Acqua sulla Luna. La scoperta della Nasa che interessa l’Italia

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Nuova scoperta della Nasa: sulla Luna c’è più acqua del previsto. È diffusa in piccole “macchie di ghiaccio” concentrate nelle “trappole di freddo” mai illuminate dal Sole. La sfida sarà capire come estrarla per supportare una base permanente sulla superficie. Per Riccardo Fraccaro “sarebbe un volano prezioso per il programma di esplorazione Artemis”

C’è acqua sulla superficie della Luna illuminata dal Sole. È l’ultima scoperta del telescopio volante “Sofia”, montato a bordo di un Boeing 747 opportunamente modificato per indagare i segreti del Sistema solare. Scoperta targata Nasa e presentata oggi in un live streaming a diffusione mondiale insieme ai due studi pubblicati su Nature Astronomy che la certificano. Le rilevazioni aumentano d’interesse in vista di Artemis, il programma con cui gli Stati Uniti (con l’Italia) puntano a tornare sulla Luna e stabilirvi una presenza stabile.

NEWS: We confirmed water on the sunlit surface of the Moon for the 1st time using @SOFIAtelescope. We don’t know yet if we can use it as a resource, but learning about water on the Moon is key for our #Artemis exploration plans. Join the media telecon at https://t.co/vOGoSHt74c pic.twitter.com/7p2QopMhod

— Jim Bridenstine (@JimBridenstine) October 26, 2020

“‪La scoperta della presenza di acqua sulla superficie illuminata della Luna da parte della Nasa è di grande rilevanza per la missione Artemis”, spiega via Twitter il sottosegretario Riccardo Fraccaro. “La possibilità di estrarla e utilizzarla – aggiunge – sarebbe un volano prezioso per il programma di esplorazione: l’Italia è fiera di farne parte”.

LA SCOPERTA

La presenza di acqua in forma di ghiaccio sui poli della superficie lunare è nota da anni. La nuova scoperta riguarda tuttavia la sua dimensione, ben più ampia di quanto previsto fino ad ora e addirittura presente nelle zone illuminate dal Sole, con risvolti che effettivamente potrebbero rivelarsi importanti per le future basi in superficie. Scoperta possibile grazie a un’attenta scansione della superficie, realizzata tramite l’osservatorio di Sofia, chiamato a distinguere meglio tra acqua e idrossile, molecola composta da un atomo di idrogeno e un atomo di ossigeno.

IL PROGRAMMA

Lanciato nel 2010, il progetto Sofia (Stratospheric observatory for infrared astronomy) è frutto della collaborazione tra la Nasa e l’omologa tedesca Dlr. Consiste in un Boeing 747SP (Special Performance) modificato per avere nella fusoliera un’apposita fusoliera in cui è collegato un telescopio riflettore con diametro da 2,5 metri, appositamente ideato per studi astronomici. Volando a circa dodici chilometri dalla superficie, in piena stratosfera, il telescopio evita gran parte delle ostruzioni che si sperimentano da terra su determinate lunghezze d’onda per la gamma a infrarossi (secondo la Nasa ha una disponibilità del 99%). Altro punto di forza è la mobilità, poiché consente di alzare lo sguardo verso lo Spazio da praticamente ogni punto del Pianeta. Negli anni è stato utilizzato per studiare eventi su Plutone, Titano (luna di Saturno) e lungo la cintura di Kuiper. Non aveva mai rivolto gli occhi verso la Luna, per cui però l’interesse è notevolmente accresciuto negli ultimi anni.

GLI STUDI

I dati di Sofia sono stati analizzati da Casey Honniball del Goddard Space Flight Center della Nasa. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Astronomy, certificando una “firma spettrale” compatibile con la presenza di acqua. Fa coppia con un altro studio, condotto dall’Università del Colorado e basato sui dati del Lunar Reconnaissance Orbiter, sonda della Nasa impegnata a osservare le cosiddette “trappole fredde” che avvengono sulle zone ai poli della Luna che si trovano in stato di permanente oscurità. Secondo gli autori, le zone non illuminate potrebbero essere molte di più rispetto a quanto ritenuto in precedenza, pari a una superficie di 24mila chilometri quadrati. Così, aumenterebbe la possibilità per la Luna di conservare “macchie di ghiaccio non più grandi di una moneta”.

VERSO IL RITORNO SULLA LUNA

La sfida è ora trovare il modo per utilizzarle. Proverà a coglierla Artemis, il nuovo programma lunare degli Stati Uniti. “Non sappiamo ancora se potremmo utilizzarla l’acqua in questione come una risorse, ma capirne di più è un elemento-chiave dei programmi di esplorazione”, ha detto il numero uno della Nasa Jim Bridenstine. Il progetto prevede il ritorno sulla Luna entro il 2024. Non sarà però una toccata e fuga, tra una stazione orbitante (il Lunar Gateway) e una base in superficie (proprio al polo sud) per una presenza stabile e sostenibile. Tutto questo interessa anche l’Italia, che solo un paio di settimane fa ha ufficializzato con la firma sugli Artemis Accords la partecipazione al programma americano (forte anche della rinnovata intesa bilaterale). Si punta a mettere a frutto le eccellenze scientifiche e industriali nel campo dell’esplorazione spaziale.

IL VOTO DEL 3 NOVEMBRE

A gettare una piccola ombra sul progetto c’è la corsa al voto del 3 novembre 2020. Il programma lunare ha la chiara impronta di Donald Trump e la sua prosecuzione non è scontata in caso di vittoria di Joe Biden, anche considerando qualche battuta d’arresto già sperimentata nel dibattito al Congresso sui fondi da assegnare. Nella “2020 Democratic Party Platform” si cita “il sostegno alla Nasa” e alla tabella di marcia impressa da Trump (“il ritorno sulla Luna, e poi l’approdo su Marte”), sebbene non ci sia riferimento all’obiettivo del 2024. In passato ci sono state diverse interruzioni di programmi importanti (da Apollo a Constellation, fino a ARM) in caso di avvicendamenti alla Casa Bianca. Questa volta l’eco internazionale sembra maggiore, così come l’interesse dei grandi attori privati americani, e ciò potrebbe pesare a favore del mantenimento di Artemis.

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