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«Io sono Giorgia»: il remix che dà il titolo al libro di Meloni. Parlano i deejay: «Lo rifaremmo, ma più critico»

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Due ragazzi tra i 25 e i 30 anni, «nella vita vera due semplici impiegati che lavorano nell’hinterland milanese», il 26 ottobre del 2019 pubblicarono sul web il video del comizio di Giorgia Meloni, in piazza San Giovanni, remixato e con le immagini della leader della destra italiana ripetute in loop. L’intento di Mem & J – i dj che hanno creato il tormentone e che vogliono restare anonimi -, era sbeffeggiare il discorso della segretaria di Fratelli d’Italia. Nello specifico, l’operazione musicale puntava a irridere i rimandi a un’identità culturale che non ammette l’omogenitorialità, facendo “cantare” a Meloni un collage delle sue stesse frasi, ribaltando il messaggio originario per renderlo un inno della comunità lgbtqi .


«Noi siamo lgbt, difenderemo la nostra identità», viene fatto dire, con voce sintetizzata ed effetto eco, alla politica nella canzone intitolata Io sono Giorgia. Fu un successo inaspettato: quel brano totalizzò in breve tempo milioni e milioni di views sulle varie piattaforme digitali, diventando la hit della stagione invernale, ballata nelle discoteche di tutta la Penisola. Io sono Giorgia, un anno e mezzo più tardi, è stato scelto come titolo per l’autobiografia di Meloni, pubblicata l’11 maggio dalla casa editrice Rizzoli. Lei stessa, nell’introduzione del libro, conferma di essere stata ispirata da quel remix. «In realtà non siamo propriamente dei dj – raccontano Mem & J a Open -. Non sappiamo definirci: principalmente creiamo canzoni scritte o cantante da noi e remix di tormentoni virali. Ma è tutto abbastanza casuale».



Nella descrizione del vostro canale YouTube c’è scritto «trash e stereotipi». Cosa c’entra la politica?

J: «La politica è spesso trash».

Mem: «La Meloni che urla con gli occhi iniettati di sangue i suoi discorsi è terribilmente trash. Detto ciò, la politica è entrata nel mondo di Mem & J con Io sono Giorgia per un’urgenza morale di denuncia, ridicolizzazione di quei discorsi aberranti».

Come mai avete scelto di restare nell’anonimato?

J: «La scelta dell’anonimato è data dalla necessità e dalla volontà di tener separata la vita reale da questo gioco sul web, è stato così fin dall’inizio, quando avevamo cento visualizzazioni».

Mem: «Con il senno di poi, ci sembra tuttora la scelta migliore».

Ieri – 17 maggio -, è stata la giornata internazionale contro l’omobitransfobia. Secondo voi, che fate parte della comunità lgbtqi , perché è necessario soffermarsi ancora, nel 2021, su questa ricorrenza?

Mem: «È davanti agli occhi di tutti il motivo per cui serve ancora combattere l’omobitransfobia: pestaggi, aggressioni, prese in giro. Persone che hanno paura di camminare mano nella mano con il proprio compagno o compagna. Provate ad immaginare quanto sia mortificante».

J: «Per non parlare della politica che continua a fare il gioco destra-sinistra sulla pelle di chi chiede diritti».

Mem, secondo te la classe dirigente italiana sta affrontando in maniera adeguata la questione dei diritti lgbtqi ?

Mem: «Direi di no. Sembra pura tifoseria da stadio. Come diceva J, sembra un braccio di ferro tra sinistra e destra senza guardare alla realtà. I diritti non hanno colore politico».

L’idea alla base del remix Io sono Giorgia era quella di trasformare il messaggio in difesa della famiglia cosiddetta tradizionale di Meloni in un inno della comunità Lgbtqi . Le cose sono andate diversamente, ve lo aspettavate?

J: «Le cose sono andate diversamente quando la canzone è uscita dal contesto. Al Toilet club, discoteca milanese super inclusiva a cui siamo legati, il pubblico aveva capito perfettamente l’intento. Quando è esplosa sul web le chiavi di lettura sono diventate molteplici. Dal mio punto di vista però l’intento di “presa in giro” è chiaro: solo i bambini e gli stupidi non capiscono che è una canzone-denuncia. Se non sei un bambino, ho una brutta notizia per te».

