Christiane Ritter, un’eroina solitaria nelle terre selvagge

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Il romanzo

Eraldo Affinati — 25 Ottobre 2020

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Oggi le isole Svalbard, il punto abitato più a nord del pianeta, frontiera inquietante del cambiamento climatico, si possono raggiungere in aereo da Oslo. Ma nel 1938 erano quasi inaccessibili. I piroscafi partivano da Tromso, all’interno di un fiordo norvegese nei pressi di Capo Nord, e attraccavano a Longyearbyen, estremo avamposto della civiltà, in origine una miniera di carbone. I tempi non potevano essere peggiori. La Germania del Terzo Reich si stava preparando a distruggere il Vecchio Continente. Peraltro questo arcipelago ai confini del mondo fu l’ultima postazione nazista, costretta a sloggiare dalle truppe alleate soltanto nel settembre 1945, quando in Europa la guerra era finita da un pezzo.

Chissà, forse anche per sfuggire all’atmosfera plumbea degli anni Trenta, Christiane Ritter, morta a Vienna nel 2000 alla bella età di 103 anni, decise di raggiungere il marito, cacciatore e naturalista, il quale si trovava proprio lì, non distante dal Circolo Polare Artico, per trascorrere insieme a lui e a un suo giovane amico, Karl, un anno intero, abitando in un semplice capanno all’estremità settentrionale dello Spitzbergen. Terra di balenieri, esploratori e monaci russi, le cui croci tombali ancora riemergono fra le pietre quando i lastroni di ghiaccio si sciolgono. In Rete è possibile vedere una foto della precaria catapecchia abitata dalla scrittrice, rivestita di cartoni catramati, costruita nel vuoto assoluto in una distesa di sassi: si stenta a credere che possa avere ospitato esseri umani.

Da quell’esperienza di sostanziale isolamento Christiane ricavò un libro leggendario: Una donna nella notte polare, appena tradotto da Scilla Forti per Keller (pp. 304, 18 euro). Più volte ristampato in ogni parte del pianeta, sebbene troppo spesso sottovalutato dal punto di vista letterario, derubricato a mero diario, è la storia di una progressiva trasformazione interiore: nei primi giorni la singolare protagonista, che aveva lasciato la figlia in custodia alla nonna, dopo aver disfatto i bagagli, si comporta come una semplice signora avventurosa, trafficando come meglio può con la stufa posta al centro del piccolo ambiente e gli arnesi per pulire e rendere confortevole la stamberga che le è stata assegnata. I timori sono tanti: mancanza di vitamine e rischio dello scorbuto; cibi da razionare; animali da cui difendersi ma anche da uccidere per procurarsi il necessario sostentamento. Oltre ovviamente alle temperature proibitive che possono scendono sotto i trenta, quaranta gradi sotto lo zero. Poi lentamente si lascia conquistare dal paesaggio circostante che la rapisce: «Visti da vicino, i rilievi appaiono davvero sconvolgenti nella loro brulla maestosità. Negli enormi solchi alle loro pendici crescono a poco a poco nuove montagne nere, composte dalle pietre liberate dai ghiacci che saltano a valle incessanti, con un leggero schiocco».

La tavolozza dei colori che il panorama dispensa muta in forma impercettibile nei mesi estivi, in un chiarore diffuso dove si forma il contrasto fra bianco e nero, azzurro e viola, rosso e lillà, prima di sprofondare nell’interminabile notte artica, da ottobre a febbraio, quando il sole scompare all’orizzonte lasciando dietro di sé un mare di ghiaccio. La foca diventa l’unico alimento disponibile, insieme al latte condensato e alle cospicue scorte di barbabietole. La baia si estende in una profonda curva oltre la quale c’è soltanto l’oceano: «Che strane queste notti luminose. Sono immerse in una sacralità unica nel suo genere». Le bufere imperversano impedendo di uscire. In quei giorni lo scenario stravolto della costa dirupata si trasforma in un luogo primordiale.

Il testo, inframezzato da qualche disegno originale composto dalla stupefatta narratrice, è privo di eventi, che non siano le volpi argentate impegnate a frugare nel pattume, i brevi viaggi in barca verso l’entroterra nella perlustrazione di capanni abbandonati, pranzi a base di pernici, orsi caduti nelle trappole, sporadiche visite di altri avventurieri. Quando i cacciatori partono alla ricerca di cibo, la donna resta da sola sperimentando una concentrazione assoluta di fronte a quella terra selvaggia: «Avverto una solitudine potentissima. Non c’è niente che mi somigli, nessuna creatura in cui possa riconoscermi». Il suo sguardo, profondamente femminile, sembra cogliere nella forza animata della natura trionfante il trapasso oscuro verso la notte eterna: «Le montagne si riducono a ombre bianche, il mare a un’ombra nera, finché anche loro non capitolano del tutto. E a quel punto ogni cosa muore».

Difficile trovare nella letteratura novecentesca un equilibrio altrettanto spiccato fra dimensione quotidiana e incantesimo soprannaturale: le scogliere a blocchi sospesi, sfavillanti nel cielo notturno, come i rottami polari dipinti da Caspar David Friedrich, sembrano al tempo stesso divinità luminose e pareti di casa, messaggi profetici e candelabri sulla tavola, spiriti dei defunti, come pensano gli eschimesi e corpi terrestri, secondo l’ottica della scrittrice. Christiane Ritter, nella sua lunga, quasi interminabile esistenza, compose soltanto questo libro: scabro, nudo, solenne, che noi oggi non possiamo fare a meno di interpretare come un monito severo rivolto ai nuovi predatori ambientali che rischiano di compromettere per sempre il destino delle future generazioni.

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