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Malika Chalhy torna sul caso Mercedes: «Ho sbagliato. Magari dovevo trovarmi prima un lavoro». E l’agente la lascia

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Malika Chalhy è stata mollata dal suo agente. Il Corriere della Sera racconta oggi che la persona che la seguiva per organizzare le apparizioni sui media ha abbandonato l’incarico. E lo ha fatto prima prima che divenisse pubblica la storia della raccolta fondi e della Mercedes acquistata perché «era un bene di prima necessità», come ha detto lei in un’altra intervista rilasciata a Selvaggia Lucarelli su Tpi. Secondo il Corriere l’agente non vuole essere citato, ma è amareggiato: racconta infatti di aver aiutato Malika pro bono e che lei gli aveva fatto credere di volersi impegnare nel sociale. La Mercedes l’aveva insospettito, ma lei gli aveva giurato che non era sua.


Malika Chalhy e il cane da 2.500 euro

Ieri la ragazza di Castelfiorentino che era stata cacciata di casa dalla famiglia perché lesbica aveva scritto in un lungo post su Instagram di non essersi approfittata della solidarietà dei suoi sostenitori per acquistare un’auto di lusso: «Sono arrivata a Milano per ricostruire la mia vita, e non avendo l’auto di cui necessitavo per tutti gli impegni sociali e lavorativi ne ho presa una di seconda mano», ha sostenuto facendo riferimento alla Mercedes “usata” che avrebbe pagato 17 mila euro. «Le cose che sono uscite tra ieri e oggi mi hanno fatto star male perché ricchi di cose non vere e raccontate male, forse con lo scopo di farmi sembrare la persona che non sono».


Nel frattempo però era venuta fuori la storia del cane da 2.500 euro: «Mi piaceva la razza, devo giustificarmi perché spendo i miei soldi come voglio», ha sostenuto lei con Tpi. E ancora: «Il cane è un bene di prima necessità. Sono amante di questa razza, e ho preso un bulldog. La Mercedes e il bulldog sono beni necessari». Nel colloquio con il Corriere invece sembra di nuovo pentita: «La gogna me la prendo tutta, ma chi mi ci mette non è migliore di me. A 22 anni nessuno ha fatto uno sbaglio? Ho fatto una scelta affrettata. Magari dovevo trovarmi prima un lavoro».

La bugia e le scuse

Quando la foto di lei al volante della Mercedes era stata pubblicata dalla sorella di Tommaso Zorzi, Gaia, Malika aveva sostenuto che l’automobile fosse di proprietà della famiglia della sua fidanzata. Poi si era scusata: «Ero sotto pressione». Per quanto riguarda le raccolte fondi su GoFundMe, la sua portavoce Roberta aveva sostenuto che fossero destinate a un’associazione da fondare insieme a Laura Boldrini. L’onorevole però ha smentito tutto: «Tengo a precisare che mai è stata discussa con me o con alcun collaboratore o alcuna collaboratrice del mio staff l’ipotesi di costituire una associazione per le vittime di discriminazione tanto meno di una raccolta fondi. Si tratta perciò di una vera e propria fake news. Il mio nome quindi viene tirato in ballo in maniera totalmente impropria».

Chi è Malika Chalhy

Nel gennaio scorso Malika Chalhy, 22enne che viveva all’epoca a Castelfiorentino in provincia di Firenze con i genitori e il fratello maggiore, aveva rilevato ai familiari la sua omosessualità ed era stata cacciata di casa. La madre le aveva inviato una trentina di messaggi vocali pieni di insulti: «Mi fai schifo, mi fai schifo, mi fai schifo. Spero che ti venga un tumore, se ti vedo t’ammazzo». La Procura di Firenze aveva aperto un’indagine per violenza privata e la sua storia era diventata un caso: una raccolta fondi a lei intestata era arrivata a raccogliere 140mila euro.

I genitori avevano avevano cambiato la serratura di casa, impedendole così di poter ritirare i vestiti e le sue cose. Il fratello Samir, in un’intervista rilasciata a Le Iene, aveva dichiarato che la madre e il padre avevano fatto richiesta di disconoscimento. Poi se l’era presa anche lui con Malika: «Io non prendo le parti di una persona che fa schifo. Ci doveva riflettere molto bene. Questa reazione da parte dei miei, lei la conosceva nei minimi dettagli. È una cosa che andrà avanti per anni. Ci vorranno anni prima di mettersi tutti e quattro a tavola e mangiare un boccone insieme. La prima cosa che mia mamma mi ha detto è stata “per la droga c’è la cura, per questo no”, loro la reputano proprio una malattia».

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