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Jacobs e la mental coach che lo ha aiutato a superare ogni limite: «Adesso è consapevole di cosa può fare con le sue gambe»

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«Nella mia testa mi chiedevo sempre: cosa ho meno degli altri? Niente, era la risposta. Puoi correre più forte anche tu». Un mantra ripetuto chissà quante volte, che dalla mente è arrivato ai piedi e al cuore di Marcell Jacobs, da oggi l’uomo più veloce con i suoi 9″80 in 100 metri. Un record che lo fa entrare di diritto tra gli immortali dello sport. Un record raggiunto anche grazie a una preparazione mentale, oltre che atletica, un lavoro introspettivo grazie al quale l’atleta 26enne è riuscito a sbloccare un’ulteriore quota di potenziale, oltre all’enorme dose che, dopo una vita di allenamenti quotidiani, gli ha consentito di collezionare un record dopo l’altro da quando aveva 19 anni. Un lavoro fatto con la sua mental coach Nicoletta Romanazzi, che su Jacobs ha trovato la giusta chiave per sciogliere dei nodi che lo vincolavano. Il blocco più grande? Le conseguenze derivanti dall’abbandono del padre. Marcell è cresciuto con mamma Viviana (la sua «prima tifosa») senza l’affetto di una figura paterna e – consapevole o meno – questo ha influenzato anche il suo fisico di campione assoluto.


Ma prima di Tokyo qualcosa è cambiato. Romanazzi è stata capace di toccare i punti giusti che hanno liberato la mente di Jacobs dai lacci insinuatisi dopo lo shock dell’abbandono del padre. Una telefonata ogni mattina con le parole che guariscono dalle assenze e dai ricordi negativi del passato che possono minare la serenità e la concentrazione nel presente. Risolvere il rapporto con quel padre che non vede da anni – essendo peraltro anche lui padre di tre bambini – ha sbloccato un meccanismo e ha infuso nuova fiducia e consapevolezza in Jacobs, come testimonia la stessa mental coach: «Aveva nel suo potenziale certe prestazioni, doveva solo sbloccarsi – sono le sue parole -. Aver risolto il rapporto con il padre lo ha sbloccato. Da allora è andato tutto meglio. Adesso entra in pista più consapevole di quello che può fare con le sue gambe. Adesso riesce a dominare le sue emozioni».


Era lo scorso maggio quando Romanazzi raccontava come era cominciato il lavoro insieme a Jacobs e a quali risultati aveva portato. Quando Marcell le fu presentato, le venne descritto come «un ragazzo con un grande potenziale che non riusciva ad esprimere in gara». Timido, del quale sarebbe stato complicato conquistarsi la fiducia, dal momento che «riesce a entrare in sintonia con poche persone».

«L’ho incontrato insieme al suo coach Paolo Camossi. Abbiamo chiacchierato e ci siamo trovati subito – ricorda la mental coach sul suo account Instagram -. Quel giorno stesso ho capito che avremmo potuto fare grandi cose insieme, gliel’ho promesso, gliel’ho visto addosso quel record italiano e anche di più. Ad un patto: che si fosse impegnato – racconta ancora Romanazzi -. Perché il lavoro su di sé lo è impegnativo perché ci costringe ad andare in profondità, a guardare tutte quelle parti di noi che è una vita che evitiamo. E poi bisogna allenarsi, non basta aver compreso. Bisogna portare nuove visioni, nuove consapevolezze, nuove prospettive nel vivere quotidiano. E lui l’ha fatto, mettendosi in gioco poco per volta ma completamente. Abbiamo cominciato a settembre scorso, ponendo sul piatto vita personale e professionale. Abbiamo tagliato quell’elastico in vita che avevo percepito vedendo la sua gara al Golden Gala di Roma e che non gli dava la possibilità di esprimersi per chi era».

E senza lacci mentali Jacobs ha corso più veloce di tutti davanti agli occhi di tutto il mondo.

Il lavoro su 5 atleti di Tokyo

Romanazzi in realtà ha lavorato con cinque diversi atleti che si sono presentati a Tokyo. Oltre a Marcell Jacobs, Luigi Busa, Viviana Bottaro, Jeannine Gmelin, Alice Betto. Poco meno di una settimana fa ha pubblicato un post a loro dedicato, ricco di incoraggiamenti e speranze, prima che cominciasse il grande sogno olimpico:

«Cinque dei miei ragazzi stanno per coronare il sogno Olimpico. Portano a Tokyo anni di allenamenti durissimi, di sconfitte e di vittorie, di paure profonde e di infinito coraggio, di voglia di mollare e di determinazione, di vulnerabilità e di forza. Portano le proprie origini, la propria storia, i sogni nati quando erano bambini e che hanno portato avanti testardamente fino ad oggi. Soprattutto portano la consapevolezza di rappresentare la propria nazione, di portare in gara ognuno di noi, di regalarci emozioni profonde, di rimetterci in contatto con l’orgoglio, l’entusiasmo, il senso di appartenenza, la voglia di lottare fino alla fine. Sono onorata di averli accompagnati lungo un percorso di crescita personale e consapevolezza che oggi porteranno a queste Olimpiadi 2021».

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