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I ricollocamenti volontari e il miraggio della solidarietà europea: la strategia dell’Italia sui migranti rischia di fallire di nuovo

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Un meccanismo temporaneo di solidarietà tra gli Stati europei per il ricollocamento delle persone soccorse in mare. È questo l’obiettivo fissato dalla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, in uno dei colloqui avvenuti con il commissario europeo agli Affari Interni, Ylva Johansson, dopo gli sbarchi di migranti avvenuti negli ultimi giorni. Tuttavia, pur riconoscendo la necessità di promuovere un sistema di solidarietà europea, la Commissione europea ha spiegato che al momento nessuno Stato membro ha preso impegni per accogliere i migranti arrivati in questi giorni in Italia. A partire dal 2015, a seguito della crisi dei rifugiati, l’Europa aveva approvato un piano di redistribuzione per aiutare i Paesi di frontiera, come Grecia, Italia, Malta e Spagna. I grandi flussi migratori avevano diminuito fortemente gli standard di accoglienza. In quel primo piano approvato nel 2015 Bruxelles aveva previsto il ricollocamento di 40 mila richiedenti asilo da Grecia e Italia. Otto mesi dopo, solo 843 persone richiedenti protezione internazionale erano state ricollocate dall’Italia.


La pressione sulla Turchia

«Ci aspettiamo che la Turchia impedisca le partenze» dei migranti «e riprenda i rimpatri dalla Grecia, ma siamo anche pronti a discutere per dare sostegno all’enorme popolazione di rifugiati che la Turchia sta ospitando», ha detto Johansson. Con la crisi del sistema di ricollocamento, nel 2016 la Ue strinse un accordo con la Turchia, appaltando di fatto ad Ankara l’accoglienza, e l’onere di gestire massicci flussi migratori. A oggi, la Turchia è il paese che ospita il maggior numero di profughi al mondo: sono 3,6 milioni. Secondo l’accordo, tutti i migranti che arrivavano sulle isole greche dovevano essere ricondotti in Turchia, inclusi i potenziali richiedenti asilo (e tra loro, i rifugiati siriani); per ogni siriano riammesso in Turchia, un altro siriano sarebbe stato reinsediato dalla Turchia a uno Stato Membro Ue.


Gli hotspot greci

L’accordo, criticato da diverse organizzazioni umanitarie, ha finito per peggiorare le condizioni disumane in cui vivono non solo i rifugiati in Turchia, ma soprattutto quelli che si trovano bloccati negli hotspot greci. «Il problema è che questo sistema di ricollocamento, oltre che essere su base volontaria, non ha un sistema di coordinamento», dice a Open Giulia Cicoli, direttrice Advocacy della ong italiana Still I Rise. «Viene fatto tutto in maniera casuale. Ogni Stato membro ha i suoi criteri. Verso la fine del 2020 c’erano 1.600 minori non accompagnati in Grecia e i Paesi europei avevano promesso di farsene carico. A oggi, sono solo 700 quelli che sono stati accolti nell’Ue e la maggior parte si europei ha deciso di accogliere solo quelli sotto i 14 anni», aggiunge Cicoli. «Bisogna uscire dalla logica dello schema volontario. Ci sono persone altamente vulnerabili che hanno bisogno di supporto, e risposte chiare e specifiche».

Nuovi criteri per la redistribuzione

In realtà, «uno dei sistemi di ricollocamento adottati nel 2015 era vincolante, ma poi gli Stati si sono sottratti», osserva a Open Chiara Favilli, professore associato di Diritto dell’Unione europea, Università di Firenze. Il meccanismo di redistribuzione è terminato a settembre 2017 e per due anni c’è stato un vuoto giuridico. Nel 2019, l’accordo di Malta, promosso dall’Italia e firmato da altri 4 Paesi, ha fatto sì che si ritornasse a un sistema di ricollocamento su base volontaria. «La cosa assurda è che l’Ue non riesca a produrre sistemi di redistribuzione strutturati. È chiaro che manca la volontà di farlo», aggiunge Favilli secondo cui l’unico criterio – veramente innovativo – che può cambiare lo stato delle cose è modificare il regolamento di Dublino.

«Il ricollocamento negli altri Paesi dovrebbe avvenire attraverso criteri non numerici, ma per rispondere alle esigenze del singolo individuo. Va favorito il ricongiungimento famigliare, la valorizzazione dei legami sociali. In questo modo la responsabilità dell’accoglienza ricadrebbe sullo Stato individuato da tali criteri». A sei anni dalla crisi dei rifugiati del 2015, «è sempre più chiaro che Bruxelles è ancora molto lontana dall’individuazione di soluzioni ragionevoli», dice Favilli. «Purtroppo c’è una tendenza ad agire sulla base di obiettivi che poco hanno a che fare con una regolazione ragionevole del problema. Finché questo sistema resterà volontario – conclude – l’unica soluzione che gli Stati cercheranno sarà quella di bloccare gli arrivi».

Foto copertina: EPA/VANGELIS PAPANTONIS | Campo profughi di Kara Tepe, Lesbos, Grecia

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