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Ddl Zan, la senatrice Maiorino (M5s): «L’alternativa proposta dal centrodestra umilia la comunità Lgbt» – L’intervista

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Con 12 voti a favore e 9 contrari, la commissione Giustizia al Senato ha accolto la proposta di separare l’esame del Ddl Zan da quello di altri quattro provvedimenti. L’iniziativa è stata presa da Alessandra Maiorino, senatrice del Movimento 5 stelle e membro della seconda commissione di Palazzo Madama. «Serve a riaffermare un’ovvietà che il centrodestra negava: la centralità dell’esame in commissione Giustizia riguarda il testo del Ddl Zan già approvato alla Camera», spiega a Open.


L’intento della senatrice e degli altri 11 senatori che hanno votato a favore della sua proposta è quello di sgomberare, da ogni possibile «equivoco» l’iter, già accidentato, che porterà all’approvazione del Ddl Zan. E se la discussione del provvedimento si impantanasse in commissione, «abbiamo pronte le firme necessarie per ricorrere alla dichiarazione di urgenza», afferma. Una mossa che permetterebbe al provvedimento che porta il nome del deputato Zan di approdare direttamente in aula, a Palazzo Madama, per essere discusso e votato dai senatori, eludendo così l’eventuale «ostruzionismo del centrodestra».

Senatrice, la sua proposta di slegare la discussione del Ddl Zan da altri quattro provvedimenti è stata approvata dalla Commissione giustizia. Qual è l’utilità, per voi, di questa mossa?

«Innanzitutto serve a riaffermare un’ovvietà che il centrodestra negava: la centralità dell’esame in commissione Giustizia riguarda il testo del Ddl Zan già approvato alla Camera. Poi, per spazzare via ogni possibile equivoco abbiamo chiesto di disgiungere, legittimamente, gli altri disegni di legge. Uno di questi era proprio il mio, presentato a marzo 2019, gli altri erano delle colleghe Cirinnà, Evangelista e Unterberger».

Erano, però, testi affini: per questo il loro esame è stato accorpato.

«Alcuni più e alcuni meno. Il mio, ad esempio, è stato completamente assorbito dal Ddl Zan: sette articoli su dieci sono rientrati esattamente nel disegno di legge che porta come prima firma quella del deputato del Pd. Per quanto mi riguarda, posso anche ritirare quel provvedimento. Altri toccano temi affini, alcuni si concentrano più sull’odio online. Ma il testo Zan è decisamente il più completo: nasceva per contrastare l’omotranslesbobifobia, è stato già allargato alla misoginia e poi all’abilismo».

In commissione Giustizia, il clima era testo e la maggioranza che regge il governo Draghi si è spaccata: il centrodestra ha votato contro la sua proposta.

«Non so perché si siano scaldati così tanto. Il disgiungimento della discussione di diversi provvedimenti si può chiedere in qualunque momento dell’iter di esame. Sono rimasta spiazzata dal fervore del centrodestra. Parlo del mio disegno di legge, uno dei quattro accorpati al Ddl Zan: volevo che fosse tolto dall’esame per i motivi di cui sopra ed è mia facoltà chiedere che non venga esaminato».

La sorprende l’ostruzionismo del centrodestra?

«Stiamo rispondendo colpo su colpo all’atteggiamento ostruzionista tenuto finora dal centrodestra, tant’è che abbiamo pronta la raccolta di firme necessarie per ricorrere all’articolo 77 del regolamento del Senato – quello sulla dichiarazione di urgenza di un provvedimento -, per portare il testo in aula. Aspettiamo di vedere come procede l’iter di esame, se si impantana ricorriamo all’articolo 77. E aspettiamo anche che venga presentato in commissione il disegno di legge del centrodestra. L’ho letto e, personalmente, lo trovo umiliante per la comunità Lgbt e per il tipo di odio che si vuole andare a contrastare con il Ddl Zan».

Come mai?

«Innanzitutto prevede solo un’aggravante comune, sparisce l’intento di contrasto all’odio per la comunità Lgbt. Poi, stralcia dal provvedimento le persone transgender. È evidente che si tratta di un disegno di legge scritto da chi non ha contezza del problema, non ha mai approfondito i temi relativi all’omotranslesbobifobia. Ripeto, chi ha scritto quel documento non conosce davvero la comunità Lgbt, sembra frutto di improvvisazione».

Questo provvedimento, considerato da molti divisivo, non rischia di compromettere la tenuta della maggioranza che sorregge il governo Draghi?

«È molto triste che i diritti vengano considerati divisivi. Diciamo che il centrodestra ha gridato allo scandalo dicendo che questo provvedimento mette a repentaglio il proseguimento del lavoro dell’esecutivo, ma sta giocando a fare la vittima confondendo i piani: un conto è il programma di governo, un conto è il parlamento. Non si può pensare di censurare il parlamento: se la si pensa in maniera diversa, si vota in aula e chi ha più voti vince. Il governo Draghi non sospende la democrazia parlamentare».

Passando alle fibrillazioni interne al Movimento 5 stelle, ieri – 6 maggio -, l’ex ministro Spadafora ha ventilato il rischio scissioni se non vengono risolte subito le questioni relative alla leadership e alla democrazia digitale. Percepisce questo rischio nel gruppo parlamentare al Senato?

«A Palazzo Madama la situazione mi sembra più tranquilla, il termometro è più caldo alla Camera. Certo, sarebbe auspicabile che le due questioni che solleva venissero risolte in tempi brevi, non possiamo aspettare le calende greche».

Conte, senza voto degli iscritti e modifica dello statuto, non può prendere in mano le redini del Movimento, giusto?

«Dividerei le questioni burocratiche da quelle politiche. Conte è già il leader politico in pectore, bisogna dargli una legittimazione dal punto di vista amministrativo ma, ripeto, Conte è già il leader di fatto».

Quindi, oltre al tribunale di Cagliari, anche voi state iniziando a sollevare dall’incarico Vito Crimi?

«Non ho detto questo. Anzi, Vito Crimi si è trovato nella difficile situazione di dover affrontare nodi che arrivano da lontano. Si è sobbarcato una croce pesante come la trasformazione di un Movimento diventato forza di governo e, per questo, sta ricevendo molte critiche. Ma Crimi sta lavorando ancora molto per il bene del Movimento».

Non solo il conferimento amministrativo della leadership a Conte, ma anche le decisioni da prendere per le amministrative dovrebbero passare dalla base. Come si fa senza la piattaforma Rousseau?

«Abbiamo un problema tecnico, cioè non abbiamo attualmente un luogo dove esercitare la democrazia diretta, ma non è che non ci crediamo più: la consultazione degli iscritti su una piattaforma digitale resta un nostro pilastro».

Però, di fatto, avete scelto di portare avanti un’alleanza con il Pd anche per alcune amministrative, senza sottoporre l’argomento agli iscritti. Come valuta questi accordi in discussione tra la segreteria di Letta e Conte?

«È un’alleanza che si basa sui valori, sul tipo di società che si immagina e verso la quale si vuole andare. Certamente c’è più somiglianza tra il Movimento e queste formazioni di centrosinistra di quanta ce ne sia con questo centrodestra. Sottolineo, con questo centrodestra qui, italiano: abbiamo pochissime affinità valoriali».

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