“La giustizia non è credibile, va riformata in tre mosse”, parla l’avvocato Polidoro (Ucpi)

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L’accusa

Viviana Lanza — 23 Ottobre 2020

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La cronaca di questi giorni ha raccontato storie di persone arrestate e poi assolte, di vite e carriere rovinate da sospetti che in sede processuale non hanno trovato conferme. Sono la spia di una giustizia che fatica a essere credibile? Lo chiediamo all’avvocato Riccardo Polidoro, penalista di lungo corso, responsabile dell’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane: «Certo, è un dato che dovrebbe far riflettere, ma quanti sono disposti a farlo? Da sempre l’avvocatura, e solo l’avvocatura, si è posta questo problema. Eppure, va evidenziato che proprio gli avvocati traggono vantaggio da questa situazione. Un’indagine debole, che viene demolita in giudizio, è fonte di guadagno e visibilità per il difensore». Su questo e su altri temi, come quello delle ingiuste detenzioni, l’Ucpi ha più volte denunciato che il sistema non funziona.

«Ci sono state, e purtroppo ci saranno, vite distrutte e carriere professionali e politiche rovinate da indagini a senso unico, che non hanno trovato il controllo, pur previsto, da parte del giudice – continua Polidoro – Per i reati più gravi, la Procura della Repubblica può chiedere il rinvio a giudizio dell’imputato, ma poi deve essere un giudice a disporlo. Ed è qui che il sistema non funziona. Le indagini durano anni e producono migliaia di atti che poi si riversano sulla scrivania del giudice per le indagini preliminari che, nell’arco di pochissimo tempo, spesso in una sola udienza, deve prendere una decisione. Se decide per il rinvio a giudizio dovrà solo apporre la firma sul decreto, mentre se decide per il proscioglimento dovrà emettere una sentenza motivata, che presuppone ovviamente la completa conoscenza degli atti processuali. Vi è un enorme sbilanciamento tra le due possibilità, tenuto conto che l’ufficio del gip è quello certamente più oberato di lavoro nel sistema processuale penale. Deve, infatti, tra l’altro, decidere sulle misure cautelari, deve portare a termine i riti abbreviati, deve autorizzare le intercettazioni, deve sentire l’imputato per l’interrogatorio di garanzia e così via. È chiaro che, in questa massa di lavoro, l’udienza preliminare è sacrificata e, nella maggior parte dei casi è un formale passaggio processuale in cui il rinvio a giudizio è pressoché certo. Stesso ragionamento può valere per il Tribunale per il Riesame, che dovrebbe verificare la bontà della misura cautelare, ma il tempo a disposizione non consente spesso il necessario approfondimento. Il sistema, pertanto, non funziona, non è efficace e la fiducia nella giustizia, diminuisce di giorno in giorno».

Le statistiche sugli errori giudiziari rivelano che a Napoli, nel 2019, ci sono state 129 ordinanze con indennizzi per oltre tre milioni di euro. «Sono dati che fanno rabbrividire – osserva Polidoro – perché dietro questi numeri ci sono persone e la libertà non ha prezzo. L’errore è sempre possibile e il rimedio purtroppo non può che essere economico, ma la quantità degli indennizzi spaventa». La questione è complessa. «Un altro dei temi è la solitudine del pubblico ministero, che per anni indaga senza un effettivo controllo sul suo operato. Si accumulano così migliaia di atti e si rischia quello che io definisco “innamoramento” per l’indagine da parte della Procura e, chi è innamorato, non vede quello che altri, invece, possono vedere».

Quale riforma auspicare? «Separazione delle carriere: non solo per un effettivo distanziamento tra l’accusa e il giudice terzo – spiega Polidoro – ma anche per far comprendere all’opinione pubblica che la notizia apparsa sui giornali dell’indagine o della misura cautelare, non è una sentenza, ma un’ipotesi accusatoria che va verificata. Depenalizzazione: si tengono processi che giungono fino in Cassazione (non per colpa degli avvocati che svolgono compiutamente il loro lavoro), per questioni che potrebbero essere risolte in altre sedi. Maggiore importanza politica al sistema giustizia: nell’emergenza Covid, il governo ha di fatto delegato ogni decisione alle singole Corti di Appello, con risultati non sempre efficaci e, comunque, diversi per ogni città. Eppure il funzionamento della giustizia riguarda tutti i cittadini e influisce anche in maniera determinante sull’economia del Paese».

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