Magistrato gentiluomo? Forse, ma non per questo bravo giudice…

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Il caso

Iuri Maria Prado — 22 Ottobre 2020

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Un bravissimo giudice siciliano una volta mi disse: «Nessun magistrato dovrebbe essere famoso, perché la fama personale del magistrato diffama la giustizia». Era uomo di formazione antica e di grande dottrina, desolato nella constatazione che quella sua idea non solo non era condivisa, ma sapeva di bestemmia. Perché a imperare era, e continua a essere, l’idea esattamente contraria, cioè che la giustizia sia tanto più affidabile ed efficace quanto più diffusamente sia rappresentata dal magistrato eroe, dal magistrato combattente, dal magistrato “simbolo”.

Quel piccolo giudice aveva compreso, contro la concezione e direi quasi il sentimento della quasi totalità dei suoi colleghi, che l’affidabilità della giustizia sta semmai nella neutra indistinguibilità di chi la amministra e che l’identità del magistrato deve restare nel nome in calce alla sentenza. Se il magistrato si manifesta in favore di telecamera insulta, deturpandolo, il volto neutro e l’indispensabile anonimia della giustizia. Se coltiva la propria fama attenta alla giustizia, perché i suoi provvedimenti tenderanno a trovare fondamento nella notorietà di chi li ha emessi prima che nel fatto di essere corretti. La fama rischia di coprire e assolvere gli inevitabili errori e i possibili abusi. La celebrazione del magistrato “galantuomo”, che ricorre ogni qual volta si denuncino gli spropositi di questo o quell’esponente della giustizia televisiva, rappresenta il routinario riaffermarsi di quella retorica pericolosissima che, impedendo alla giustizia di essere imparziale, le permette di essere abusiva. La dicitura ha fatto prevedibile capolino in questi giorni, a proposito del dottor Piercamillo Davigo che, in quanto tale (galantuomo), non avrebbe meritato le critiche che alcuni hanno rivolto al suo operato.

Noi tuttavia possiamo considerare “galantuomini” magistrati come Davigo se non picchiano la moglie, se pagano i creditori, se non si mettono le dita nel naso in pubblico, tutto quel che si vuole: ma nulla di tutto questo fa di loro dei buoni magistrati. E nulla di tutto questo ci impedisce di pensare e dire che, per quanto galantuomini, loro hanno fatto male alle persone, male alla giustizia, male alla democrazia di questo Paese. E vale la pena di ricordare, in proposito, quel che scriveva Sciascia quando alle sue denunce dei traffici per le nomine nel Csm qualcuno opponeva che si trattava di gentiluomini: «Si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?». Che poi – e non si capisce come la cosa non sconsigli definitivamente l’uso della dicitura – “gentiluomo” è quel che puntualmente rivendica di essere il mafioso quando è acciuffato. Infine, se i magistrati non avessero fama di gentiluomini, e anzi nessuna fama, sarebbe tanto di guadagnato per tutti.

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