Le ferite risanate di chi fu straniero nel gorgo del ‘900

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La recensione

Eraldo Affinati — 27 Novembre 2020

Le ferite risanate di chi fu straniero nel gorgo del ‘900

«Ma chi ha detto che la fratellanza è cosa semplice? Basta dare un’occhiata alla Bibbia…» scrive, in Tradimento (Adelphi, 2007), Adam Zagajewski, nato il 21 giugno del fatidico 1945 a Leopoli, città polacca sempre contesa, strappata come uno scalpo al legittimo suo popolo, prima dalla monarchia asburgica, poi da Adolf Hitler, infine dal comunismo sovietico.

Oggi è parte integrante dell’Ucraina. Alla fine della Seconda guerra mondiale molti degli abitanti, sopravvissuti fra le macerie, furono costretti a sfollare a Gliwice, non distante da Cracovia: fra questi rifugiati, accucciato sul carretto insieme ai genitori e alla sorellina, c’era anche il piccolo Adam che in seguito, emigrato negli Stati Uniti, divenne uno dei poeti più significativi dei nostri tempi. Per rendersi conto della sua vita interiore potrebbe bastare scorrere certi titoli: “Guardando ‘Shoah’ in una camera d’albergo, in America.” Oppure: “Leopoli è ovunque”. Nella nostra epoca lo è davvero: incisa perfino, come simbolo di tutte le patrie perdute, negli occhi terrorizzati di certi adolescenti africani pochi attimi prima che affoghino nel Mar Mediterraneo. E così la Polonia, smembrata e recisa, provvidenzialmente ricucita, passata attraverso il cerchio di fuoco dei due totalitarismi novecenteschi, nazista e sovietico, diventa emblema del nostro mondo sfigurato ma resistente.

In italiano possiamo avvicinarci a Zagajewski grazie a tre antologie uscite da Adelphi, Interlinea e Mondadori: quest’ultima raccolta, Guarire dal silenzio (pp. 288, a cura di Marco Bruno, 22 euro), procede dai più recenti libri (La vera vita, 2019) all’indietro fino agli esordi (Comunicato, 1972). L’effetto è quello di un cannocchiale rovesciato: l’immagine, allontanandosi nel tempo, rimpicciolisce. Ma persino in fondo, cioè alle origini dell’ispirazione lirica, la figura resta nitida: “nella mano sinistra / chiudi amore e nella destra odio”. Per dire in una sigla l’impossibilità di stringere in un pugno solo l’intera verità.

Sin dalla prima sillabazione Adam, figlio di esuli, inevitabilmente straniero a se stesso, non poteva che assumere un’angolazione sbilenca: leggendo i suoi versi, lo sbirciamo da ragazzino sotto i piloni delle autostrade germaniche a cercare possibili resti bellici che in realtà non troverà mai, essendo questi piuttosto conficcati nella carne (“attraverso il mio corpo passava la frontiera”). Le ferite che si rimarginano più in fretta sono quelle esteriori. Le altre hanno bisogno di tempi lunghi. Lo vediamo interrogarsi sugli angeli “chini sui quaderni di scuola”, che “stanno lavorando per le generazioni future”. E pensiamo ai giovani biondi in cappotto immortalati per sempre nel Decalogo di Krzysztof Kieślowski: anonimi come barboni infreddoliti accanto ai semafori innevati; forse vorrebbero soccorrerci, ma qualcuno lassù per misteriose ragioni ha proibito di farlo e allora restano così, seduti al crocicchio, in attesa di istruzioni. Al massimo ci strizzano l’occhio nella speranza di ricondurci sulla retta via.

Crescere nei pressi di Auschwitz, quando tutto pareva finito, depositò nell’animo di Zagajewski un marchio indelebile. Che in seguito tornò nella sua scrittura trasformato in un refrain. Ricordando gli anni lontani delle gite familiari e dei picnic lungo corsi d’acqua un tempo posti all’interno del Terzo Reich, confessò: “Se allora qualcuno mi avesse detto /- è questa, l’infanzia – / non ci avrei creduto.” Non avrebbe dato ascolto neppure all’innocenza muta dei bambini. Ecco perché la sua solitudine non è intimistica, bensì sfregiata dalla storia: “Sono dove c’è l’amicizia, / ma non ci sono gli amici”. Basterebbero questi due versi a farci entrare nell’animo sconvolto di Zagajewski: il conflitto ha fatto terra bruciata di ogni idea di salvezza lasciando soltanto rottami. Eppure in mezzo alla polvere scopriamo le vecchie bandiere che non smettono di attirarci in modo irresistibile. Il fiume scorre sulle carcasse trascinandosi via tutto. Il sentimento della ripresa dopo la distruzione alimenta il respiro

“Il cortile era ricoperto dall’erba, alta, fiera, / matura per la lama della falce. / Il silenzio dominava là dove un tempo avevano pianto / le reclute dai plumbei crani rapati. / E anche in me c’era silenzio, lì dove un volta / aveva dimorato la disperazione.” In questa prospettiva l’Europa ancora oggi rappresenta un vecchio fortino del pianeta, nelle cui viscere i morti parlano per chi li sa ascoltare e chiedono udienza: i poeti, invece di agitare le acque stagnanti e putride, si mettono a sedere e prendono appunti. Sarebbe utile accostare tali atmosfere alle opere di Anselm Kiefer, il grande artista di Donaueschingen, nato anch’egli nel 1945, tre mesi prima di Zagajewski.

Due uomini figli degli antichi avversari, sono giunti agli stessi esiti espressivi, nel porto scalcinato dove il linguaggio muore e resta soltanto il vuoto. Da una parte Fede, Speranza e Carità incise sull’elica rotta dipinta del tedesco; dall’altra il balbettio dei “satelliti che spiano la terra” sulle labbra del polacco. Così facendo forse capiremmo ciò che voleva dire Cesare Pavese quando in La casa in collina (1947) trasse la sua famosa conclusione: «Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

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