Intervista ad Alexander Stille: “Trump è assediato dal virus ma non al tappeto”

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L’America a due settimane dalle elezioni presidenziali. Paure, speranze, incertezze. Il Riformista ne parla con Alexander Stille, giornalista e scrittore statunitense, professore alla prestigiosa Scuola di Giornalismo della Columbia University.

A due settimane dal voto, qual è l’atmosfera che si respira in America?


La risposta è complicata, perché l’atmosfera dipende molto in quale settore della società americana tu vivi. Questa è una società profondamente polarizzata, per cui negli ambienti che frequento io, sia per lavoro che per relazioni sociali e familiari, che sono elettori di centrosinistra che votano democratico, è un conto, per quelli che vivono in zone rurali che sono molto pro-Trump, l’atmosfera è profondamente diversa e in altre parti che sono più divise a regnare è l’incertezza. Nell’elettorato democratico c’è un’atmosfera di grande preoccupazione, di paura, di nervosismo. Perché se è vero che i sondaggi indicano una forte maggioranza a favore di Biden, è altrettanto vero che tutti hanno impresso nella memoria la sorpresa sconcertante del 2016, quando i sondaggi si rivelarono in parte sbagliati e alla fine a vincere fu Trump. Questi sentimenti di preoccupazione e di incertezza non toccano minimamente, nonostante i sondaggi, le zone dell’America che sono fortemente pro-Trump, loro sono convinti che lui vincerà. L’effetto della polarizzazione è che è davvero difficile incontrare persone che sono di parere contrario, per cui molti degli elettori di Trump conoscono e frequentano soltanto persone che sono pro-Trump e dunque sono convinti che tutti voteranno per lui. La grande preoccupazione in questo momento è che a causa del sistema elettorale americano, molto strano e particolare, che fa sì che invece di eleggere il Presidente attraverso un voto nazionale, come avviene in quasi tutte le altre democrazie presidenziali, alla fine dipenderà dal voto di quattro o cinque stati chiave che sono in genere più contrastati che nel resto del Paese: parliamo della Florida, della Pennsylvania, del Michigan, Arizona, del North Carolina. Si tratta di Stati in cui Biden è in testa ma meno rispetto al voto nazionale, e quindi con l’incertezza attorno all’affluenza alle urne, su come la gente voterà durante l’epidemia, la controversia che permane nonostante il pronunciamento della Corte Suprema, sul voto per posta, se la posta arriverà in tempo, tanti voti saranno scartati e tanti altri contestati perché compilati in modo non dettagliato, tutti questi sono grandi punti interrogativi che ti fanno svegliare alle tre di notte in uno stato di angoscia, coperti di sudore. Questo spiega un po’ lo stato d’animo di persone del mio giro. Dunque, per tornare alla tua domanda, è molto difficile tratteggiare l’atmosfera dominante. D’altro canto, quello che colpisce è anche che ci sono ancora tanti elettori che seguono molto meno la politica che cominciano solo ora a cercare di farsi un’idea su chi votare. Faccio un esempio: la madre di una nostra conoscente è un’infermiera che sta decidendo ora per chi votare, guarda un pochettino le cose su internet, cerca di farsi una convinzione. Sono tante le persone come lei, molto lontane dalla polarizzazione partigiana di persone che hanno idee molto consolidate. Detto tutto ciò, c’è però da sottolineare una differenza rispetto al 2016…

E quale sarebbe?


Oggi i sondaggi sono più stabili. Siccome Trump, dopo quattro anni alla Casa Bianca, è una persona più conosciuta, in genere si ritiene che le persone hanno formato le loro opinioni, o adorano Trump o lo detestano, e quindi si pensa, ma non si ha la certezza, che i sondaggi stavolta sono più affidabili rispetto a quattro anni fa. D’altro canto, e questo accresce l’incertezza, gli organizzatori della campagna di Trump hanno fatto un grande lavoro per registrare elettori non registrati al voto, e questo potrebbe fare la differenza, una differenza anche piccola ma differenze piccole in quattro-cinque stati chiave possono determinare l’esito finale. Non va dimenticato, peraltro, che il Partito democratico americano è molto eterogeneo, a differenza di quello repubblicano. I democratici rappresentano un’area che va dai socialisti democratici di Sanders e Ocasio-Cortez, ai moderati e agli ex-repubblicani che non amano Trump, e in qualche modo devono trovare una sintesi che funzioni. E non è cosa semplice.

Siamo al rush finale della campagna elettorale. Come giudichi fino a questo momento la campagna di Joe Biden e dei Democratici?


