“Il decreto ristori non basterà a svuotare le carceri campane”, parla il giudice di sorveglianza Marco Paglia

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Emergenza covid in carcere

Viviana Lanza — 31 Ottobre 2020

“Il decreto ristori non basterà a svuotare le carceri campane”, parla il giudice di sorveglianza Marco Paglia

Le misure contenute nel pacchetto giustizia del decreto Ristori non svuoteranno le carceri in Campania e non serviranno a risolvere in maniera incisiva i problemi di vivibilità e tutela della salute in carcere, soprattutto in un momento difficile come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia. Sono certamente qualcosa, ma non abbastanza. Ci sono tre condizioni che ostacolano possibili scarcerazioni: i reati ostativi, la necessità di braccialetti elettronici e la possibilità di un lavoro all’esterno. Le maggiori difficoltà si prevedono per coloro che potrebbero essere ammessi al lavoro all’esterno: «In un momento storico come quello attuale, in cui le attività lavorative sono molto spesso interrotte o ridotte, è veramente complicata la presenza di questa condizione».

A sostenerlo è Marco Puglia, magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, in forza all’Ufficio della Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, che spiega le criticità del sistema. «In passato ci si è affidati a progetti che hanno trasformato l’attività lavorativa in attività di volontariato. A Carinola, il progetto fiore a occhiello dell’istituto vide i detenuti impegnati nel recupero del giardino della Reggia di Caserta nei pressi di corso Giannone: un’operazione molto interessante che fece bene ai detenuti, ma anche al contesto sociale che constatò in che modo la pena può diventare virtuosa».

Ora lo scenario è meno roseo: «Ci sono attività che hanno chiuso perché non sono sopravvissute al lockdown e attività che hanno contingentato la partecipazione per ridurre i rischi di contagio», aggiunge Puglia evidenziando come tutto questo renda difficile, se non impossibile, allargare la platea degli ammessi al lavoro esterno. «La grande piaga del nostro territorio è quella dell’occupazione che diventa un vero e proprio dramma quando riguarda i detenuti. Le misure alternative stentato a iniziare perché mancano attività lavorative e, in generale, anche la fine dell’esecuzione della pena rappresenta uno stigma non indifferente per il detenuto che ha difficoltà a trovare un lavoro più di quanto normalmente ne avrebbe», osserva il magistrato.

«Servirebbe una logica di investimento – sottolinea il giudice – Occorre investire nell’esecuzione penale attraverso progetti che coinvolgano l’imprenditoria e interlocutori in grado di rappresentare un’alternativa all’esecuzione della pena in carcere. Ci sono ipotesi virtuose nel nostro territorio ma sono limitate». Poi ci sono le anomalie del sistema, come quella degli ordini di carcerazione a seguito di condanne divenute definitive anche per residui di pochi mesi o pochi giorni di una condanna espiata quasi per intero in regime alternativo. «Il problema – spiega il giudice Puglia – è che non è possibile una valutazione a priori della liberazione anticipata. La Procura deve emettere l’ordine di esecuzione e deve eseguirlo, anche se poi in concreto non residuerebbe nulla o quasi nulla da espiare.

Questa è un’anomalia del nostro sistema». Eppure, soprattutto con l’emergenza Covid, era stata proposta fra le misure da adottare per evitare che le celle siano occupate in maniera non strettamente necessaria. «Sarebbe opportuno, siamo in un momento estremamente tragico e negli istituti penitenziari i focolai si stanno espandendo sempre di più». C’è resistenza a svuotare concretamente le carceri, una resistenza soprattutto culturale. «Tutto ciò che ruota attorno al carcere e riguarda l’esecuzione della pena vive, anche a causa di scelte di chiusura della magistratura, un deficit di comunicazione con la società civile che spesso non riesce a comprendere la difficoltà e la fibrillazione del magistrato di Sorveglianza davanti a scelte difficili che però – conclude il magistrato Marco Puglia – sistematicamente assumiamo con consapevolezza e abnegazione sulle nostre spalle, nonostante il mondo intorno a noi ruoti additandoci come dei folli o come soggetti eccessivamente garantisti. Ci si avvinghia ancora al concetto di pena intesa come punizione, invece è previsto che abbia una finalità diversa, senza raccontarci favole, ma alla luce del dettato costituzionale che non può essere disatteso».

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