Mem: «Quando la canzone è esplosa sul web, è esplosa anche a noi tra le mani. Non avevamo più il controllo sulla cosa. Il brano ha reso la Meloni pop? Sicuramente sì, ma dubito fortemente che abbia spostato voti. L’ascesa politica della Meloni era iniziata già dopo che Salvini fece cadere il primo governo Conte I. Perlomeno, la nostra canzone ha sollevato il problema del rendere simpatici personaggi come la Meloni: fino al giorno prima, si vedevano teatrini televisivi costruiti ad hoc per rendere piacevoli questi personaggi, ma in pochissimi protestavano, nonostante fosse un modo più subdolo per raggiungere quell’obbiettivo. Altro pregio che do alla canzone è quello di aver sdoganato i termini “genitore 1” e “genitore 2”».

Certo, il remix ha reso Meloni un’icona pop, ma ha permesso anche a voi di raggiungere un successo incredibile come dj. In che modo avete vissuto il momento dell’hype e, adesso, quali sono le vostre prospettive per la carriera musicale?

Mem: «In realtà nella vita quotidiana nulla è cambiato. Certo, le visualizzazioni che salgono danno entusiasmo, ma comunque dovevo alzarmi alle 7 ogni mattina per andare in ufficio».

J: «Per il futuro chissà! La nostra intenzione, ad oggi, è quella di continuare a pubblicare quello che ci pare quando ci pare, senza obblighi contrattuali. Ci piace che resti un hobby divertente».

Avete un intellettuale, un politico, un artista di riferimento che sentite vicino nella vostra battaglia per la difesa dei diritti lgbtqi ?

J: «In generale il mondo degli artisti è molto più propenso a supportare la causa, basti vedere quello che è successo al concerto del primo maggio di quest’anno. Direi che ce ne sono moltissimi».

Mem: «Personalmente di politici “grossi” non ne conosco. Cito dunque un amico, grande alleato della causa: Michele Albiani del Pd di Milano. Seguitelo sui social perché propone contenuti interessanti!».

Io sono Giorgia è diventato il titolo dell’autobiografia della leader di Fratelli d’Italia. Che effetto fa?

J: «Personalmente a me fa ridere che il momento più alto della carriera della Meloni sia stato un remix che la prende in giro. Poi, per carità, ha ri-ri-girato quello che noi avevamo ri-girato. Probabilmente quel titolo le farà vendere qualche copia in più? Sì».

Meloni stessa afferma che l’idea del libro è nata grazie al vostro brano e al boost social dato dall’influencer Tommaso Zorzi. Tornando indietro, lo rifareste quel remix?

Mem: «Sì, ma in modo marcatamente più critico, senza lasciar spazio a strumentalizzazioni».

Arriverà il giorno in
cui vi toglierete la maschera dell’anonimato e Mem & J suoneranno in un
grande evento live, magari proprio all’apertura di un comizio politico?

J: «Altamente improbabile. Possiamo fare ciò che facciamo anche grazie all’anonimato».

Mem: «… e nessun partito politico ci merita».

Cosa ne pensate del disegno di legge Zan? Le difficoltà che stanno caratterizzando l’approvazione della legge, le animosità che accompagnano il dibattito pubblico sulla proposta di legge, per voi sono il simbolo di una società ancora troppo bigotta?

Mem: «È vergognoso l’ostruzionismo che si è fatto. Credo che in quello che è successo si racchiuda lo schifo della politica italiana. Quintali di fake news e disinformazione, con lo scopo di giustificare la lotta contro una legge che protegge tutti, anche una persona eterosessuale può essere vittima di omofobia! Immaginate come verranno ricordate queste persone tra 50 anni. Probabilmente con lo stesso disgusto con cui oggi noi ricordiamo i nazisti».

Ultima domanda: il
vostro duo musicale è legato indissolubilmente a Giorgia Meloni. C’è qualcosa
che vorreste dirle attraverso questa intervista?

J: «Abbiamo fatto altro ormai. Io sono Giorgia ha quasi due anni. Andiamo avanti, guardiamo avanti!».

Mem: «Meloni, non sei stupida. Rifletti sulle tue idee. Credi che un bambino stia meglio in un orfanotrofio o con due persone (o una, per le adozioni per i single) che lo crescerebbero con amore? Sento spesso dire che i figli sono una scelta egoistica delle coppie gay. Ma come può essere egoismo rinunciare a tempo e denaro per crescere e dare felicità ad un’altra persona? Le famiglie arcobaleno sono realtà da anni nel nostro paese e meritano il riconoscimento che già hanno in altri stati».

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