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Draghi sfida l’Ue sull’austerità. Il primo passo è rispettare la scadenza del Recovery Plan: ci riuscirà?

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Quando era governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi ha legato se stesso alla frase con cui enunciava l’impegno a fare «tutto il necessario per salvare l’euro», mettendo in chiaro ai mercati che era pronto a spingere la politica monetaria fino ai suoi limiti. Adesso che da premier italiano ha il controllo della terza economia dell’eurozona, sta usando la sua posizione per fornire al Paese il più grande stimolo fiscale tra i membri dell’Unione europea. Con il Def della scorsa settimana sono stati messi in campo fino a 70 miliardi di euro in misure sostegno. Sommati agli stanziamenti del governo precedente, si arriva a 170 miliardi di stimoli contro la pandemia.


Come ha detto Draghi, questo «è il momento di dare soldi, non di chiederli». L’ex banchiere centrale agisce con la convinzione che nel lungo periodo gli stimoli serviranno a riportare le economie alla normalità, rendendole più forti. Quando il premier dice che «il debito va ridotto con la crescita», fa riferimento a questo, una strategia che è la manifestazione più coraggiosa dai tempi del «Whatever it takes» di un cambiamento nell’approccio rispetto alla crisi del debiti sovrani di dieci anni fa.

«Debito buono» contro austerità

Tuttavia, la certezza è che ciò significa accumulare un volume di debito enorme. Lo stesso Draghi ha definito la sua una scommessa sul «debito buono», un principio opposto a quello delle politiche di austerità che caratterizzano il pensiero dell’eurozona. Draghi vuole fare della crescita la stella polare della sua politica, facendo diventare l’Italia un esempio di successo, per consolidandone la posizione accanto alla Francia nella guida del fronte di paesi che vuole modificare la dottrina volta all’austerità e ai pareggi di bilancio, tipica della Germania e dei Paesi nordici. 

Infatti, ancora oggi l’interpretazione privilegiata della crisi dell’eurozona è una storia che contrappone le economie virtuose (nordiche) a quelle viziose (mediterranee), con le prime benedette dalle politiche di bilancio responsabili e le seconde che pagano le conseguenze dei propri comportamenti poco oculati. Secondo questa interpretazione, i viziosi devono cambiare, fare le riforme strutturali e dedicarsi alla politica delle responsabilità di bilancio. Così facendo, anche loro diventeranno virtuosi e performanti. Pur in maniera diversa, il Recovery Fund ripropone la stessa dinamica di fondo, e la stessa contrapposizione.

Il vero banco di prova del governo

Quello che Draghi non dice infatti è che gli Stati membri sono liberi di fornire tutti gli stimoli economici che vogliono grazie alla sospensione delle regole del Patto di stabilità e crescita (Psc) fino al 2022, e alle politiche straordinarie messe in campo dalla Bce di Christine Lagarde, possibili solo attraverso le solide garanzie della Germania e dei Paesi nordici. Ma il pilastro delle speranze di rilancio dell’Italia e delle altre economie del Mediterraneo è il Recovery Fund, è quello il banco di prova della strategia di Draghi e del suo governo.

Il primo appuntamento a cui l’Italia deve farsi trovare pronta è la consegna dei Recovery Plan entro il 30 aprile. Dopo l’Ecofin di venerdì, il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha detto che la maggioranza degli Stati membri è in fase avanzata nella stesura dei piani di rilancio. Dombrovskis ha affermato che il ritardo di alcune capitali non farebbe saltare il Next Generation EU, a condizione che i tempi non siano troppo lunghi e che la ratifica sia completata in tutti gli Stati membri entro giugno, permettendo all’Ue di erogare la prima tranche a luglio. 

L’Italia potrebbe iniziare male. Secondo un’esclusiva di Reuters, il governo non sarà in grado di rispettare la scadenza per la presentazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La Commissione non sarebbe soddisfatta delle bozze presentate sino ad oggi da Roma, ma le modifiche richiederanno tempo, con la conseguenza che la data di consegna potrebbe slittare. Secondo la fonte, la presentazione definitiva del Pnrr potrebbe essere procrastinata fino a metà maggio. Un rinvio sarebbe un brutto colpo per Draghi, entrato in carica proprio con il compito di finalizzare e garantire il Recovery Plan. 

I timori di Bruxelles

Oltre alla campagna vaccinale infatti, la missione dell’ex governatore della Bce è la presentazione del piano che dovrà garantire il flusso di fondi europei previsti con il Ngeu nei prossimi sei anni, e la garanzia che questi riescano a far uscire l’Italia dalle carenze strutturali della sua economia. In particolare, Bruxelles sarebbe preoccupata dalla mancanza di dettagli su come verrà gestito il Pnrr una volta ottenuta l’approvazione dall’Ue (quindi la sua attuazione sul lungo periodo), e da alcune delle riforme tra cui quella del sistema giudiziario, da cui dipendono le prospettive di crescita. Per questo sarebbe stato chiesto all’Italia di modificare la bozza. 

Un portavoce di Palazzo Chigi smentisce. «L’Italia presenterà puntualmente il 30 aprile il Pnrr», si dice, confermando che Draghi presenterà il piano alle Camere il 26 e 27 aprile dopo il passaggio in Consiglio dei ministri. Al contrario,  i piani dei principali beneficiari del Ngeu – Grecia, Spagna, Portogallo e Francia – sembrano essere tutti a buon punto, con quello di Atene che viene descritto come il più approfondito ed efficace. Ma oltre al danno politico e di immagine, se l’Italia non consegnasse il Pnrr in tempo rischierebbe di ricevere in ritardo la prima tranche di fondi. Per la scommessa sul debito buono sarebbe un pessimo inizio.

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