“Le notizie non sono solo quelle che passano i Pm…”, parla il presidente dei giornalisti campani Ottavio Lucarelli

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La gogna

Viviana Lanza — 24 Ottobre 2020

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Indagati e arrestati finiscono sulle prime pagine di giornali e telegiornali, assolti e scarcerati invece difficilmente fanno notizia mentre i processi durano anni nei tribunali e pochi clic sul web dove quasi sempre si risolvono con una condanna senza appello da parte del “popolo dei like”. Chi si ritrova a essere vittima di errori giudiziari spesso è stato anche una vittima della cosiddetta gogna mediatica. E se sul piano giudiziario, per ridurre il più possibile i margini di errore del sistema, si propone di intervenire sulla separazione delle carriere dei magistrati e sulla depenalizzazione, quali proposte potrebbero essere valutate nel campo dei media? Ne parliamo con Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania. «Premesso che non amo il termine gogna mediatica, sono d’accordo con l’inchiesta che sta portando avanti il Riformista nel senso che ci sono sicuramente alcuni fattori, anche esterni al mondo dell’informazione, che creano situazioni a danno di persone assolte dopo essere state per molti anni sotto processo».

Quali sono questi fattori?


«Un primo fattore è la lunghezza delle inchieste e dei processi. Questo determina che, quando una persona viene indagata o arrestata, si fanno grandi titoli, aperture di pagina e la vicenda viene seguita per alcuni giorni. Poi, però, si passa ad altre cose. I processi si concludono in tempi troppo lunghi e all’interno delle redazioni non ci sono le forze per seguirli per anni e anni. Perciò accade che la notizia dell’assoluzione a distanza di tanto tempo dall’arresto, quando magari la persona non ricopre nemmeno più un ruolo pubblico o istituzionale, è una notizia a cui non viene dato lo stesso risalto dato anni prima alla notizia dell’inchiesta o dell’arresto. Può inoltre accadere che, negli anni, il collega della giudiziaria cambi e anche sotto questo aspetto la lunghezza dell’iter giudiziario non aiuta. Ciò non vale come giustificazione, ma è uno dei fattori che va considerato. Poi bisogna tener conto che al vertice di un giornale c’è un direttore, è lui che decide».

Volendo, quindi, valutare il modo con cui un giornale sceglie di trattare una notizia di cronaca giudiziaria, cosa si potrebbe fare per bilanciare i diritti di tutti?


«Si dovrebbe dare spazio alla difesa come lo si dà all’accusa. In questo senso rivolgo un invito ai direttori a dare più spazio alla difesa. E questo sempre. Gli avvocati hanno tutte le carte per dare informazioni ai cronisti. Quindi, va bene dare le notizie senza nascondere nulla, anche quando ci sono persone arrestate, ma è altrettanto giusto dare spazio alle tesi difensive, anche nella titolazione. Se si fa un titolo su un arresto o su un’inchiesta, bisogna che ci sia un occhiello o un sommario in cui si dà spazio alla difesa. Spesso, infatti, le lamentele riguardano proprio la titolazione».

E sui social?


«Qui ci si incammina su un terreno minato e l’appello che lanciamo come Ordine è rivolto ai giornalisti: sui social c’è di tutto e non bisogna prendere per buone tutte le notizie se non arrivano da fonti dirette e qualificate. Non è possibile fare il copia-incolla per poi scoprire che la notizia non è vera, è gonfiata o distorta. È necessario rispettare le regole e la nostra deontologia professionale».

È una questione di etica, dunque, di professionalità, ma anche di formazione…


«Certamente. Ed è fondamentale l’uso della terminologia. Bisogna utilizzare una terminologia corretta, è un principio che vale per tutti i settori dell’informazione ma ha un peso particolare nella cronaca giudiziaria».

Su questi temi ci sono iniziative da parte dell’Ordine dei giornalisti?


«Abbiamo avviato un dialogo con alcune Procure della Campania ed è nostra intenzione creare una Commissione presso l’Ordine che segua i contatti con le Procure per tenere un filo diretto su tutti i rapporti tra autorità giudiziaria e giornalisti».

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