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La storia

Andrea Nicolosi — 11 Dicembre 2020

La tragica morte di Fratel Leonardo: “Lo piangiamo ma perdoniamo chi l’ha ucciso”

Nella notte del 5 dicembre, un evento terribile si abbatte sulla comunità dei frati di San Camillo nella terra di Acireale. Un ospite della comunità di accoglienza, uscito dal carcere otto anni fa, uccide a bastonate e poi brucia il corpo di Leonardo Grasso, da più di venticinque anni “ministro degli infermi” al servizio degli ultimi tra gli ultimi. È una storia antica quanto il mondo quella capitata al Camilliano Fratel Leonardo, quella di un fratello che viene ucciso da un suo fratello.

Di un uomo buono che viene annientato da un altro che non ha saputo scegliere il bene e si sente a disagio, va a testa bassa dinanzi al bene. Anche questa è una storia che intride il suolo di sangue, un omicidio efferato da parte di un beneficato che si fa carnefice del suo amorevole servo. Stavolta, però, il sangue del flagellato non grida dal suolo, ma ha immediati e imprevisti annunci che, con un enorme balzo, superano la tragedia umana e sembrano, sul piano umano e spirituale, risolverla tutta intera. Il sangue di Fratel Leonardo canta un inno nuovo, un inno al perdono del suo uccisore, che viene chiamato fratello, un fratello che ha sicuramente sbagliato – forse perché più sfortunato, perché non ha avuto una famiglia che lo ha sostenuto, degli affetti, delle opportunità per realizzare la sua vita – ma che deve essere perdonato.

Ha una forza dirompente il messaggio dei Camilliani, che il loro portavoce, Fratel Carlo Maria Mangione, porge con una semplicità disarmante: «Noi siamo addoloratissimi per la morte di Fratel Leonardo ma anche per questo fratello che ha sbagliato. Vogliamo come comunità camilliana assicurare il perdono a questo ragazzo e viviamo, viviamo con l’amore ai poveri, l’amore agli ultimi perché, quando in una famiglia c’è uno che sbaglia, questa persona che sbaglia va sempre accolta nel cuore. Vogliamo evitare ogni forma di maledizione, di giudizio, di condanna nei confronti di questo nostro fratello».

La Tenda di S. Camillo, di cui Fratel Leonardo era responsabile da 25 anni, è nata nei primi anni ’90 proprio per accogliere, accudire e accompagnare fino alla morte i malati di Aids, che altrimenti morivano in solitudine, emarginati, spesso anche dalle loro famiglie. I Camilliani e i volontari, che piano piano si sono radunati attorno alla comunità, superando le iniziali ritrosie per i rischi del contagio, si sono così ritrovati ad accudire uomini e donne carichi di storie di estremo abbandono e grande sofferenza umana. La comunità ha assunto da subito la conformazione di una famiglia che poi ha accolto anche tossicodipendenti e persone con disagi psichici che non avevano dove altro andare. E come dovrebbe essere in ogni famiglia, alla Tenda si dispensava semplicemente amore: di fratello che serve, di padre che perdona, di madre che comprende e consola.

L’ondata di emozione per l’uccisione di Fratel Leonardo, carambolando velocemente tra le agenzie di stampa, è stata colta anche da Nessuno tocchi Caino che, in Sicilia per il “Viaggio della Speranza”, ha deciso di fare tappa alla Tenda di S. Camillo, in questa piccola frazione di Mangano, alle porte di Acireale, a rendere omaggio alle spoglie di Fratel Leonardo e a raccogliere il messaggio dei Camilliani direttamente dalla voce di Fratel Carlo trasmessa da Radio Radicale. Un messaggio di speranza e, ancor prima, di testimonianza di fede evangelica e servizio agli ammalati, agli ultimi. Testimonianza e modello dell’amore che, con le stesse parole di S. Paolo, «tutto copre, tutto spera, tutto crede, tutto sopporta» (1 Cor., 13) … tutto perdona!

Scompagina non poco gli schematismi del nostro pensiero e del nostro agire il messaggio dei Camilliani – pienamente nel solco del messaggio dell’accoglienza ribadito da Papa Francesco – che, in un’epoca di confusione e di forti conflitti sociali, spesse volte sommersi, a tutti i livelli, anche politici e istituzionali, ci costringe a rivedere in maniera critica e a rinnovare il rapporto e l’approccio ai nostri simili e ai nostri contrapposti, ai “buoni” e ai “cattivi”.

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