Isabella, Infermiera del Servizio 118: “ecco come ho combattuto il Covid in prima linea; è stata dura”.

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Riportiamo la storia di Isabella Zermani, Infermiera del Servizio 118 nel Parmense: “ecco come ho combattuto il Covid in prima linea; è stata dura”.

Sono Isabella, infermiera del 118 Centrale Emilia Ovest-Distretto di Fidenza, AUSL di Parma e sono iscritta alla Società Italiana degli Infermieri di Emergenza Territoriale (SIIET). Scrivo per non dimenticare quelle settimane che rimarranno nella memoria collettiva e per condividere la mia esperienza personale e professionale.

Scrivo per ricordare il dolore e la sofferenza dei pazienti, dei loro familiari e dei curanti.

Scrivo per ricordare la collaborazione e la solidarietà in quei giorni difficili. Colleghi di reparti, servizi e ospedali diversi hanno lavorato mettendo insieme competenze ed energie al servizio degli altri, dei pazienti innanzitutto, ma anche dei colleghi.


Scrivo per ricordare a tutti che il Covid-19 è ancora tra noi e la prevenzione è l’unica arma che abbiamo.

E’ un’influenza.

È febbraio e si comincia a parlare di covid. “È un’influenza” ci dicono. Non c’è da preoccuparsi. Poi i primi casi.


Colleghi in quarantena precauzionale, turni da coprire. Saltano le ferie. Ci forniscono i DPI per affrontare l’emergenza.

Il DUMP della Centrale Emilia Ovest, programma sul quale vengono caricati i servizi della provincia di Piacenza, Reggio Emilia e Parma presenta un elenco infinito di interventi infettivi in attesa. All’inizio dell’emergenza sono codici bianchi. La centrale è sotto assedio, non è possibile comunicare per le troppe chiamate in attesa.


La gente ha paura. Man mano che i giorni passano, i servizi in attesa aumentano. Troppi pochi mezzi per fronteggiare l’imprevedibile. I servizi da codici bianchi diventano verdi, poi gialli e rossi.

Un’onda ci investe.

Noi veniamo investiti da un’ondata che all’inizio ci stordisce. Turni interi al domicilio di pazienti potenzialmente infetti da valutare e per i quali decidere il da farsi, se ospedalizzarli o lasciarli a casa sotto la supervisione del medico curante, con la possibilità di contattare telefonicamente per un confronto anche un infettivologo.

È il 28 febbraio.

Senza quasi accorgercene siamo in lock down. È il 28 febbraio. I primi di marzo avevo il corso avanzato per l’elicottero. Tutto saltato. I miei bambini e mio marito sono andati a trovare i nonni ad Ancona. Li vedo partire, li saluto non sapendo che passeranno quasi due mesi prima di poterli riabbracciare. Decido così per la sicurezza di tutti. Per fortuna esistono le videochiamate anche se non sono la stessa cosa.

Mio figlio, 5 anni, soffre la distanza e non è difficile capirlo. Quasi si rifiuta di parlare in videochiamata.


Mia figlia, 2 anni, abbraccia il telefono dicendomi ‘mi manchi tanto mamma’. Stende le braccia e stringe le manine per farmi capire che vorrebbe stringere me. Vestirsi, svestirsi

Sono giornate dure di lavoro intenso, turni che sembrano infiniti. Solo pazienti potenzialmente infetti. Un continuo vestirsi e svestirsi in sede, in ambulanza, in mezzo alla strada. Cuffia, tuta, guanti, doppi nastrati al polso, copricalzari, mascherine, visiera. Mascherina ai pazienti. Occhi che non si dimenticano.

La mia pandemia.

Arrivo sull’orlo dell’esaurimento fisico ed emotivo. Sono al lavoro anche quando non ci sono. Sono in contatto costante con i colleghi, soffro i giorni di riposo a casa e ne temo il vuoto. Mi stressa meno essere in turno.

Dormo male la notte. Da persona solare sono diventata taciturna, tendo a isolarmi e a chiudermi nel mio silenzio.

Mi butto a capofitto nello studio. Non basta. Il vuoto a casa mi consuma. Prendo un gatto, Eran.

Le mie giornate migliorano decisamente, lui è una vera meraviglia.

La pandemia e i curanti.

Nel frattempo si è ammalato un volontario che collaborava con noi. Sembrava stabile ma improvvisamente peggiora e dopo qualche giorno intubato in rianimazione viene a mancare.

Ci coglie lo sconforto, ci scendono le lacrime. Siamo arrabbiati col mondo anche se non è colpa di nessuno.

Si muore e quando accade a chi abbiamo vicino, ci colpisce ancora di più. Quel tunnel ci sembra senza uscita, senza luce.

Si ammalano una dottoressa e il marito, lavorano con noi. Li ricoverano, abbiamo tutti paura. Per fortuna ne usciranno e torneranno a casa dopo mesi dai loro bambini.

Si ammala una cara amica di famiglia. Il marito non la vuole lasciare e si ammala a sua volta. Li ricoverano entrambi, lui muore. La pandemia e la comunità

La gente mi scrive, mi chiede della situazione. Non possiamo creare allarmismi. Io vedo tutto nero ma non lo esprimo.


