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Conversazione con Massimiliano Salini, relatore all’EuroParlamento per il programma spaziale dell’Ue, da inserire nei molteplici programmi che risentiranno del compromesso raggiunto a Bruxelles. Tra Recovery Plan e riforma della governance comunitaria, “questo settore può rilanciare l’economia”

Il rilancio dell’Europa passa dallo Spazio e dalla capacità dell’Unione di non tagliare le ambizioni (e le risorse) destinate al settore. Parola di Massimiliano Salini, europarlamentare di Forza Italia e relatore del programma spaziale europeo a Strasburgo, che Formiche.net ha raggiunto per un quadro delle sfide extra-atmosferiche nel Vecchio continente a margine del NSE Expoforum, la fiera (virtuale) organizzata in questi giorni per indagare le sfide della New Space Economy. Sfide che per l’Ue si inseriscono nella definizione dei fondi del Recovery fund e del prossimo quadro finanziario pluriennale, relativo al periodo 2021-2027.

Iniziamo dal contesto generale. Sbloccati i negoziati al Consiglio europeo e superati i veti per il bilancio dell’Unione e Next Generation EU. Che segnali arrivano da Bruxelles?

Il superamento ha avuto sicuramente un prezzo. Come tutte le mediazioni di questo tipo, saranno state necessarie concessioni, presentate per lo più come elementi formali, ovvero come termini entro i quali si possono applicare determinate regole. Eppure, i compromessi hanno sempre un contenuto numerico e, in seconda battuta, giuridico. Lo vedremo più avanti, ma intanto il compromesso appare una buona notizia. Fortunatamente in Europa esistono ancora negoziatori all’altezza delle sfide.

Si riferisce a Angela Merkel?

Sì. Nonostante tutti i difetti che le sono stati affibbiati, da destra e da sinistra, soprattutto in Italia, si è rivelata ancora una volta un’abile negoziatrice, assumendosi l’onere a beneficio di tutti. Personalmente, ho sempre l’amaro in bocca quando vedo i rappresentanti politici italiani andare in Europa con l’ansia delle dichiarazioni su negoziati fatti da altri.

Intanto però per l’Italia c’è la conferma dei 209 miliardi del NextGeneration Eu e la soddisfazione per il prossimo bilancio pluriennale…

Il bilancio non è ancora chiuso. Per chiuderlo ci vuole anche il Parlamento. Un conto è il Recovery Fund, un altro è il bilancio che ne costituisce il presupposto. La discussione ha fatto adesso sicuramente un passo in avanti, con l’intesa sulle cifre raggiunta in Consiglio. Ora gli elementi di contenuto saranno oggetto di accoglimento del Parlamento.

Intravede qualche difficoltà?

Il punto più complicato per il quadro pluriennale finanziario (Mff 2021-2027) è che il Consiglio ha voluto apporre, per la prima volta, una data di termine, formalizzata al 31 dicembre del 2027. Significa che allora, al termine del prossimo quadro finanziario, tutti i programmi contenuti nel bilancio dovranno essere terminati, da Horizon allo Spazio, dalla Difesa alla Connecting Europe Facility. Questo non è mai accaduto prima; si stabiliva un bilancio settennale, e poi le norme transitorie per accompagnare tra un periodo e l’altro, utili soprattutto nel caso in cui i negoziati sul quadro successivo non si chiudevano prima del suo inizio. In questo caso, con il supporto della presidenza di turno tedesca, il Consiglio ha posto un termine preciso che come parlamento stiamo respingendo. Su questo il trilogo (ovvero il negoziato che coinvolge le tre istituzioni dell’Ue, ndr) è stato più volte rimandato. È successo anche per Difesa e Spazio, ma speriamo di poter chiudere a prossima settimana.

A proposito di Spazio; dopo negoziati e varie bozze, come appare il Programma spaziale del prossimo quadro finanziario?

