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La protesta farsa

Giuliano Cazzola — 11 Dicembre 2020

Il flop dello sciopero dei dipendenti pubblici, che brutta figura…

Il mio professore di diritto sindacale sosteneva che la legittimità di uno sciopero consisteva nella sua riuscita. Allora erano altri tempi. L’articolo 40 della Costituzione recitava un po’ laconicamente: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». I sindacati erano contrari a una disciplina di carattere legislativo che avrebbe potuto irreggimentare quel fondamentale diritto di libertà che rappresenta il principale strumento di tutela dei lavoratori.

Solo negli anni 90 è stato possibile – sulla base della sperimentazione di codici di autoregolamentazione – disciplinare per legge l’esercizio dello sciopero nei servizi essenziali, senza tuttavia entrare nel merito delle forme di sciopero per stabilirne la legittimità o meno. Con l’evoluzione della giurisprudenza, inoltre, è venuto meno quel filone interpretativo che individuava in mancanza di una disciplina legislativa i cosiddetti limiti interni al concetto di sciopero arrivando ad affermare l’illegittimità delle tipologie cosiddette a singhiozzo, a scacchiera e quant’altro. Tutto ciò premesso le federazioni sindacali dei dipendenti pubblici avevano tutto il diritto di promuovere uno sciopero il 9 dicembre. Erano state rispettate le procedure dell’informazione preventiva e della garanzia dei servizi essenziali. Il fatto è che la regola del mio antico professore può anche valere in senso contrario.

Se uno sciopero fallisce non diventa per ciò illegittimo, ma si pone un serio problema politico sulla sua opportunità e sulle sue motivazioni, soprattutto in un contesto lavorativo sicuro, non toccato dalla crisi economica (poiché la PA non rischia mai di chiudere o di fallire), immune dalle rappresaglie padronali. Sappiamo anche per esperienza che non c’è mai accordo sulle percentuali di adesioni allo sciopero tra chi lo effettua e chi lo subisce. Nel caso dell’agitazione del pubblico impiego il governo si è azzardato a quantificare in un modesto 4% la quota dei lavoratori che hanno aderito. I sindacati non hanno replicato. In realtà, non ci voleva molto a capire che ci saremmo trovati in presenza di un flop annunciato, perché per scioperare è necessario innanzi tutto lavorare; non ci si astiene dal lavoro quando, in molti casi, il lavoro non si effettua perché il governo ha chiuso gli uffici pubblici, imponendo – per dpcm, la nuova fonte del diritto in tempi di pandemia – uno smart working il più delle volte finto.

Come si poteva aderire allo sciopero? Tramite un sms al capo ufficio? Un messaggio alla segreteria telefonica del centralino dichiarando le proprie generalità e il numero del badge? Oppure usando il metodo Salvini ovvero citofonando ai campanelli chiedendo: “Scusi le sta lavorando o scioperando?”. Anche questi aspetti, tutto sommato secondari, dimostrano che non è serio scioperare quando non esistono neppure le minime condizioni operative. A meno di non ricorrere alla parafrasi di un antico slogan elettorale: “Nel tinello di casa Dio ti vede, il tuo dirigente no”. Il sindacalismo confederale ha una cultura e una tradizione di serietà, ben distante dai peracottari dei sedicenti sindacati di base che scioperano al venerdì o nei ponti del calendario per obiettivi generici, confusionari e il più delle volte inventati.

Ha ragione un sindacalista di altri tempi come Gaetano Sateriale che in un articolo su Il Diario del Lavoro ha commentato così la messa in scena del 9 dicembre: «C’è un vecchio modo di dire nel sindacato. Quand’è che gli scioperi non riescono bene? Sono due le possibili risposte. Quando i lavoratori pensano che sia uno sciopero controproducente per i loro obbiettivi, oppure quando i lavoratori pensano che quello che chiede il sindacato arriverà anche senza lo sciopero». Al dunque oltre ad essere controproducente (perché non c’era proporzione tra gli aspetti sindacali e e i danni politici e di immagine), inutile (perché come sostiene Sateriale i pubblici dipendenti avrebbero ottenuto ugualmente quello che chiedono operare), lo sciopero generale del pubblico impiego si è risolto in una brutta figura, nei confronti non solo dell’opinione pubblica ma anche degli stessi lavoratori.

Nei miei ricordi giovanili c’è stampato una considerazione che fece il grande Vittorio Foa con un gruppo di giovani sindacalisti (tra cui chi scrive) nel piccolo bar che stava nell’area sotterranea della sede di Corso d’Italia. Eravamo nei primi anni 70. Era scoppiata una crisi di governo mentre doveva svolgersi di lì a pochi giorni un’astensione dal lavoro del pubblico impiego. La Cgil aveva chiesto alle altre confederazioni di sospendere lo sciopero in conseguenza del venir meno della controparte. La Cisl era contraria, adducendo che, in precedenza, in una circostanza analoga la Cgil si era opposta a sospendere uno sciopero dell’industria.

Foa si meravigliava di questo atteggiamento dicendo: «Come fa la Cisl a non capire che uno sciopero del pubblico impiego chiama la reazione, mentre uno dell’industria la ferma?». E con le mani gesticolava in modo appropriato alle due situazioni. Certo, allora, per noi la reazione era sempre in agguato e nella Cgil consideravamo – sbagliando – con una certa supponenza i dipendenti pubblici, che oggi costituiscono il sindacato col maggior numero di iscritti attivi di quella confederazione.

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