Ennesimo fallimento di Gratteri: si sgonfia l’inchiesta Nemea (costola di Rinascita Scott)

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Il fallimento della pesca a strascico

Tiziana Maiolo — 28 Ottobre 2020

Ennesimo fallimento di Gratteri: si sgonfia l’inchiesta Nemea (costola di Rinascita Scott)

Primo stop a Nicola Gratteri dal tribunale di Vibo Valentia. È solo un ramo cadetto del fratello maggiore “Rinascita Scott”, ma se l’accusa porta a giudizio quindici imputati e di questi otto vengono assolti, è una sconfitta per il procuratore che sogna di diventare il nuovo Giovanni Falcone. Parliamo del processo “Nemea”, quello sulla mafia del Vibonese, che ha inglobato in sé anche il primo troncone del processo principale mandato in aula con il rito immediato. Quello la cui udienza preliminare si sta trascinando da due mesi nell’aula bunker di Rebibbia, e la fine delle udienze, inizialmente programmata per il 31 ottobre, è già stata prorogata all’infinito, a data da destinarsi. E intanto si prolungano le custodie cautelari degli arrestati nel blitz del 19 dicembre di un anno fa, con la sola eccezione del caso dell’avvocato Giancarlo Pittelli, mandato agli arresti domiciliari nei giorni scorsi, ma con braccialetto elettronico. Quasi come se fosse persona sospettata di voler scappare in qualche paese lontano.

L’inchiesta “Nemea” era iniziata con un blitz del marzo 2019, che aveva preceduto di pochi mesi l’operazione “Rinascita Scott”, con i suoi 334 arresti spiccati la notte del 19 dicembre, di cui in seguito 203 erano stati annullati e riformati sia dal giudice delle indagini preliminari che dal tribunale del riesame e dalla cassazione, alcuni con rinvio ad altro giudice e altri senza rinvio. Le due inchieste si sono poi incrociate per la concomitante presenza di alcuni indagati. Così ai carabinieri del nucleo investigativo di Vibo Valentia si erano affiancati gli uomini dell’antimafia di Catanzaro coordinati dalla Dda. Il tiro era partito alto, in ambedue le inchieste, con la contestazione dell’associazione mafiosa. E con la consueta politica della pesca a strascico, che raramente porta poi, nelle sentenze, a risultati soddisfacenti per l’accusa. È accaduto a mezzanotte in punto di lunedì, quando il tribunale di Vibo presieduto dalla dottoressa Tiziana Macrì ha letto la sentenza del processo “Nemea” dopo una lunghissima camera di consiglio.

Prima di tutto otto imputati su quindici possono andare a casa assolti. E i sette condannati, responsabili di reati gravi come il traffico di stupefacenti, ma anche le minacce e l’estorsione, hanno comunque avuto le pene dimezzate. E stiamo parlando della sentenza di primo grado, in genere la più severa, che spesso risente del clamore mediatico che sempre accompagna le inchieste di mafia nella fase delle indagini preliminari. C’è il rischio per l’accusa, che appello e cassazione possano riservare sorprese ancora maggiori. Una possibilità che aleggia anche sul processo Rinascita Scott. Il cui primo fallimento è quello di esser partito come «la pietra angolare nella conoscenza della ‘ndrangheta e di questa nuova frontiera del crimine di matrice calabrese che si serve dei colletti bianchi per gestire il potere» e di non aver poi saputo rastrellare nessun vero uomo di potere nella pesca a strascico, se si eccettua qualche avvocato che pare corpo estraneo al contesto.

Il secondo limite si è appalesato quando ci si è resi conto che le manie di grandezza del dottor Gratteri, anche con l’uso del reato associativo, lo fanno insistere a tener insieme le mele con le pere, per poter passare alla storia come quello che ha istruito per la prima volta il maxiprocesso alla ‘ndrangheta. Di qui l’affannosa ricerca di tremila metri quadri che la giunta regionale calabrese gli ha trovato in un terreno vicino a Lamezia per poter celebrare il “suo maxi”. E le lamentele nei confronti del ministro Bonafede, ritenuto poco collaborativo perché non ha messo a disposizione le proprie strutture per questo evento. La gara con Falcone è aperta: il maxiprocesso di Palermo ha portato alla sbarra 474 imputati, il vertice di Cosa Nostra, con il limite che i boss, da Riina a Provenzano, erano latitanti. Il rinvio a giudizio di Catanzaro, con l’inchiesta decimata dai diversi gradi di giudizio, ne porta a processo 456. Ma è già in affanno nell’udienza preliminare, perché qui non si tratta di processare i corleonesi e le loro attività sanguinarie con morti e feriti sul campo.

Qui in un certo senso si cerca di processare sulla base di un concetto, e cioè che, se pure gli uomini della ‘ndrangheta commettono meno delitti di sangue, basta seguire il flusso dei soldi per trovare quelli che sono davvero i loro vertici, seduti davanti al computer in qualche ufficio finanziario. Interessante teoria, che però non ha trovato finora nessuna concretizzazione, perlomeno nell’inchiesta Rinascita Scott. E nemmeno nel blitz successivo, che ha preso il nome di “Imponimento” e che è scattato nel luglio scorso. Diciamo la verità, questa seconda operazione sembrava fatta apposta per far numero, per aggiungere altri centocinquanta imputati a quelli del blitz precedente, arrestandone 75 e impegnando 700 uomini della guardia di finanza per l’operazione. Uomini che si sommano ai tremila carabinieri già impegnati nella prima azione. Si fa tutto in grande e con molte interviste. Ma dei famosi “colletti bianchi”, le menti raffinatissime che starebbero al vertice ordinando di volta in volta narcotraffico ed estorsioni in questa inchiesta non c’è traccia.

C’è invece traccia di un imbarazzante capitolo magistratura. Nicola Gratteri è abituato a lavorare da solo. Del resto ritiene che l’Italia sia piena di magistrati corrotti, anche se bisogna ricordare che l’inizio dei suoi contrasti con il procuratore generale Otello Lupacchini aveva riguardato proprio il fatto che l’alto magistrato gli rimproverasse di aver trattenuto presso di sé indebitamente inchieste su giudici di Catanzaro che avrebbe dovuto esser inquisiti, a norma di legge, nel distretto di Salerno. Il conflitto era terminato con la fulminea cacciata, da parte di un Csm la cui reputazione ultimamente non è proprio al massimo, del dottor Lupacchini dalla Calabria. A Roma intanto, dopo le prime lamentele per un’aula insufficiente a contenere quasi cinquecento imputati e il doppio degli avvocati difensori oltre alle parte civili e alla richiesta di remissione ad altro giudice perché in Calabria vi sono troppe tensioni, le udienze davanti al gup procedono stancamente e con difficoltà dovute anche al fatto che non è facile separare il grano dal loglio, e le mele dalle pere.

E quando ci saranno i rinvii a giudizio, che teoricamente potrebbero non esserci, o essere molti meno di quel che spera il procuratore Gratteri, quanto tempo sarà passato? Quanti innocenti avranno scontato anticipatamente una pena non dovuta? Se facciamo le proporzioni sulla sentenza Nemea, più della metà degli imputati di oggi potrebbe andare a casa. E domani avviare una bella causa per ingiusta detenzione. Un bel risultato. E il dottor Gratteri potrà raccontare un giorno ai nipotini di quando aveva sognato di far celebrare un maxiprocesso più importante di quello di Falcone.

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