Tutto sommato non è stata male. In un certo senso Biden doveva soprattutto non commettere errori. La strategia più intelligente per i Democratici era di rendere queste elezioni un referendum su Trump. Trump ha dominato la scena politica e ha fatto sì che il voto si trasformasse in un referendum su di lui. Biden non ha fatto granché ma non ha commesso grandi errori, ha lasciato in qualche modo il palcoscenico a Trump ma questo non è la peggiore delle strategie. Alcuni lo hanno criticato per non avere fatto di più, però tra i limiti posti dal coronavirus, il desiderio di non commettere grandi errori, alla fine non è stata la strategia peggiore.

Quanto pesa sul voto la crisi pandemica?


Pesa molto, forse meno di quanto uno penserebbe ma certamente senza il Covid Trump sarebbe in una posizione molto ma molto più forte. Nel senso che a differenza di tante altre cose, quello del Covid è un problema che non si poteva ignorare, ha cambiato la vita di tutti. Per due mesi abbiamo visto Trump tenere una conferenza stampa quotidiana, e l’abbiamo visto e ascoltato, giorno dopo giorno, dare indicazioni contrastanti, che cambiavano di giorno in giorno: un giorno in cui diceva non è niente, è solo un piccolo raffreddore, scomparirà presto, e un altro giorno annunciare misure più restrittive per la quarantena, salvo poi ritornare sui suoi passi e dire lasciamo perdere la quarantena, liberiamo il Minnesota, andate a condurre i vostri affari normalmente, per cui la gente ha visto durante una crisi di queste dimensioni e tragicità, un leader politico reagire in diretta con grande incertezze, con errori gravissimi come quello della fine della quarantena che ha portato a livelli di contagio per tutto il Paese che non si erano visti prima, un Paese che ha il record mondiale per morti di coronavirus: gli Stati Uniti costituiscono il 4 per cento della popolazione mondiale e oltre il 20% dei morti per Covid. Di fronte a questa realtà, è difficile sostenere che la strategia del Presidente sia stata un successo. Per cui abbiamo visto un leader messo alla prova e fallire sotto gli occhi di tutti. E il low profile di Biden in un certo senso ha aiutato, perché la gente non aveva bisogno di un candidato aggressivo per valutare i disastri compiuti da Trump nella “guerra” virale.

Visto da te, che certo non puoi dirti un simpatizzante del tycoon, la cosa che ti ha sorpreso e che ti preoccupa di più della campagna di Trump?


Quello che mi preoccupa di più ma che non mi ha sorpreso, è che Trump ha rivelato tratti autoritari in tutti i quattro anni della sua presidenza. Tratti che si sono ulteriormente accentuati in questi ultimi mesi. La prima regola della democrazia è l’alternanza al potere tra una forza politica e l’altra, alla fine di una elezione. Questa è l’essenza della democrazia. Trump ha fatto una campagna di disinformazione massiccia, ripetendo tutti i giorni che questo voto sarà, se lui perde, un voto illegittimo, che votare per posta, una cosa che negli Stati Uniti si fa da molti anni, anche in stati governati dai Repubblicani, è un voto illegittimo, perché in pericolo di frode e a rischio brogli. Delegittimando completamente il sistema elettorale, lui ha perfino rifiutato di rispondere se avrebbe accettato pacificamente il risultato delle elezioni in caso di vittoria del suo competitor. Questo è gravissimo, è la violazione della prima regola della democrazia. Quanto questo sia un bluff, o quanto sia una minaccia che corrisponde al vero, non lo sappiamo, però certamente tra gli elettori di Biden è forte la convinzione che se lui non vince con un margine molto convincente, Trump ci farà cadere in un incubo di una elezione contestata, con minacciosi propositi di non lasciare la Casa Bianca, e questo preoccupa moltissimo.

Si dice sempre, in America ma anche qui in Europa, che le elezioni si vincono al centro. Ma in una società americana così polarizzata, questa idea, che si vince al centro, è ancora valida?


Direi di no. In un certo senso, la grande scommessa di Trump era di sfidare questa regola che è considerata aurea nella politica americana, secondo cui, per l’appunto, si vince al centro. Lui ha fatto il contrario, ha cercato di vincere fomentando al massimo la base del suo partito con posizioni estremiste per far aumentare l’affluenza dei suoi elettori. Purtroppo in un sistema elettorale quale quello americano, questa strategia può risultare vincente, come lo è stata nel 2016: Trump, allora, vinse con il 46% del voto nazionale, con tre milioni di voti in meno di Hillary Clinton. Il nostro sistema, inventato tre secoli e passa fa dai fondatori del Paese sta servendo molto male l’America. Perché se ci fosse un voto nazionale, si dovrebbe vincere al centro: Trump o un altro candidato avrebbe dovuto convincere molti elettori indipendenti moderati, donne, minoranze per conquistare il 50,1 per cento del voto. E dunque non avrebbe potuto vincere facendo un tipo di campagna elettorale come quella che ha condotto Trump. Mi sembra che il nostro sistema elettorale sia funzionando davvero molto male da questo punto di vista, avallando e favorendo una polarizzazione già esistente.

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