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La consegna del Recovery Plan a Bruxelles e l’inizio del nuovo negoziato: i primi piani saranno approvati all’Ecofin del 18 giugno

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Oggi la Spagna e l’Italia invieranno ufficialmente il Recovery Plan alla Commissione europea, rispettando la scadenza del 30 aprile. Sono stati in pochi a farlo, all’appello mancano la maggior parte degli Stati membri, a fine giornata i piani inviati dovrebbero essere una dozzina. La mappa dei Paesi che hanno rispettato la scadenza già dice qualcosa, sono quelli che credono di più nel progetto. C’è la Germania, il Paese che con la sua solidità ha reso possibile il Next Generation EU; c’è la Francia, l’altro Paese guida dell’Unione europea, ma con un’economia meno potente; ci sono il Portogallo, la Spagna e la Grecia, con le loro economie storicamente più deboli; e l’Italia, il Paese fondatore che rappresenta la più grande contraddizione dell’eurozona.


Le altre Capitali sembrano avere tutta l’intenzione di prendersi più tempo. Non hanno fretta i paesi dell’Europa orientale, abituati a sfruttare i normali fondi del Bilancio pluriennale. Non hanno fretta – e neanche bisogno – i paesi nordici e frugali, che vedono il Recovery Fund solo come un fastidioso trasferimento di risorse dalle economie più forti verso quelle più deboli. La Commissione ha adesso ha due mesi per valutare e dare il via libera ai piani, il Consiglio un altro mese per approvarli, a luglio/agosto si comincia. Ma i principali beneficiari vogliono accelerare i tempi. La presidenza portoghese dell’Ue metterà in calendario l’approvazione dei primi Recovery Plan già nell’Ecofin del 18 giugno, un mese e mezzo prima della scadenza prevista. Il premier Antonio Costa è pronto a convocare anche un Ecofin straordinario a fine giugno per favorire un secondo round di approvazioni.

Il nodo delle concessioni balneari

Per l’Italia chiudere il Piano nazionale di ripresa e resilienza non è stato un percorso semplice. Da sabato a oggi ci sono voluti tre Consigli dei ministri e il passaggio alle Camere. Ciò nonostante, non tutti i nodi sono stati risolti, uno dei quali potrebbe mettere Bruxelles nella condizione di “rimbalzare” il piano a Roma per una modifica. Nella bozza del decreto proroghe non appare la norma sulla proroga delle concessioni balneari e per gli ambulanti, ma nel pacchetto di riforme da inserire nel Recovery Plan italiano deve esserci una legge che regola la messa a gara delle concessioni balneari, obbligatoria secondo la controversa direttiva Bolkestein

Secondo le fonti, la questione delle concessioni balneari sarebbe stata oggetto dell’interlocuzione tra Roma e Bruxelles di sabato scorso. L’Italia è sotto procedura di infrazione per le proroghe senza gara, e anche diversi Tar hanno bocciato l’articolo del decreto che le ha rinnovate fino al 2033. Ma nel capitolo del Pnrr dedicato alla concorrenza non c’è traccia di riforme in quell’ambito. L’applicazione della direttiva comunitaria aprirebbe il mercato anche a imprenditori stranieri e alla concorrenza, scoperchiando quello che l’Ue definisce un settore «estremamente protetto». 

L’Italia ha sempre rimandato la questione rinnovando automaticamente le concessioni agli stessi gestori – dotati di una solida rappresentanza tra i partiti – ma senza poter ridiscutere i canoni. Secondo l’Osservatorio CPI, le concessioni garantiscono allo Stato un incasso decisamente irrisorio. Il ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ha spiegato: «Non serve nessuna proroga perché una norma esiste già, anzi due: una per la proroga al 2033 e un’altra che congela le concessioni causa Covid». Per il leghista il problema non esiste «l’unica cosa certa è che l’estate sarà tranquilla per tutti, gestori e utenti», ha promesso. Probabilmente quest’estate sarà così, ma storia non si chiude con le dichiarazioni del ministro e delle associazioni di categoria. 

Una caso emblematico della capacità di fare le riforme

Adesso infatti il tema è dirimente. Nel suo piccolo, questa riforma per portare concorrenza in un settore estremamente protetto è emblematica, in essa sono presenti quasi tutti gli scogli che dovranno essere affrontati nelle riforme previste dal Pnrr per continuare ad accedere ai fondi. Bisogna riformare una normativa che risale a un’Italia molto diversa da quella attuale, scardinare piccole e grandi rendite di posizione, riorganizzare un settore che senza concorrenza non si è mai sviluppato in una logica moderna e concorrenziale, farsi carico delle reazioni di scontento nel breve termine scommettendo nei risultati di lungo periodo. 

Tutte cose che la politica italiana finora non è riuscita a portare a termine. Le cose adesso potrebbero andare in questo modo. Il Pnrr viene recepito dalla Commissione, ma i funzionari, di fronte all’assenza di una riforma che risponde a una procedura d’infrazione, chiedono che venga fatta una modifica. A quel punto il governo discute una soluzione e modifica il documento. La differenza però è che dopo la giornata di oggi il Pnrr è a Bruxelles, il negoziato sarà un affare tra i ministri di Mario Draghi e i funzionari europei. Nei prossimi mesi ci saranno altre discussioni, ma sul tavolo ci sarà l’accesso veloce alla prima tranche del Recovery Fund.

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