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Claudio Durigon si è dimesso: il passo indietro dopo le polemiche sul parco per Mussolini

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Alla fine Claudio Durigon, sottosegretario all’Economia, si è dimesso dopo aver incontrato il segretario del suo partito, Matteo Salvini. Da tempo, ormai, tutti (o quasi) lo avevano scaricato. Per ultima Forza Italia che ne aveva preso le distanze. La Lega, invece, stava trattando un suo passo indietro dopo la bufera scaturita dalla sua proposta di tornare al vecchio nome del parco di Latina, dedicato al fratello di Mussolini fino al ’43 e di recente intitolato a due uomini che tanto hanno fatto per il nostro Paese e che sono morti per mano mafiosa. Parliamo dei giudici Falcone e Borsellino. «Le parole di Durigon non sono condivisibili su Falcone e Borsellino», aveva detto il vicepresidente forzista Antonio Tajani in un’intervista al Mattino. «Deciderà Draghi assieme a Salvini, ma la partita delle sue dimissioni non interessa gli italiani e meno fibrillazioni ci sono, meglio è», aveva aggiunto. Ora, invece, a spiegare il motivo delle sue dimissioni è lo stesso Durigon in una lunga lettera diffusa dal suo partito.


La lettera di dimissioni di Durigon

«Ho deciso di dimettermi dal mio incarico di governo che ho sempre svolto con massimo impegno, orgoglio e serietà. Una decisione presa per uscire da una polemica che sta portando a calpestare tutti i valori in cui credo, a svilire e denigrare la mia memoria affettiva, a snaturare il ricordo di ciò che fecero i miei familiari proprio secondo quello spirito di comunità di cui oggi si avverte un rinnovato bisogno. È chiaro che, nella mia proposta toponomastica sul parco comunale di Latina, pur in assoluta buona fede, ho commesso degli errori. Di questo mi dispiaccio e, pronto a pagarne il prezzo, soprattutto mi scuso. Mi dispiace che mi sia stata attribuita un’identità “fascista”, nella quale non mi riconosco in alcun modo. Non sono, e non sono mai stato, fascista. E, più in generale, sono e sarò sempre contro ogni dittatura e ogni ideologia totalitaria, di destra o di sinistra». E ancora: «Non ho mai chiesto “l’intitolazione del parco al fratello di Mussolini”, come hanno riferito alcuni titoli di giornale, bensì semplicemente il ripristino del suo nome originario. Il nome “Arnaldo Mussolini” venne infatti scelto dai coloni e per decenni è rimasto tale, nonostante il susseguirsi dei sindaci e delle giunte. La mia vera colpa è che non mi dimentico di essere “figlio” della bonifica pontina. Così, ho dovuto constatare sulla mia pelle, con grande amarezza, che esistono professionisti della strumentalizzazione che hanno usato le mie parole per attribuirmi a tutti i costi un’etichetta che non mi appartiene, con l’unico fine di colpire me e il partito che rappresento. Si tratta di un’operazione che, come detto, mi ferisce profondamente e che non posso più tollerare. Aggiungo che tutta questa polemica sta diventando l’alibi di chi, in malafede, intende coprire altri problemi: mi riferisco in particolare ai limiti del Viminale o delle incredibili parole di Giuseppe Conte sul dialogo con i talebani».


Infine: «Gli italiani da noi e dal governo si aspettano soluzioni, non polemiche. Quindi faccio un passo a lato, per evitare che la sinistra continui a occuparsi del passato che non torna, invece di costruire il futuro che ci aspetta. Io continuo, anche senza il ruolo di sottosegretario, a lavorare per difendere Quota 100 e impedire il ritorno alla legge Fornero, e a ottenere saldo e stralcio, rottamazione e rateizzazione per i 60 milioni di cartelle esattoriali che rischiano di partire da settembre, massacrando famiglie e imprese». «Mi indigna veramente il fatto che qualcuno, forzando il senso delle mie parole, mi abbia accusato di mancanza di rispetto e di ingratitudine nei confronti dei giudici Falcone e Borsellino. Che invece, per me (e per moltissimi della mia generazione), sono non solo due figure eroiche, ma anche dei modelli di etica, di civismo, di senso dello Stato. Anche per questo, sono disgustato da alcuni media che mi hanno addirittura accostato ai clan, rovistando nella spazzatura al solo scopo di infangarmi».

Il pressing del centro-sinistra

A fare pressing sulla Lega era stato soprattutto il centrosinistra, con il Pd in testa. Brando Benifei, ad esempio, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, aveva detto: «Spero che si dimetta da sottosegretario o venga accompagnato alla porta. È una vergogna che sia ancora al suo posto». A rincarare la dose Nicola Fratoianni di Sinistra italiana che ha rivendicato di «essere stato il primo o fra i primi a maggio a porre la questione Durigon, all’epoca dell’inchiesta di Fanpage sui suoi rapporti imbarazzanti a Latina». Fratoianni si riferisce al video in cui il leghista diceva che «il generale che indaga sui 49 milioni della Lega lo abbiamo messo lì noi». Dal M5s si è levata la voce di Mario Perantoni, presidente Cinque Stelle della commissione Giustizia alla Camera, che ha risposto a tono a Tajani di Forza Italia: «Non è vero che non interessa agli italiani, la questione riguarda l’antifascismo che è un valore costituzionale».

Salvini ringrazia Durigon per il passo indietro

Giorni fa l’incontro tra il premier Draghi e il leader della Lega a Palazzo Chigi. Il presidente del Consiglio dei ministri potrebbe avergli chiesto di gestire al meglio il passo indietro di Durigon ma Salvini non ha mai confermato questa circostanza. Peccato che, subito dopo, i suoi toni siano cambiati: «Ragioneremo con Durigon su cosa fare e cosa sia più utile per il movimento e per il governo», aveva detto. Poco fa, invece, lo ha ringraziato per il gesto fatto, per il passo indietro: «Ringrazio Claudio non solo come politico ma soprattutto come uomo, amico, persona onesta, concreta, schietta e coraggiosa che, a differenza di altri, lascia la poltrona per amore dell’Italia e della Lega, e per non rallentare il lavoro del governo, messo irresponsabilmente in difficoltà per colpa di polemiche quotidiane e strumentali da parte della sinistra». «Conto su Claudio per la scrittura della nuova riforma delle pensioni, vicina a Quota 100 e lontana dalla Fornero, per la rottamazione di milioni di cartelle esattoriali e per nuovi incarichi per aiutare la Lega a crescere ancora».

Foto in copertina di repertorio: ANSA/ANGELO CARCONI

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