Così l’Ue ha spalancato le porte al Dragone cinese. Scrive Bonfrisco (Lega)

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Il Cai apre le porte dorate della Cina agli investitori europei e offre nuove regole commerciali di ingaggio, trasparenti ed eque solo sulla carta, ma in cambio concede al governo di Pechino il primo tassello per il riconoscimento dello status di “economia di mercato” e un miglior posizionamento all’interno dell’Occidente. L’intervento dell’europarlamentare Cinzia Bonfrisco

Il 2020 è stato l’anno del Drago cinese anche se non era in calendario, infatti tutto quello che abbiamo vissuto era imprevedibile un anno fa (almeno in Europa).

Mi riferisco ovviamente alla pandemia di Covid-19 ma anche allo Eu–China Comprehensive Agreement on Investment (Cai), il nuovo accordo multilivello raggiunto con Pechino dalla Commissione e dal Consiglio il 31 dicembre scorso, ricco di criticità e contraddizioni con i valori e lo spirito europei, dopo 7 anni di trattative e 35 round di negoziati; anche se già nel maggio del 2010 l’allora commissario Ue per il commercio, Karel De Gucht, e il ministro cinese per il commercio, Chen Deming, avevano inaugurato la task force congiunta Ue-Cina per gli investimenti in vista di questo accordo.

Insomma, la storia di rapporti tra Europa e Cina comincia nel passato, senza tirare nel mezzo Marco Polo, ma senza che il Cai tenga effettivamente conto di quanto il mondo sia cambiato nel frattempo.

Quando sono cominciate le trattative in pochi avrebbero creduto alla realizzazione dei piani di espansione di Xi Jinping e del Partito Comunista Cinese, a partire dalla One Belt, One Road.

Il vaso di Pandora della pulizia etnica nello Xinjiang, delle feroci violazioni dei diritti umani e del controllo di massa, non era ancora del tutto scoperchiato. Hong Kong era distante dalla brutale repressione di questi ultimi due anni. Lo strozzinaggio e lo sfruttamento cinese dell’Africa dovevano ancora mostrare i loro effetti devastanti sulla stabilità del continente.

Sono cambiate anche le relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti, il nostro alleato più prezioso, verso un inasprimento dei rapporti.

Sia l’amministrazione uscente di Trump, sia il consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden, Jake Sullivan, hanno chiesto all’Ue un confronto preliminare, del tutto ignorato, prima di stringersi tra le torbide spire del Drago cinese. Eppure l’Ue ha stretto l’accordo, guarda caso al termine del semestre europeo tedesco, in nome di una presunta “autonomia strategica”: ponendoci mai così distanti dalla nostra storica alleanza atlantica.

Come se non bastasse, nel mezzo di una pandemia mondiale, in cui la Cina è sotto osservazione per aver taciuto e nascosto le informazioni vitali che avrebbero forse facilmente evitato la situazione attuale. Non proprio i presupposti di una Commissione di carattere geopolitico, secondo la definizione data dalla presidente von der Leyen ad inizio mandato.

Il Cai apre le porte dorate della Cina agli investitori europei e offre nuove regole commerciali di ingaggio, trasparenti ed eque solo sulla carta, ma in cambio concede al governo di Pechino il primo tassello per il riconoscimento dello status di “economia di mercato” e un miglior posizionamento all’interno dell’Occidente.

Purtroppo l’esperienza insegna che politica economica e interessi politici non sono due facce della stessa moneta, specialmente se la moneta in questione è lo yuan e di mezzo c’è l’argomento della sicurezza. Il caso più emblematico è quello dell’Australia e l’accordo di libero scambio(ChAfta) firmato con Pechino nel 2015.

Il governo australiano, che è un osservatore privilegiato della Cina, ad aprile aveva chiesto un’indagine indipendente sulle origini della pandemia di Covid-19, invocata per altro da molti altri Stati, avviata effettivamente in questi giorni dall’Oms a un anno di distanza, 90 milioni di contagi e quasi due milioni di decessi a livello globale.

La risposta di Xi Jinping non si è fatta attendere, attraverso dazi che, ad esempio per quanto riguarda il vino australiano, sono superiori al 200%, senza contare le restrizioni molti altri beni di esportazione. A dimostrazione che ogni accordo con la Cina è un cattivo accordo.

Per l’Europa si pone un grandissimo problema in questo senso anche perché gli accordi commerciali bilaterali di singoli Stati membri con la Cina divergono parecchio l’uno dall’altro. Ad esempio l’Italia, a differenza di Francia e Germania, non ha sottoscritto un Investor-state dispute settlement (Isds) ovvero una Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato, strumento di garanzia di un investitore per dare inizio ad un procedimento di risoluzione delle controversie nei confronti di un governo straniero.

Ora la battaglia si sposta in seno al Parlamento europeo per la rettifica del Cai. In questo senso, mi auguro che la nostra assemblea non si rimangi le battaglie e le condanne sulle violazioni dei diritti umani della Cina.

Per concludere, Matteo Salvini si è espresso con chiarezza sui pericoli che la Cina rappresenta per l’Italia in termini di sicurezza e concorrenza sleale per le nostre aziende ma anche per quanto riguarda il futuro delle nostre democrazie liberali e dei diritti su cui sono fondate.

Quando abbiamo a che fare con il Drago cinese per noi questi criteri devono essere irrinunciabili, altrimenti verremo divorati.