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Esiste il forte rischio che la mina Npl, ben radicata nella pancia delle banche italiane, possa esplodere nuovamente avendo come innesco i lockdown che hanno bloccato il sistema produttivo e, come acceleratore, nuove e più stringenti normative di vigilanza. L’analisi di Andrea Ferretti

Non c’è dubbio che il sistema bancario italiano, in questo ben supportato dall’Abi (Associazione Bancaria Italiana), abbia compiuto nell’ultimo quinquennio uno sforzo poderoso per liberarsi di quel fardello di credito deteriorato (Npl) scaturito da una dozzina di anni di crisi. Tuttavia, esiste il forte rischio che questa mina, ben radicata nella pancia delle banche italiane, possa esplodere nuovamente avendo come “innesco” i lockdown che hanno bloccato il sistema produttivo e, come “acceleratore”, nuove e più stringenti normative di vigilanza.

E non ci si riferisce qui tanto alle nuove regole previste da Basilea 3 che imporranno alle banche di rafforzare le riserve di liquidità primaria anche nel medio periodo (Net Stable Funding Ratio). O che impediranno alla banca di indebitarsi oltre livelli considerati accettabili (Coefficiente di leva finanziaria). Infatti, ciò che oggi deve preoccupare banche, imprese e società di factoring è che nella Notte di S. Silvestro sono entrate in vigore le nuove normative di vigilanza sugli sconfinamenti continuativi oltre i 90 giorni di privati ed imprese (past due).

Semplificando un po’, fino al 31 /12/2020 una azienda italiana entrava in past due (una delle tre categorie del credito deteriorato) al verificarsi di due condizioni. La prima è che doveva avere uno sconfinamento continuativo oltre i 90 giorni, la seconda è che questo sconfinamento doveva essere superiore al 5% del totale delle esposizioni verso la banca (soglia di materialità). Ebbene, poiché dal 1 gennaio 2021 questa soglia è stata abbassata all’1%, necessariamente una notevole massa di impieghi bancari verso le aziende verrà risucchiata nella pericolosa spirale del credito deteriorato entrando così in default.

La conseguenza immediata per le banche riguarderà l’obbligo di effettuare sulle operazioni catturate accantonamenti molto più pesanti a conto economico. Per le aziende le conseguenze riguarderanno, invece, la limitazione all’accesso al credito, il deterioramento del rating, nonché il peggioramento delle condizioni applicate ai prestiti. Ma, soprattutto, a livello macro, le nuove norme di vigilanza, imponendo ulteriori accantonamenti ed eventuali rafforzamenti patrimoniali alle banche, potrebbero impedire al sistema bancario di supportare adeguatamente un settore produttivo in totale emergenza.

Ma ciò che è davvero preoccupante è che il nuovo past due ha, come il Covid, un elevatissimo tasso di contagiosità (Rt), determinato da 3 fattori. Il primo riguarda la contagiosità all’interno di un gruppo bancario. Infatti, è previsto che, qualora ad esempio una impresa sia classificata in past due da una banca appartenente ad un gruppo, anche tutte le altre banche ed intermediari del gruppo (factoring compreso) debbano valutare la possibilità di porre anch’essi l’azienda in default. E questo anche qualora l’azienda in esame non presenti esposizioni sconfinate o scadute nei loro confronti.

Il secondo fattore riguarda, invece, la capacità del “nuovo past due” di contagiare anche le esposizioni delle altre imprese che siano economicamente o giuridicamente connesse all’azienda posta in default. Ed è infatti previsto che le banche individuino i legami tra i propri clienti in modo da identificare i casi in cui il default di una impresa possa ripercuotersi negativamente sulla capacità di rimborso di altre imprese affidate. Nei casi previsti, che devono essere individuati ex ante dalla banca nelle proprie politiche creditizie, anche le aziende connesse verrebbero trascinate nella spirale del credito deteriorato. Ma, oltre a questi due fattori di “contagio interno” esiste anche un terzo fattore di “contagio esterno”.

Infatti, il grosso rischio è che il nuovo past due non solo possa compromettere il delicato rapporto banca-impresa, ma, per contagio esterno, possa anche inaridire il sostegno finanziario offerto alle imprese dagli altri intermediari finanziari quali le società di factoring. Ciò deriva dal fatto che le nuove norme sugli sconfinamenti colpiscono indistintamente sia i ritardi sui debiti finanziari, sia quelli sui pagamenti di natura commerciale considerandoli ugualmente rischiosi. Peccato che tutte le serie storiche evidenzino come, almeno in Italia, i ritardi sui pagamenti commerciali siano molto più connessi a fattori mercantili quali il rapporto di forza tra acquirente e venditore (Pubblica Amministrazione compresa) che alla reale rischiosità del debitore.

Da evidenziare, infine, che il nuovo past due non solo è estremamente contagioso, ma, non pago, prevede anche l’allungamento del periodo di quarantena necessario all’azienda per uscire dal default. Infatti, le norme in esame prevedono che una azienda possa tornare “ in bonis” solo dopo 3 mesi dal venir meno dell’anomalia alla base del default, ma a condizione che il miglioramento del suo merito creditizio venga giudicato come permanente e strutturale. Il vero problema è che le aziende italiane hanno oggi bisogno di tutto meno che di nuove regole che le spingano in una vischiosa ragnatela dalla quale è sempre più difficile liberarsi.

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