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La riforma della giustizia arriva in Cdm: ecco cosa prevede la proposta della ministra Cartabia

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Il tira e molla sul ddl Zan forse ha attratto più attenzioni dell’opinione pubblica, ma se c’è una mediazione davvero delicata per il prosieguo dell’attività di governo è quella sulla riforma del processo penale. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha passato le ultime settimane a cercare un compromesso con i grillini per far digerire loro un testo che, in parte, mitiga gli effetti della riforma Bonafede. Una riforma bandiera dell’ex ministro e del Movimento 5 stelle che, sin dalle origini, ha fatto dell’abolizione della prescrizione uno dei suoi pilastri. La guardasigilli del governo Draghi, andando incontro alle sensibilità dei partiti di maggioranza meno che dei 5 stelle, apporta delle modifiche all’istituto della prescrizione, che torna a esserci per ogni grado di giudizio.


In cambio, però, Cartabia ha lavorato a due istanze gradite ai grillini, appellabilità delle sentenze e priorità nell’esercizio dell’azione penale. Questo tentativo, insieme a una riunione avvenuta tra i ministri pentastellati, Mario Draghi e Cartabia, sembra aver convinto il Movimento 5 stelle a dare il via libera alla riforma, in Consiglio dei ministri, il pomeriggio dell’8 luglio. Tra le promesse strappate dai grillini, ci sarebbe anche quella di allungare, nella riforma, i tempi della prescrizione per i reati contro la Pa: tre anni per il processo di appello e 18 mesi per la cassazione. Mentre fonti della Lega si intestano il merito di aver lavorato per ricucire lo strappo tra ministri 5 stelle e Cartabia, Draghi si rivolge direttamente ai membri del Consiglio dei ministri, per chiedere che sostengano convintamente il testo della riforma del processo penale e che siano leali in parlamento. Non c’è alcuna obiezione e così, in Cdm, la proposta del ministro Cartabia ottiene sostegno unanime.


Prescrizione

Secondo la proposta di Cartabia, la prescrizione resta bloccata dopo la sentenza di primo grado, come per la riforma Bonafede. Tale blocco della prescrizione vale sia per i condannati che per gli assolti. Tuttavia, dal momento in cui parte il processo d’appello, la riforma della ministra prevede che vengano introdotti dei termini massimi temporali dopo i quali il reato viene dichiarato «improcedibile». Per il secondo grado di giudizio, non si potrà perseguire il reato per più di tre anni. Il limite di durata scende a un anno quando il processo passa nelle mani della Cassazione. Ad ogni modo, per i reati gravi o per i procedimenti ritenuti molto complessi, la finestra temporale prima dell’«improcedibilità» viene prorogata di un anno per l’appello e di sei mesi per la Cassazione. Gli imputati che vogliono ottenere una sentenza definitiva, possono comunque rinunciare all’«improcedibilità». Per i reati che non possono essere prescritti – come, ad esempio, quelli punibili con l’ergastolo – non sono previsti termini temporali.

Appello

«Prevedere l’inappellabilità delle sentenze di condanna e di proscioglimento da parte del pubblico ministero». Questa era la suggestione arrivata direttamente dalla commissione ministeriale per la riforma del processo penale, presieduta dall’ex presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi. Il suggerimento ha incontrato i favori degli avvocati e sarebbe dovuto essere bilanciato con una riduzione dei casi in cui anche i difensori degli imputati avrebbero potuto presentare appello. Un passaggio ostico, che avrebbe scontentato anche parte delle forze politiche. Così, Cartabia ha scelto di non forzare troppo la mano e procedere soltanto con la sottolineatura dei limiti all’appello introdotti dalla Cassazione. L’appello, dunque, diventa inammissibile «per difetto dei motivi – nei casi in cui – non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata».

Azione penale

L’obbligatorietà dell’azione penale non è in discussione, ma la ministra Cartabia intende intervenire sulla totale discrezione delle procure nel procedere contro determinati tipi di reati. Una sorta di correttivo all’obbligatorietà alle quali le procure devono attenersi: è il parlamento che stabilisce le priorità sulle quale deve concentrarsi l’azione penale. Ad esempio, se viene ritenuto urgente reprimere il narcotraffico, gli sforzi delle procure devono essere convogliati nei reati di droga. A dettare le coordinate lungo le quali si deve orientare l’azione penale è la relazione annuale del guardasigilli sullo stato della giustizia, attraverso l’emanazione di un atto di indirizzo.

Indagini preliminari

La riforma punta a stringere i tempi delle indagini preliminari, che saranno sottoposte al controllo del gip. La durata massima delle indagini è di sei mesi – dal momento in cui l’individuo è iscritto al registro delle notizie di reato – per le contravvenzioni. Per i delitti più gravi, il limite temporale viene esteso a 18 mesi: si tratta dei casi di narcotraffico, associazione mafiosa e terrorismo. Gli altri reati continuano ad avere una dura massima di un anno. Il pm, e solo una volta nel corso delle indagini preliminari, può chiedere una proroga di sei mesi massimo, ma soltanto se è ravvisata una certa complessità del caso. Il gip, che ha il compito di vigilare sul timing delle indagini, chiede al pm, alla scadenza del tempo concesso, di prendere una decisione sul fascicolo aperto.

Giustizia riparativa

L’intento di Cartabia è quello di sfoltire archivi e faldoni dei processi penali. C’è, nella sua proposta, una decisa apertura alle sanzioni alternative: ad esempio, l’indagato può chiedere subito al giudice, già nella fase delle indagini preliminari, di ricorrere alla messa alla prova, ovvero essere impiegato in lavori socialmente utili. Nel caso in cui l’indagato svolga con impegno e costanza la messa alla prova affidatagli, il processo potrebbe essere sospeso fino al raggiungimento del proscioglimento, per decorrere dei termini della prescrizione. Questa possibilità è estesa a molti reati che non costituiscono un allarme sociale. Anche altri riti alternativi, come il patteggiamento, sono incentivati dalla riforma.

Prossimo passo: la riforma del Csm

Il dicastero lavora anche alla riforma del Consiglio superiore della magistratura. L’organo, travolto da scandali e polemiche per la formazione e le ingerenze delle correnti che si sono formate al suo interno, dovrebbe essere riformato per «ostacolare il consolidarsi di aggregazioni di interesse che trascendano il corretto esercizio delle funzioni consiliari». È il voto singolo trasferibile, come metodo per l’elezione dei componenti togati, il sistema che, a dire della commissione Luciani che sta studiando la riforma, frenerebbe il fenomeno correntizio. Questo strumento di voto aiuterebbe, almeno nei collegi di ampiezza medio-grande, a valorizzare il potere di scelta dell’elettore e a eliminare la pratica del cosiddetto voto inutile. La commissione Luciani, inoltre, ha dato parere favorevole al rinnovo parziale del Csm ogni due anni. Si valuta anche l’istituzione di un’Alta Corte della magistratura – composta da magistrati ordinari e speciali – a cui affidare i contenziosi sui provvedimenti del Csm e i conflitti di giurisdizione.

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