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Cooperativa “29 giugno”

Salvatore Buzzi — 17 Ottobre 2020

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Pubblichiamo, in collaborazione con Nessuno tocchi Caino, la nona di un ciclo di storie sulle vittime delle misure interdittive e di prevenzione antimafia.

Quella fredda mattina dei primi di dicembre 2014 non sono stato arrestato solo io quale “capo della mafia” nella capitale del mondo, è stato arrestato anche un progetto di inclusione sociale che aveva tolto dalle strade e dalle carceri di Roma quasi duemila disgraziati, ex ladri e rapinatori, tossicodipendenti, immigrati e altri emarginati dalla vita economica e sociale. Non credo sia mai successo. Nello stesso giorno, si arrestano i capi della mafia e si sequestrano cinque cooperative sociali. Tutto mi appare irreale e ancora oggi non riesco a comprendere come la Procura della Repubblica possa aver creato un teorema così strampalato che ha distrutto la vita mia e quella di centinaia di famiglie a cui avevo dato un lavoro e l’occasione di un riscatto sociale.

La Cooperativa “29 giugno” era nata nel 1985 nel carcere di Rebibbia e si era subito affermata come una impresa tra le più solide a Roma e nel Lazio che occupava 1.276 persone con quattordici mensilità oltre alle due aggiuntive distribuite dalla cooperativa grazie agli utili. Oltre ai soci lavoratori vi erano anche i soci sovventori che avevano investito i loro risparmi in cooperativa con una remunerazione del capitale sociale più vantaggiosa dei titoli di stato, garantita da un patrimonio reale di oltre 30 milioni. Le commesse di lavoro erano 110, i mezzi impiegati per eseguirle oltre 250 con una sede centrale e varie sedi distaccate dove operava personale altamente qualificato. Tanto per intenderci: le commesse di lavoro in partecipazione con Massimo Carminati – il “mostro da prima pagina” che con la sua “riserva di violenza” avrebbe connotato di mafiosità la cooperativa sociale e la stessa capitale d’Italia – erano solo 2 su 110, rispetto alle quali la Procura non ha riscontrato reati.

Dopo il sequestro più veloce della storia, il Presidente del Tribunale delle misure di prevenzione di Roma, Guglielmo Muntoni, nomina tre amministratori giudiziari. Ero detenuto nel carcere di Tolmezzo quando apprendo di una gestione disastrosa delle cooperative, della riconsegna ai soci nel marzo 2018 in condizioni economiche pessime che hanno determinato lo stato di liquidazione nel 2019 per le eccessive passività accumulate durante la gestione commissariale. A giugno 2020, in coincidenza col mio ritorno in libertà dopo la sentenza della Cassazione che ha buttato giù il castello di carta dell’associazione di stampo mafioso, mi è stato notificato dal Tribunale delle misure di prevenzione il rendiconto di gestione delle cooperative. Lo riporto per sommi capi e senza commenti. È la cronistoria dei danni che si possono arrecare nel nome della lotta alla mafia.

I tre amministratori giudiziari nominati da Muntoni sono avviati commercialisti con studio in Roma. I loro compensi sono a me tuttora ignoti. Li posso però immaginare se considero che i tre commissari si fanno subito autorizzare dal Tribunale l’assunzione di otto coadiutori – che altri non sono che impiegati dei loro studi professionali – al costo di 67.200 euro a testa. Inoltre, sono autorizzati ad assumere molti consulenti con un compenso mensile dai 1.500 ai 2.000 euro a presidio delle tante società partecipate dalla Cooperativa. Vengono assunti come dirigenti altre cinque persone. Viene nominato un nuovo commercialista e un nuovo consulente del personale, senza indicazione dei compensi. Ancora, pochi giorni dopo, viene conferito incarico ad altri due commercialisti per analizzare e verificare la organizzazione delle società sequestrate.

Compenso non pervenuto. Siccome – come è emerso anche dalle cronache siciliane del sistema Saguto – dei collaboratori nella gestione di imprese a rischio di infiltrazione mafiosa bisogna fidarsi, ecco la richiesta, subito accolta da Muntoni, di essere autorizzati ad assumere “familiari e conviventi dei preposti”. Non servono solo commercialisti, all’inizio del 2015, gli amministratori giudiziari si fanno autorizzare l’assunzione di legali. Anche qui compensi non pervenuti. I nuovi amministratori cambiano quasi tutti i vecchi fornitori, senza liquidarli e dando incarico ad altri senza indicare il vantaggio economico ottenuto. Nel contempo sono chiusi alcuni centri di accoglienza e iniziano costosi lavori di ristrutturazione nella sede.

