Maiello: “Non si può governare a suon di carcere e condanne esemplari”

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Le misure alternative

Viviana Lanza — 28 Ottobre 2020

Maiello: “Non si può governare a suon di carcere e condanne esemplari”

«Si è imboccato un trend che allontana la prospettiva di una riforma legislativa per dare più spazio alle misure sanzionatorie fuori dal carcere e si è scambiato il principio della certezza delle pena con quello della certezza della pena carceraria». Il professor Vincenzo Maiello, giurista, ordinario di Diritto penale all’università di Napoli Federico II e penalista impegnato in processi di rilevanza nazionale, descrive lo scenario attuale e interviene sulla riflessione proposta dal Riformista sul tema delle misure alternative alla detenzione. Misure a cui è difficile accedere se non passando per tempi di attesa lunghi e burocrazia rigida.

Eppure, meno carcere vuol dire più sicurezza se si considera che il tasso di recidiva è più basso nei casi in cui viene applicata una misura diversa dalla reclusione in un istituto di pena. Si può sperare, dunque, in una riforma nel breve termine? «Attualmente non vedo le condizioni – commenta il professor Maiello – Occorrerebbero altro personale politico, altra cultura di governo e un’approfondita e consapevole riflessione sui costi del populismo e su dove ci sta portando l’idea di governare la società a suon di carcere e inasprimenti di pena. Purtroppo, la cultura costituzionale della rieducazione, che rappresenta l’applicazione del principio solidaristico all’interno della giustizia penale, sembra sul viale del tramonto e vive una stagione di difficoltà e di grande crisi». L’opinione pubblica è sempre più pronta a invocare pene esemplari e celebrare i processi in tv. «Anziché incattivire la risposta sanzionatoria bisognerebbe renderla più celere e garantire maggiore qualità alle decisioni giurisdizionali, abbassando la quota di errori giudiziari e cercando di liberare i giudici dalla pressione mediatica del crucifige, caratteristica dell’opinione pubblica intransigente con gli altri e lassista con se stessa».

Al fattore culturale si aggiungono poi fattori normativi, legati a iter farraginosi, procedure complesse, attese eccessive, zavorre del sistema giudiziario: è così anche nella sfera delle misure alternative al carcere. «Un limite del diritto dell’esecuzione penale è che non è riuscito del tutto nel tentativo di coniugare la legalità dei presupposti per l’applicazione delle misure alternative con l’idea della rieducazione che deve governare tutta la fase esecutiva», spiega il professor Maiello. Quale soluzione sarebbe possibile? «Occorrerebbe riformare la normativa e creare un’opera di coordinamento», sottolinea. «La riforma del diritto dell’esecuzione penale era in dirittura di arrivo sul finire della scorsa legislatura, quando il percorso legislativo fu interrotto dal sopraggiungere della prospettiva elettorale. Ricordo che, in quel contesto, ci fu la convocazione degli Stati generali dell’esecuzione cui si deve la messa a punto di una notevole proposta riformatrice che aveva incontrato il favore dei ceti più qualificati della dottrina, dell’avvocatura e della magistratura».

Con l’attuale legislatura, una simile riforma non sembra più così vicina. «Noi – osserva il giurista – dovremmo riprendere la grande lezione della criminologia post-positivista che, a partire dalle ricerche dei primi del Novecento, mise in luce la dannosità delle pene detentive brevi, proponendone la soppressione sia perché nocive all’idea di prevenzione speciale sia perché inutili sul piano della prevenzione generale». «Il volto della giustizia penale – aggiunge – è condizionato dalla cultura della società di un determinato momento storico. Non esiste un diritto penale più evoluto e civile all’interno di una società arcaica così come all’interno di una società culturalmente consapevole e raffinata non dovrebbero esserci gli strumenti di una giustizia penale primitiva. E in questi anni – conclude Maiello – la giustizia penale ha registrato una recrudescenza, una curvatura della vocazione liberale dei suoi principi guida che ha innescato un’involuzione autoritaria dei suoi effetti, dominati dalle logiche dell’irrazionalismo emotivo di matrice populistica».

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