Dopo Palamara non cambia nulla, Anm paralizzata dalla faida tra correnti

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Trame e poltrone

Paolo Comi — 22 Novembre 2020

Dopo Palamara non cambia nulla, Anm paralizzata dalla faida tra correnti

L’onda lunga del Palamaragate, che il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, titolare dell’azione disciplinare, ha voluto chiudere con una sostanziale “amnistia” per la quasi totalità dei magistrati che chattavano con l’ex zar di Palazzo dei Marescialli per ottenere una nomina o un incarico, si abbatte dunque sull’Anm. A distanza di oltre un mese dalle elezioni per il rinnovo del comitato direttivo centrale dell’Anm, le correnti della magistratura non sono riuscite a trovare l’accordo per dar vita a una giunta con un presidente condiviso.

Una situazione che ricorda molto da vicino quanto accade ciclicamente in Belgio dove l’atavica rivalità fra fiamminghi e valloni determina prolungate fasi di stallo per la formazione del governo. In questo caso la “rivalità” togata è fra la sinistra giudiziaria, rappresentata dal cartello Area, al cui interno Magistratura democratica fa la parte del leone, e la destra, rappresentata da Magistratura indipendente, il gruppo di cui per anni è stato leader indiscusso Cosimo Ferri, ora renzianissimo parlamentare di Italia viva. La destra giudiziaria di Mi, uscita a pezzi dal Palamaragate con tre consiglieri del Csm costretti alle dimissioni e ora sotto processo disciplinare, ha il dente avvelenato nei confronti degli storici avversari di Area. Il cartello progressista, grazie infatti al primo “ribaltone” della storia del Csm dopo i fatti dell’hotel Champagne dello scorso anno, ha ripreso il pieno controllo di Palazzo dei Marescialli. Esploso il Palamaragate con il conseguente cambio dei rapporti di forza al Csm, Area è riuscita a piazzare un proprio esponente ai vertici degli uffici giudiziari più importanti del Paese.

Sono toghe progressiste, ad esempio, il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione. Come lo sono anche il capo di gabinetto del ministro della Giustizia, il consigliere giuridico del Quirinale, il capo del Dap, la maggior parte dei dirigenti apicali a via Arenula (l’ultimo in ordine di tempo è stato nominato questa settimana. Si tratta di Massimo Orlando, direttore generale delle Risorse materiali e delle tecnologie). E sono poi toghe di sinistra i capi delle Procure più importanti del Paese, da Milano a Napoli. Area, che per circa centotrenta voti ha battuto Mi alle elezioni di ottobre, ottenendo così un seggio in più, vorrebbe allora il bis per il presidente uscente, il pm milanese Luca Poniz, primo degli eletti.

“Fuoco amico” sull’ipotesi di affidare la presidenza alla seconda classificata, il giudice del Tribunale di Roma Silvia Albano. Ad esacerbare gli animi, poi, un comunicato dei giorni scorsi in cui Area dettava la linea per i prossimi anni, ad iniziare dal “riconoscimento della piena legittimazione dell’Anm ad intervenire nella discussione pubblica sui temi della giustizia e della tutela dei diritti fondamentali”. Immediata era stata la risposta delle toghe di Mi secondo le quali l’Anm «per essere un interlocutore serio e credibile non deve porsi quale soggetto politico oppositore o collaterale a questo o quel governo e non deve essere lo strumento per affermare tesi e posizioni ideologiche funzionali a determinate interpretazioni valoriali ed etiche». Il compito dell’Anm, per le toghe di Mi, è «la tutela dei magistrati e i temi sindacali, evitando comunicati pro o contro l’indirizzo politico del governo e le scelte che ne costituiscono attuazione».

Tradotto per i profani, basta iniziative, come nel recente passato, contro i due Mattei nazionali, dopo Silvio Berlusconi, i bersagli preferiti delle toghe di sinistra. Su tali presupposti, ovvio, che una giunta unitaria dell’Anm risulta impraticabile. Cosa succederà allora? Nella riunione in programma oggi, molto probabilmente si valuterà una nuova proroga per il presidente uscente Poniz, affiancandolo a un direttorio composto da un rappresentante di ogni gruppo associativo. Sul fronte Csm, infine, sono ormai due mesi che si attende la sostituzione dell’ultima “vittima” del Palamaragate, il giudice Marco Mancinetti, costretto alle dimissioni dopo la pubblicazione della sua chat con lo zar delle nomine. Pasquale Grasso, che dovrebbe subentrargli in quanto primo dei non eletti alle suppletive del 2019, è ancora in attesa di conoscere la decisione del Plenum.

Non essersi candidato alle prime elezioni del 2018, secondo alcuni, renderebbe nulla la sua nomina. Difficilmente, comunque, accetterà di far parte del Csm quando manca poco più di un anno e mezzo alla sua scadenza naturale, preferendo ricandidarsi per un intero mandato. Dura accusa, infine, da parte di Andrea Reale, giudice a Ragusa e neo eletto all’Anm, sulle decisione di “graziare” quasi tutte le toghe coinvolte del Palamaragate. «Ritengo che il potere di “cestinazione” senza controllo vada al più presto abolito e che, nel caso in esame, per la gravità dei fatti emersi dalle chat e per il discredito prodotto alla magistratura, la Procura generale presso la Cassazione dovrebbe usare la “cortesia” di rendere conoscibili i motivi per i quali condotte che sembrano di analoga gravità siano rimasti senza capi di accusa e senza accusati».

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