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Il dibattito sul Recovery Fund

Marcello D’Aponte — 11 Dicembre 2020

Altro che cabine di regia e tecnicismi, serve un mercato del lavoro più forte

Per molti aspetti, la storia recente del Recovery Fund inizia a ricordare quella ormai remota, all’epoca non meno enfatizzata, vicenda del “Progetto Ottanta”, concepita agli albori degli anni Settanta nell’ottica riformista sospinta dall’avvento del centrosinistra al Governo: esperienza di grande valore intellettuale, immaginata da fertili menti (La Malfa, Giolitti, Saraceno, Ruffolo) come strumento per una visione strategica della programmazione e, tuttavia, ben presto liquidata come “libro dei sogni”.

Da ciò che traspare dal dibattito politico di questi mesi, bloccato intorno ai modelli di governance, piuttosto che sulle abilità e gli strumenti per realizzarne gli obiettivi, il rischio che l’inattesa disponibilità finanziaria, resa agibile dal nuovo “volto solidale” dell’Unione europea alla luce dell’emergenza sanitaria, resti incompiuta, è concreto. Se la visione complessiva dell’azione poggia su sei pilastri fondamentali (digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; parità di genere, coesione sociale e territoriale; salute e sicurezza), il controllo politico e l’operatività tecnica restano sospese, in attesa che la concertazione tra i partiti giunga trovi un equilibrio.

Eppure gli aspetti essenziali della questione ruotano intorno alla questione della rigidità e debolezza del mercato del lavoro e della necessità di favorire il rapido rafforzamento della base occupazionale: precario, oneroso e complesso per le imprese, scarsamente efficace per i lavoratori, carente di profili di elevata specializzazione, a fronte di un sistema formativo inadeguato rispetto al livello di domanda, mentre troppe intelligenze lasciano il Paese, attratte da mercati del lavoro stranieri, ben più promettenti.

D’altra parte, proprio l’occasione straordinaria del Recovery Fund dovrebbe consentire di sostenere la produttività e l’efficienza dell’economia nazionale, grazie a politiche attive del lavoro moderne e innovative, alla realizzazione di infrastrutture fisiche intermodali e infrastrutture virtuali avanzate, in una prospettiva di medio-lungo periodo incentrata su un patto virtuoso che coinvolga Stato, imprese e attori sociali all’interno di un grande piano strategico condiviso e partecipato che possa ambire a costruire un Paese moderno, efficiente e competitivo investendo su settori strategici e su quelli che hanno più sofferto le conseguenze della crisi pandemica, senza dimenticare la funzione strategica dell’istruzione e della cultura che sono la spina dorsale di un Paese come l’Italia e non possono in alcun modo essere trascurati.

È quanto, per esempio, traspare dalle iniziative di altri Paesi europei come la Francia, dove il piano France Relance lanciato dal presidente Macron punta a costruire un Paese più indipendente, competitivo e attrattivo (in una parola, moderno) e capace di affrontare le sfide che la complessità sociale ed economica richiede attraverso investimenti in settori essenziali per favorire il rilancio dell’occupazione. Occorre, in sintesi, che le forze politiche che ambiscono a svolgere un ruolo da protagoniste nel processo di costruzione dell’Italia del futuro, abbiano la capacità di calibrare l’entità degli investimenti in funzione del rilancio del mercato del lavoro, imprescindibile volano di sviluppo, indipendentemente da improbabili ed episodiche “cabine di regia” e “strutture tecniche di progetto”, attraverso la vigile azione di controllo del Parlamento nazionale, a garanzia di quella “Next Generation Italia” che solo un efficiente impiego delle risorse europee nell’ambito di una programmazione per obiettivi potrà assicurare, consentendo la realizzazione di un efficace e realistico Piano nazionale di ripresa e resilienza.

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