Carlo Rovelli usa la fisica quantistica per tutto, una vera e propria ossessione

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Il famoso divulgatore scientifico

Filippo La Porta — 19 Ottobre 2020

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Il fisico Carlo Rovelli è oggi uno degli italiani più noti all’estero, una risorsa per il Paese. Bisognerebbe tenerselo caro. Non so nulla delle sue ricerche ma è un brillante divulgatore apprezzato anche nei paesi anglosassoni. Eppure ho trovato Helgoland (Adelphi), dedicato alla meccanica quantistica, un libro ridondante e forse – lo dico rispettosamente – inutile. Non metto in discussione che la teoria dei quanti abbia sconvolto la vita di Rovelli (che continua a sottolinearne il carattere esoterico, infine incomprensibile), e lo abbia costretto a «tuffare lo sguardo in un abisso vertiginoso». Però mi chiedo: il suo libretto aggiunge qualcosa di essenziale alle cose che sulla quantistica possiamo apprendere consultando Google? Non ne sono sicuro, pur ammirando la abilità divulgativa dei libri precedenti di Rovelli (sullo stesso argomento è insuperato Cinque pezzi facili – sempre Adelphi – di Richard Feynman, il premio Nobel un po’ fricchettone).

Prendiamo subito la questione più “vertiginosa”, e cuore del libro: il famigerato paradosso del gatto di Schrödinger (uno dei fisici quantistici più celebri, che elaborò la sua teoria nella sperduta isola di Helgoland, Mare del Nord). Quel povero gatto, che finì pure come una (cattiva) metafora nella Scuola cattolica di Albinati, viene inserito in una scatola accanto a una boccetta che contiene sonnifero. Sappiamo che quella boccetta può aprirsi o no (la versione originaria immagina una boccetta piena di veleno, e il gatto rischia di morire, ma qui è stata edulcorata). Dopo un po’ apriamo la scatola: se la boccetta si è rotta – attraverso un ingegnoso marchingegno – e il sonnifero si è liberato nell’aria il gatto dorme, se non si è rotta il sonnifero non si è espanso e il gatto resta sveglio.

La teoria dei quanti – in questo caso applicata (forse impropriamente) al mondo macroscopico – ci assicura che dentro quella scatola il gatto (non ancora osservato) è sia sveglio che addormentato! E lo è fino a che non apro la scatola e lo osservo: a quel punto è sveglio o addormentato (non può essere entrambe le cose: si riafferma il principio aristotelico di non-contraddizione). Se volessi aggirare il paradosso e usassi una scatola trasparente mi si obietterebbe che per vedere il gatto nella scatola comunque ho bisogno di una luce, la quale fatalmente interferisce con lui. Ora, mentre leggevo le pagine di Rovelli sul gatto di Schrödinger mi sentivo sia sveglio che addormentato. Sveglio perché comunque impegnato a capire un testo, però anche addormentato perché sentirsi ripetere continuamente che tutta la faccenda è un mistero ha un effetto ipnotico. Per chiunque non può accedere ai laboratori del Gran Sasso la teoria dei quanti è qualcosa cui bisogna credere per fede, come l’Immacolata Concezione, anche se basata su esperimenti (che peraltro ogni lettore finge di capire).

Ma l’ambizione del libro è un altra: Rovelli intende allargare l’intuizione fondamentale della teoria quantistica – la scoperta della natura relazionale del mondo (una scoperta che già Fritjof Capra aveva associato alla sapienza orientale) – ad ogni sfera della conoscenza, financo alla psicologia. Ho qualche dubbio in proposito. Certo, ogni cosa quando nessuno la osserva è ancora indeterminata, ma nella vita in comune tutto è già osservato. Pensiamo all’etica.


Le persone sarebbero interamente concluse nelle loro relazioni con gli altri? In sé non esistono? Eppure se ammiro qualcuno, una figura storica – poniamo Gandhi – lo ammiro non in relazione a me, ma per quello che ha “oggettivamente” fatto nella sua vita.

Avrà pure avuto una personalità mutevole, che si adatta ogni volta all’interlocutore, ma in questo cangiante caleidoscopio qualcosa di lui “persiste”, un nucleo più durevole che non si dissolve del tutto. Hitler o Stalin erano probabilmente persone adorabili quando giocavano con i nipotini, dunque in relazione a loro esprimevano una delicata umanità, però quando esercitavano il potere, e si relazionavano a una collettività, sono stati durevolmente feroci oltre ogni limite (nessuno potrebbe affermare il contrario!). E così nella vita quotidiana: io ritengo ad esempio che quel tale sia una persona fondamentalmente sincera, integra, o che quel tal altro sia tendenzialmente ipocrita e inaffidabile. Non intendo inchiodarli a un giudizio inappellabile – possono sempre cambiare (non pretendo di fissare la loro “essenza”) – ma intanto la percezione che ho di loro non è relativa, non riguarda solo la relazione che intrattengono con me.

Piuttosto aspira ad essere una verità almeno potenzialmente condivisa. Spostandoci sul piano politico: tutti – per poter deliberare e decidere – abbiamo pur bisogno di verità condivise, di informazioni ragionevolmente attendibili e relativamente certe (su Pil, occupazione, inquinamento, evasione fiscale, etc.). La democrazia non può somigliare al gatto di Schrödinger nella scatola: o è sveglia o è addormentata, non entrambe le cose simultaneamente.

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