La Camera è stata chiusa per paura di chiuderla…

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L’allarme contagio

Salvatore Curreri — 25 Ottobre 2020

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Meglio tardi che mai. L’apertura del Presidente Fico alla partecipazione da remoto ai lavori della Camera da parte dei deputati impossibilitati a raggiungere le sue sedi per effetto di provvedimenti dell’autorità sanitaria o a causa di congenite condizioni di salute (come nel caso del consigliere regionale toscano Melio qui trattato lo scorso 30 settembre scorso) costituisce senza dubbio un importante segnale di apertura su un tema su cui, finora, si erano registrate forti resistenze sia politiche, sia dell’amministrazione interna.

Finora, com’è noto, le Camere per garantire la funzionalità dei propri lavori evitando al contempo la diffusione del contagio, hanno progressivamente adottato tutta una serie di misure consentite dai loro regolamenti (interpretati talora estensivamente), scartando quelle che avrebbero richiesto una impegnativa modifica costituzionale come il voto per delega (previsto in Francia) o l’abbassamento del numero legale (deliberato nel Bundestag tedesco). Così: i parlamentari impossibilitati a prendere parte ai lavori parlamentari sono stati considerati in missione e quindi non computati ai fini del numero legale; i gruppi politici hanno concordato l’autoriduzione dei parlamentari presenti in Assemblea (in misura pari al 55% dei componenti) mantenendovi inalterati i reciproci rapporti di forza e assicurando, al contempo, la presenza del numero legale; si è valorizzata l’attività delle commissioni quali organi collegiali ristretti per questo motivo in grado più facilmente di riunirsi (specie in aule più ampie del solito); si è ampliata la capienza effettiva delle due Aule, ricorrendo alle tribune e, alla Camera, perfino una parte del Transatlantico; infine, l’attività parlamentare è stata inizialmente limitata ai soli provvedimenti ritenuti urgenti e agli atti dovuti, riducendo il numero delle votazioni e separandole dalla fase della discussione.

Era per l’appunto rimasta fuori la questione della partecipazione (e non solo votazione) da remoto, sperimentata con successo da altri Parlamenti non certo marginali per tradizione e importanza (da quello britannico al Parlamento europeo), ora per calcolo politico, ora per preteso rispetto della Costituzione. Un calcolo politico miope, specie da parte delle opposizioni che avrebbero tutto l’interesse a che il Parlamento funzioni a pieno regime anziché, come di fatto accaduto, auto-condannarsi ad una marginalità di cui ovviamente ha tratto profitto il Governo che, con l’uso smodato dei Dpcm, ha dimostrato di poter fare a meno delle camere. Basti dire che in questa settimana, a causa della diffusione dei contagi tra i parlamentari, è stata sospesa ogni attività deliberativa; così, paradossalmente, si è chiusa di fatto la Camera per paura di chiudere la Camera. E un domani peggio potrebbe accadere se i contagi dovessero alterare significativamente i rapporti di forza tra maggioranza ed opposizione.

Un rispetto della Costituzione opinabile perché ritenere che la presenza cui fa riferimento l’art. 64.3 Cost. sia solamente quella fisica vuol dire non solo pietrificarne il testo al significato originario del 1948 ma soprattutto ritenere che il modo (fisico) ed il luogo (le camere) in cui andrebbe esercitata la rappresentanza politica sia più importante del suo contenuto, come se la presenza corporea dell’eletto fosse decisiva per dare significato e valore alle sue parole. Non vi è dunque da meravigliarsi se – come purtroppo dimostra il loro dilagante malcostume parlamentare in Assemblea – la presenza fisica viene talora sfruttata per dare peso più all’esteriorità e alla teatralità dell’attività parlamentare – con un’opposizione spesso «a favore di telecamera» – che ai suoi contenuti.

Rispetto a tale contesto, l’apertura del Presidente Fico è quindi senz’altro significativa, seppur limitata all’attuale situazione di emergenza pandemica e ristretta ai soli deputati in situazione di isolamento o di quarantena precauzionale. Pertanto, ad oggi, da remoto la Corte costituzionale può decidere che una disposizione è illegittima, ma una commissione non può esaminare un disegno di legge da trasmettere all’Assemblea. Inoltre, essa non solo è ancora interlocutoria ma soprattutto gravemente tardiva rispetto all’impegno assunto in Giunta per il regolamento fin dallo scorso 7 maggio di avviare il confronto politico dall’esito tutt’altro che scontato considerate le resistenze cui si accennava all’inizi e che spiegano il motivo per cui la Giunta per il regolamento ha deciso di rinviare la questione alla Conferenza dei capigruppo.

Al pari di quanto sta accadendo nel paese riguardo alle misure che si sarebbero dovute prendere per contrastare la prevedibile nuova ondata autunnale di contagi (a cominciare dal potenziamento delle terapie intensive e dei trasporti pubblici), è netta la sensazione, leggendo gli atti ufficiali, che la Camera (e ancor di più il Senato), magari confidando more solito nello stellone italico, abbiano perso tempo, oggi quanto mai prezioso per approntare (anche sotto il profilo tecnologico) un “diritto parlamentare dell’emergenza” efficace e sicuro. Del resto non sarebbe la prima volta che a Roma si continui a discutere, mentre Sagunto viene espugnata.

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