo: guardiamo avanti ma non dimentichiamo Marx

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Il dibattito

Fausto Bertinotti — 29 Ottobre 2020

Manifesto della Generazione di mezzo: guardiamo avanti ma non dimentichiamo Marx

Dicono di appartenere alla generazione di mezzo. Hanno incrociato la politica con i movimenti, dalla Pantera alla straordinaria esperienza di un movimento altromondista che li ha condotti fino sulle strade di Genova. Hanno frequentato un partito che si diceva consapevole che il comunismo si sarebbe dovuto rifondare fin dal finire del grande e terribile Novecento. Sono Dario Danti, Niccolò Pecorini e Federico Tomasello. Hanno ripreso la parola ora che la storia è entrata in un altro tempo, è davvero un buon segno. L’uccisione necessaria dei padri non dà giustamente, a chi in qualche misura lo è stato, soverchie possibilità di intervento. Resta l’invidia per la freschezza di un linguaggio della politica definitivamente liberato da ogni carico militaresco, da ogni inquinamento guerresco. Viene alla mente la leggerezza di Italo Calvino. Gli autori non si collocano fuori dalla storia, sanno che in certe vicende del passato “si stringono nodi che non si possono sciogliere”. Sanno che chi si mette in piedi per prendere il cammino incontra sulla sua strada un potere, un padrone, o chi volete voi, che gli si mette di traverso e che lo può sconfiggere. Ma sanno anche che “chi lotta col cuore” non può perdere.

Cercano “il futuro che c’è, non quello che un giorno verrà”, come a sciogliersi da un abbraccio utopico o rivoluzionario, anche a costo di dimenticarsi che era proprio un motto operaio a mettere davanti l’oggi al domani, con quel “pochi, maledetti, ma subito”. Il titolo del saggio “Sette tesi per il nostro futuro” è ancora una concessione al classico, ma lo svolgimento del “Manifesto della generazione di mezzo” si confronta con la nuova frontiera di un suo possibile e inedito protagonista. L’analisi partecipata e acuta dei movimenti che, attraverso il mondo intero, stimola e sollecita ancora altre ricerche, altre indagini, altre riflessioni critiche. Tre capitoli del saggio, “I can’t breath”, “Extinction rebellion” e “autodeterminazione donna”, mettono a frutto la lezione dei movimenti che contestano l’ordine esistente e già conquistano pezzi di un diverso futuro. Ma perché allora non le rivolte degli ultimi tempi: dall’Argentina alla Francia, da Hong Kong, all’Iran e quelle recenti in Italia a Roma, Torino e Napoli?

Ora anche in Algeria e Thailandia hanno dato luogo a una nuova grammatica del conflitto con il protagonismo delle donne e dei giovani, ma anche degli operai, dei lavoratori, con una leadership liquida come mai si era vista, con l’uso del web, reso funzionale alla loro crescita. Dice qualcosa il nome di Rachel Keke? A Parigi, oramai, la chiamano la Marianne del nuovo proletariato francese. Anche lei appartiene alla “generazione di mezzo”. È il volto e la voce delle cameriere dell’Ibis di Batignolles: 30 donne (non trentamila, neanche tremila) che da quindici mesi scioperano e fanno picchetti per i loro diritti. Ha detto Rachel: «Prima eravamo ignoranti, ingenui, facilmente intimiditi, pensavamo di non avere diritti. In un Paese che rivendica così tanto la libertà, quando soffri, devi rinunciare». Interessa a chi scruta il prossimo futuro? I linguaggi così simili avvicinano – scrivono giustamente i nostri autori – ma le pratiche sociali? Il legame sociale? Senza di loro non si costituisce alcuno spazio pubblico partecipato. Il figlio del Novecento obietta ai suoi più giovani compagni di strada che sul lavoro, come sulla politica, non si può cancellare il pur drammatico e contraddittorio lascito del Novecento. Devi farci i conti, non lo puoi ignorare. Non puoi ignorare la lotta di classe e il capitalismo, non puoi ignorare Karl Marx. Li devi oltrepassare, insieme a questo cambiamento di epoca; questo, anche per me, è certo. Ma non puoi farne senza. La lezione di una storia grande e di smisurata ambizione, finita in un fallimento e in una sconfitta, la lezione dei vinti giusti che essa contiene – direbbe Walter Benjamin – ti servono a illuminare anche oggi il lato della realtà che viene sistematicamente occultato dal regime.

Lascio Marx e prendo la bicicletta. Dicono gli autori: «Son altri i vent’anni su cui scommettere… vanno in bici». Già, la bici… Loro scrivono: «Si va in bicicletta perché è più cool che andare in moto, non perché ce lo impone la crisi petrolifera». Ma questa è solo una delle possibili pratiche e letture della bicicletta. Ce ne sono altre, c’è anche quella che parla della lunga storia di un popolo, tra mobilità guadagnate, fatica bestia e sogni di libertà, di affermazione. Ma soprattutto, per quel che riguarda il nostro confronto, c’è la biciletta dei rider. Essa è il rovescio della libertà, è lo strumento di un lavoro ridotto alla schiavitù, spoliato e sfruttato sino all’ultima pedalata. Può avere vent’anni chi vi è costretto. Qual è il suo “futuro che c’è”? Continuo a pensare che se non c’è futuro per lui, non ce n’è nemmeno per me. Puoi lasciare Marx e Keynes, che riconosco essere ingombranti, ma dovremmo dimenticare con loro anche papa Francesco? E la Laudato sì? E la Fratelli tutti? Dal lavoro alla politica, e i nostri dicono appropriatamente “sovranità”, e con essa, ancora più giustamente, la dimensione invocata è quella internazionale, mondiale. Tema caro a tanti testimoni del proprio tempo, da Berlinguer a Papa Francesco. Questi hanno proposto la mondializzazione della democrazia contro la globalizzazione senza popoli e senza democrazia. Ma davvero – e non ditemi che resto prigioniero di un qualche antiamericanismo – il modello anglosassone, quello che ha portato gli Usa a Trump e l’Inghilterra a Johnson ha qualcosa da dire alla generazione di mezzo e, ancor più, ai ventenni di oggi?

Quella è sempre stata, in ogni caso e in ogni tempo, una democrazia senza un’alternativa di società e di modelli di vita. Meglio allora le vecchie costituzioni democratiche europee che, oggi vinte, hanno almeno vissuto l’eccezione di una democrazia nella quale il conflitto sociale ha immaginato e, in parte inverato, il futuro. Un’eccezione nel tempo, certo, ma sempre meglio un’eccezione che la regola mortifera che ha condotto alla società di oggi. Perciò considero un segno di speranza la presa di posizione dei nostri autori, la rottura del silenzio. Riprendere la parola, dicono, lo hanno fatto coraggiosamente e liberamente. Molto bene. Per ricostruire uno spazio pubblico, hanno scritto. Sono d’accordo. Ma la domanda, “Con chi lo si potrà costruire?”, non si può sfuggire, perché è già ora il tempo della ricerca. Si tratta di ricominciare da capo, come già aveva suggerito qualcuno.

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