Abbiamo un budget non soddisfacente, ma comunque dignitoso. Alla luce di quanto concluso in Consiglio siamo intorno a 14,5 miliardi di euro in sette anni. Siamo sotto i 16,9 proposti dal Parlamento (e dal sottoscritto come relatore) e anche dai 16 proposti inizialmente dalla Commissione. Il momento attuale giustifica una certa flessibilità, quindi direi che non è andata male. Poi, all’interno del budget avremmo una visione che terrà conto dei programmi principali tradizionali (Galileo ed Egnos per la navigazione, Copernicus per l’osservazione), sperando di preservare uno spazio anche per i nuovi programmi, in particolare per GotSatCom e Space Situational Awareness (Ssa).

E sulla governance?

Persistono ancora dei punti di domanda sulle relazioni tra le istituzioni dell’Ue e le organizzazioni internazionali coinvolte, Esa in primis. Noi crediamo che il programma spaziale europeo debba rimanere di impronta fortemente europea. Pare una sottigliezza, ma non lo è.

Ci spieghi meglio.

I soggetti che partecipando all’esecuzione dei programmi abbiamo le istituzioni europee, cioè la Commissione e la Gsa (che diventerà Euspa), e poi quelle internazionali come l’Esa. Il punto è sulle relazioni in termini di governance. La nostra opinione è che la contracting authority, ovvero il ruolo di decisore finale sulle scelte strategiche, debba spettare a un’istituzione europea. L’esperienza dell’Esa deve ovviamente rimanere parte centrale dell’implementazione dei programmi, ma ciò è un’altra cosa rispetto alla contracting authority. Su questo l’accordo non è facilissimo, ma per noi rappresenta una “red line”.

Ci sono però alcuni Paesi Esa che non sono membri dell’Unione europea. Come definire tale rapporto?

È il grande tema dell’autonomia. C’è stato un delicato punto di frizione nella fase conclusiva dei negoziati, emerso con la Brexit. L’uscita del Regno Unito ha introdotto in maniera quasi violenta in tutti i negoziati la questione del rapporto con i Paesi terzi. Siamo riusciti a disciplinarla giuridicamente attraverso un’ottima condivisione tra Parlamento e Consiglio, trovano un punto d’incontro. Dev’essere infatti preservata la prevalenza nella programmazione spaziale europea delle catene di valore europee. Parliamo tra l’altro di catene molto competitive in tutte le componenti in cui si dipana il programma spaziale. In più lo dobbiamo all’Europa come strumento di rilancio dopo la pandemia. Per questo, uno dei criteri nell’approvvigionamento sarà la preferenza per le catene europee. uno di criteri per approvvigionarsi ci sia di preferire catene di valore europee ad altre. Non per protezionismo, ma perché siamo all’altezza e perché lo dobbiamo ai nostri cittadini.

C’è poi la partita legata al downstream…

È l’altro elemento centrale. Dal punto di vista industriale e dei servizi derivanti dai sistemi spaziali, segnaliamo che la nuova sfida per l’Europa è proprio il downstream. Serve una definizione il più ampia possibile di un programma alla portata non solo dei grandi attori, ma anche di startup, Pmi, articolazioni imprenditoriali e utilizzatori finali che siano interessanti a cimentarsi in questa eccezionale sfida. Su questo mi pare che si sia un’ottima disponibilità.

Ha parlato di rilancio dopo la pandemia. Ci sarà lo Spazio nel Recovery Plan italiano?

Spero vivamente di sì. La Francia ha detto chiaramente che lo Spazio è uno dei tre pilastri del rilancio della sua economia. Anche l’Italia ha dato prova di capire l’importanza del settore negli ultimi anni, e le risorse decise per Asi ed Esa sono tali da far pensare che il nostro Paese si affidi molto alla strategia spaziale come strumento di rilancio dell’intera economia e della vita dei cittadini. Al momento c’è però una certa opacità sui programmi inseriti nel piano nazionale per il Recovery Fund. Io mi auguro che lo Spazio ci sia.

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