Tutti noi arrestati siamo stati sospesi e non licenziati, in tal modo impedendoci di accedere alla indennità mensile di disoccupazione in danno delle nostre famiglie. Invece, a luglio 2015, a quattro alti dirigenti sono aumentati i compensi. Aumenti non pervenuti. A fine anno, nonostante questa infornata di dirigenti, i tre amministratori giudiziari assumono un direttore operativo a cui viene corrisposto un compenso annuo di 50.000 euro. Ad inizio 2016, viene cambiato il consiglio d’amministrazione della ABC che si occupava di servizi alle persone. Dei tre massimi operativi del nuovo gruppo dirigente non conosciamo i compensi. Vengono nominati ancora altri tre consulenti. Compensi non pervenuti. Ho letto i curricula dei tre massimi dirigenti e principali responsabili di questo disastro e ho scoperto che sono senza traccia di incarichi operativi nel campo dei servizi. I nodi della gestione giudiziaria cominciano ad arrivare al pettine. Nel maggio 2017, viene sciolta l’ATI Sial – Eriches, la prima proprietaria del terreno sul quale insiste parte del campo nomadi Castel Romano.

Non sappiamo se siano stati incassati i relativi canoni di locazione. Sempre nel corso del 2017 i bilanci delle cooperative chiudono con una significativa riduzione del volume di affari e con perdite ingenti. Il fatturato complessivo delle cinque cooperative, pari a 46 milioni di euro al dicembre 2017, ha una perdita di quasi 15 milioni di euro: è il 31% del fatturato con una punta significativa per Formula Sociale che ha una perdita dell’86%. La Cooperativa “29 giugno” e imprese collegate partecipano alla nuova gara indetta da AMA per la raccolta differenziata effettuando un ribasso del 25%, così perdono in media un milione di euro al mese, tanto che per contenere la perdita gli amministratori giudiziari modificano il contratto di lavoro degli operatori passando da una retribuzione di 1.400 a 900 euro al mese.

Nel gennaio 2019, quando già le cooperative sono in agonia e stanno per essere poste in liquidazione, il Tribunale delle misure di prevenzione riconosce ai tre amministratori giudiziari un compenso di un milione di euro cadauno a titolo di acconto del compenso reale che ancora non sappiamo a quanto ammonta, come pure non conosciamo le retribuzioni dei tre massimi dirigenti. Dopo un disastro di questa natura, i soci lavoratori che fine hanno fatto? La gran parte è rimasta precaria, assunta in altre aziende e degradata nelle mansioni. Altra parte, la più significativa, è rimasta senza lavoro e con minime indennità di disoccupazione. Solo una piccola parte, in prevalenza impiegati degli uffici, ha trovato la strada di una ricollocazione.

Questa è la fine della storia della Cooperativa “29 giugno”, l’impresa della “mafia” che dava lavoro ai disgraziati di Roma e che doveva essere salvata dall’antimafia che quei derelitti ha ributtato in mezzo a una strada. È una storia comune a centinaia di imprese affidate all’amministrazione giudiziaria. Una storia di fallimenti e di danni che gli “onesti”, nel nome della lotta ai “disonesti”, arrecano alla vita, alla libertà e al lavoro delle persone e delle imprese. Sono i “costi della legalità”, così vengono definiti, i danni collaterali della “guerra alla mafia”, nella quale – come in tutte le guerre – va messa nel conto la strage di diritti, di beni e persone innocenti.

Dopo aver letto le prime carte a disposizione, credo ci sia lo spazio, con il patrocinio di Nessuno tocchi Caino, per una concreta azione di responsabilità e invito gli ex soci della cooperativa che hanno perso il lavoro e la retribuzione, il capitale sociale e la liquidazione, per non parlare della dignità, ad associarsi in questa azione risarcitoria. Non serve più indignarsi. È arrivato il tempo di agire legalmente. Se non ora, quando?

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