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Tre scenari possibili, tutti portano alle dimissioni di Giuseppe Conte. Ma se sale al Colle non può essere sicuro di come scenderà. Conte ter o governo con tutti dentro (e lui fuori?). L’analisi di Alfonso Celotto, professore di Diritto Costituzionale all’Università di Roma Tre

Tutte le strade portano alle dimissioni. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, forse, non ha più scelta. Dopo più di un mese la crisi di governo ha imboccato una strada quasi obbligata.

Tra oggi e mercoledì il premier dovrà rimettere l’incarico nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Non vedo alternative credibili, a meno che non ci siano improvvisi colpi di scena, visto che non è riuscito a consolidare la maggioranza alla base del Conte II.

La salita al Colle, a questo punto, è l’unica via di uscita. Accettate le dimissioni, il Capo dello Stato si troverà di fronte a un ventaglio di scelte possibili, passando prima dalle consultazioni. A valle delle consultazioni abbiamo vari scenari.

Il primo scenario prevede un Conte ter: Conte rimette il mandato, e forma un nuovo governo, rimanendo a Palazzo Chigi. Ma nulla è scontato. Quando Silvio Berlusconi è salito al Colle nel 1994 per dimettersi e tornare al voto, l’allora inquilino del Quirinale Oscar Luigi Scalfaro gli rispose di no e diede l’incarico a Lamberto Dini, perché ai sensi dell’art. 88 Cost. spetta al Capo dello Stato valutare il quadro politico di praticabilità di nuove maggioranze.

La seconda ipotesi è un governo politico. Il che, va da sé, presuppone di nuovo la ricerca di una maggioranza in Parlamento, dall’una e l’altra parte, magari con un altro premier.

Il terzo scenario porta infine a un governo tecnico, o di “unità nazionale” o ancora “del presidente”, la sostanza non cambia. Guidato da una figura istituzionale, scelta al di fuori dei partiti, che sia garanzia di stabilità e solidità e sappia mettere insieme una maggioranza con tutti dentro, come accadde ai tempi di Mario Monti a Palazzo Chigi.

Ultimo scenario: se non si trova una nuova maggioranza possibile, non resta che lo scioglimento anticipato e le urne. Oggi possibili, ma non probabili.

Tutti e quattro gli scenari hanno un presupposto in comune: le dimissioni di Conte. È la storia repubblicana a dirlo. Di 67 governi, solo due non si sono conclusi con le dimissioni del premier.

Dopotutto, la frenetica conta dei parlamentari cui assistiamo questi giorni ricorda due scene del recente passato, rispettivamente la fine del governo di Silvio Berlusconi nel 2011 e di quello di Matteo Renzi nel 2016.

Se in Parlamento mancano i numeri, le opzioni sono due. O si viene sfiduciati con un voto contrario, ipotesi da non escludere in occasione della relazione di Alfonso Bonafede. Oppure il capo del governo si dimette sperando di riottenere l’incarico dal Colle.

Dopo una settimana di contatti e trattative, Conte evidentemente non è riuscito a trovare l’aiuto che cercava. Con una maggioranza appesa a un filo, anche una relazione sulla Giustizia può trasformarsi nell’incidente definitivo. E se così non fosse, la fine del governo sarebbe rimandata di pochi giorni.

Uno scenario di fragilità e incertezza di cui oggi l’Italia non ha certo bisogno. Ecco allora che le dimissioni di Conte appaiono lo scenario più plausibile.

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