Le ombre le ho sempre tenute per me e anche se ora è più difficile, cerco con gli altri di essere ottimista. Mi dicono di stare attenta. Odio uscire, andare a fare la spesa. Sentire la gente che si lamenta delle stupidate, che grida al complotto.

La pandemia e il lavoro di cura.

Ormai facciamo solo servizi covid, siamo rassegnati e tristi. Un giorno mi mandano a casa di un paziente sospetto, 58 anni. Respira affannosamente, desatura, i suoi polmoni crepitano. Ha gli occhi stanchi, provati e la febbre alta.

L’infettivologo vorrebbe che io lo lasciassi a casa; infondo è stato in Pronto Soccorso qualche giorno fa, che può essere cambiato?

Ho il paziente davanti e decido di portarlo in ospedale di testa mia.

La collega in triage è sempre la stessa che lo ha visto qualche giorno prima. Polmonite interstiziale bilaterale, lo ricoverano, lo intubano, muore.

È una domenica mattina e il volontario che era con me quel giorno mi gira l’articolo comparso sulla gazzetta.


Vado avanti per inerzia, sono tanto stanca e non sto bene. Non me ne rendo conto ma qualcuno se ne accorge per me.

È notte, sono reperibile. Squilla il telefono. Due pazienti covid positivi da trasferire a Parma. Mi alzo, mi vesto e vado a Vaio. Mi metto la tuta gialla, carichiamo i pazienti e li portiamo in reparto covid positivi. C’è un’umidita pazzesca ed io ho un gran freddo.

Li consegniamo al reparto dove ci contestano il fatto di averli trasferiti di notte quando loro li aspettavano nel pomeriggio.

Cerco di spiegare loro che quando ci attivano noi partiamo, che non dipende da noi. Dobbiamo spogliarci, il momento più delicato. Faccio tutto a regola d’arte. Il mio autista in un raptus si strappa via tutto senza criterio.

Rientriamo. Ormai sono le 4. Torno a casa, mi spoglio e mi reinfilo a letto. Sono le 5 e risuona il telefono.

Un Edema Polmonare Acuto con Sindrome Coronarica Acuta da trasferire col rianimatore. Sono sfinita e alle 14 dovrò montare in servizio di nuovo. Mi vedono due dei nostri medici, sono loro ad avere per me dei gesti di cura inaspettati. Con il paziente c’è l’anestesista, che mi aspetta.

Farmaci, zaino davanti, lifepack e si parte. Un balletto in triage respiratorio senza capire chi prenderà il paziente. Uno scaricabarile di 30 minuti, poi finalmente lo lasciamo e rientriamo.

Il medico è in mezze maniche e trema. Sotto la tuta è meglio vestirsi leggeri. Sono al timbro, sono le 8.45.

Sono l’ultimo dei miei pensieri.

Una dottoressa parla col mio coordinatore e gli consiglia di far coprire il mio turno pomeridiano ad un altro collega. Vado a casa e dormo fino alle 17.

Quando mi alzo non so più che giorno sia. Non ho fame né sete, solo emicrania. Sono diventata l’ultimo dei miei pensieri. Non mi sto amando, anzi mi sto punendo per non essere nella mia testa ‘abbastanza‘.

Per quella scelta che manca, per quel paziente che non può essere trattato come si dovrebbe.


Un codice giallo

Una mattina sono in postazione e ci mandano su un codice giallo, una donna di 58 anni che era già stata vista dalla collega qualche notte prima. Era stabile e l’aveva lasciata a casa.

Partiamo però non troviamo subito l’abitazione. Arriviamo e mi racconta che è una farmacista e che la sua collega è intubata, covid positiva. Lei desatura, i polmoni crepitano. La figlia non sente odori e sapori.

Decido di ospedalizzare la signora e metto in quarantena la famiglia. Chiedo l’ambulanza dedicata e aspetto con lei. È così carina, chiacchieriamo. Viene caricata da me in ambulanza.

Il marito la saluta pensando che presto si rivedranno. Ma non sarà così. Dopo un mese di ricovero e una settimana di rianimazione morirà anche lei.

Leggo l’articolo sulla Gazzetta e mi sento in colpa. Avrei potuto farle salutare in altro modo la famiglia. Non scordo i suoi occhi, la dolcezza, la grande dignità.

Il dolore vissuto il dolore condiviso.

Mesi immersi nella sofferenza, nel dolore delle persone e delle famiglie. Trasferimenti dalla rianimazione di corpi addormentati e disumanizzati. Persone spesso giovani, tanti morti.

Viaggi fatti di occhi e di mani tenute strette, di chiacchiere per allentare la tensione.

La solitudine della persona malata nella malattia. Senza visite, il curante rimane l’unico contatto con il quale il paziente può condividere le proprie angosce e dal quale i suoi familiari ricevono notizie sul suo stato di salute.


Responsabilità enormi che hanno pesato sulle spalle. È un carico emozionale non descrivibile.

Chi si sarebbe potuto aspettare tutto questo?

Abbiamo avuto paura, abbiamo sofferto, abbiamo conosciuto il nostro e l’altrui dolore. Abbiamo sentito la necessità di iniziare un percorso con gli psicologi aziendali. Tutti noi abbiamo parlato e ci siamo riscoperti umani.

Isabella Zermani, Infermiera

Foto di Antonio Negri

Tratto da: Cittadinanza Attiva Emilia Romagna